Crisi Iran, tre scenari per la fine della campagna militare americana

Un'analisi della CNN sugli esiti possibili dell'Operazione Epic Fury: dall'Iran contenuto sul modello iracheno degli anni Novanta al rischio di un ritiro prematuro che finirebbe per rafforzare Teheran.

Crisi Iran, tre scenari per la fine della campagna militare americana
Fonte: Pentagono

La campagna militare americana contro l'Iran ha bisogno di tempo per raggiungere i suoi obiettivi, ma la Casa Bianca sta inviando segnali contraddittori sulla durata dell'operazione. Il presidente Trump ha definito la guerra una "escursione a breve termine" che potrebbe finire "presto", aggiungendo però che non dovrebbe concludersi prima che l'Iran "non abbia più alcuna capacità per un lungo periodo di sviluppare armamenti utilizzabili contro gli Stati Uniti, Israele o qualsiasi nostro alleato". A partire proprio da tutte queste ambiguità, Brett McGurk, ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, ha delineato sulla CNN tre possibili scenari per l'esito della crisi, modellati sulla metodologia che il governo americano utilizza per far fronte alle situazioni di emergenza.

Crisi Iran — Tre scenari
Analisi · Medio Oriente

Crisi Iran, tre scenari possibili

L'analisi di Brett McGurk (CNN) sugli esiti della campagna militare in corso
Finestra operativa: 4–6 settimane
Ipotesi base: almeno 2 settimane ancora da completare
4–6
Settimane
previste
1979
Anno nascita
Rep. islamica
6
Obiettivi
militari
3
Scenari
delineati
Basi missilistiche e impianti di produzione
Droni e fabbriche di produzione
Forze navali e aeree
Centri di comando e controllo
Siti del programma nucleare
Ridurre la proiezione di potenza iraniana
Scenario base 60%
Iran contenuto — modello Iraq anni '90
Capacità militare degradata, strutture politiche intatte. Sanzioni in vigore, cieli pattugliati da USA e Israele. Nessun cambio di regime, ma deterrenza efficace.
Scenario peggiore 30%
Iran rafforzato — ritiro prematuro Usa
Shock economici forzano la mano di Trump. Capacità militare e nucleare iraniana resta intatta. Regione più instabile, costi operativi in aumento.
Scenario migliore 10%
Nuovo Iran — pressione interna sul regime
La pressione militare indebolisce l'apparato repressivo. Popolazione in piazza per ottenere il cambio di regime. Richiede degradazione visibile delle milizie Basij e dei Guardiani della Rivoluzione.

L'obiettivo militare descritto dal Pentagono è dichiaratamente quello di degradare la capacità dell'Iran di proiettare potenza oltre i propri confini: per ottenere questo risultato la strategia è colpire missili e impianti di produzione missilistica, droni e relative fabbriche, forze navali e aeree, strutture di comando e controllo e quanto resta del programma nucleare. Si tratta di una missione definita e realizzabile, ma che richiede settimane per portare a qualsiasi risultato percepibile. In un briefing al Pentagono i funzionari hanno rifiutato di discutere tempistiche, mentre la Casa Bianca ha confermato una finestra operativa originaria di 4-6 settimane. Come ipotesi di base da cui partire, dunque, la campagna militare potrebbe durare ancora almeno un paio di settimane.

Lo scenario che McGurk considera più probabile, con una stima di attendibilità del 60%, prevede un Iran contenuto dopo la fine della guerra, simile all'Iraq degli anni Novanta. In questo caso Trump concederebbe ai militari il tempo necessario per completare la missione, gli Stati Uniti e i loro alleati riuscirebbero a contenere gli shock economici e il presidente porterebbe a termine l'operazione entro gli ambiti previsti. In tal caso, entro la fine del mese, la capacità di proiezione di potenza iraniana e la base industriale della difesa risulterebbero significativamente degradate, ma le strutture politiche del Paese resterebbero intatte.

La campagna ad alta intensità cesserebbe solo dopo aver raggiunto l'obiettivo predefinito, ma senza promesse di cambio di regime a Teheran. Le sanzioni internazionali resterebbero in vigore fino a quando il nuovo governo iraniano non accettasse di abbandonare il programma nucleare e quello missilistico balistico a lungo raggio, entrambi sotto sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Sul piano militare, Stati Uniti e Israele continuerebbero a pattugliare i cieli iraniani con rischi limitati, data l'assenza di difese aeree. Se Teheran cercasse di ricostruire i propri programmi, potrebbe essere in futuro nuovamente colpita a piacimento, con un effetto deterrente.

Lo scenario peggiore, stimato invece al 30%, è quello che vede gli shock economici costringere Trump a dichiarare vittoria prematuramente. L'Iran uscirebbe così dal conflitto con le strutture di potere riconsolidate, inasprite e rafforzate, con capacità militari e nucleari sufficienti a essere ricostituite in fretta. Gli Stati del Golfo resterebbero sotto la minaccia costante di un Iran con capacità missilistiche e di droni in espansione, che Teheran ha dimostrato di essere disposta a utilizzare senza troppi scrupoli.

Gli Stati Uniti finirebbero così trascinati ancora più in profondità nel Medio Oriente, costretti a sostenere il costo delle difese dei partner regionali dopo aver affrontato migliaia di missili e droni, con la campagna militare interrotta prima di aver distrutto quelle capacità. I costi operativi nella regione, dalle assicurazioni marittime agli investimenti di capitale, potrebbero aumentare sensibilmente. McGurk osserva che l'Iran sta cercando di aumentare al massimo il costo economico del conflitto proprio per influenzare Trump ad accorciare la guerra, e che le espressioni usate dal presidente negli ultimi suggeriscono come un cambio di rotta possa arrivare in qualsiasi momento.

Lo scenario migliore, a cui però McGurk assegna solo il 10% di probabilità, prevede che la pressione militare possa finire di indebolire il regime e rafforzare la fiducia della popolazione iraniana nel tornare in piazza per chiedere il rovesciamento della Repubblica Islamica. Le probabilità di questo scenario sarebbero state più alte senza la repressione violenta di gennaio, che ha già provocato migliaia di morti.

Nel breve periodo, gli iraniani potrebbero tornare in massa nelle strade solo se l'apparato repressivo, costituito dalle famigerate milizie Basij e dai Guardiani della Rivoluzione, venisse significativamente e visibilmente degradato, un risultato difficile da ottenere con la sola potenza aerea. Come sottolineato dal capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, e dal comandante del Comando Centrale, l'ammiraglio Brad Cooper, l'obiettivo di questa campagna militare è degradare la proiezione di potenza iraniana all'esterno, non la capacità del regime di controllare Teheran dall'interno. A questo secondo scopo sarebbe necessario l'impiego di forze terrestri o la presenza di una forza di opposizione armata ed organizzata, opzioni però non disponibili in questa campagna.

I tre scenari non si escludono a vicenda, fa però notare McGurk. Il nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, è probabilmente una figura di facciata dei Guardiani della Rivoluzione e non è chiaro se riuscirà a consolidare il potere o se emergeranno seri competitori interni. Dopo tutto la Repubblica Islamica è salita al potere nel 1979 proprio in opposizione a un sistema di potere ereditario, e la principale credenziale di Mojtaba per il suo incarico è l'eredità del padre defunto. In qualsiasi scenario, l'impegno americano con l'Iran, inclusa la deterrenza, il contenimento della minaccia futura e la possibilità di ulteriori azioni militari, difficilmente si concluderà con la fine di questa crisi. L'esito più probabile, conclude McGurk, non è una risoluzione netta, ma un Iran più debole e contenuto, con nuovi equilibri regionali e tanta incertezza sul futuro in una regione che già è di per se cronicamente instabile.

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