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Con Flávio Bolsonaro in Brasile Trump completerebbe la presa dell'America Latina
Agência Senado, 2022, Flickr, CC BY 2.0
Politica estera 6 min di lettura

Con Flávio Bolsonaro in Brasile Trump completerebbe la presa dell'America Latina

Il figlio dell'ex presidente è arrivato primo e il 25 ottobre sfida Lula. Sarebbe l'ottava vittoria di fila della destra, spinta più dalla paura del crimine che dalle pressioni di Washington

Flávio Bolsonaro, figlio dell'ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, è arrivato primo domenica al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile e il 25 ottobre sfiderà al ballottaggio il presidente uscente di sinistra, Luiz Inácio Lula da Silva. Se vincerà, il paese più grande e la prima economia dell'America Latina si aggiungerà alla lunga serie di vittorie della destra nella regione e il presidente Donald Trump avrà un alleato decisivo nel suo progetto di controllo del continente.

Dall'inizio del 2025 i candidati di destra o di estrema destra hanno vinto le ultime sette elezioni presidenziali latinoamericane: in Colombia, Cile, Honduras, Bolivia, Perù, Ecuador e Costa Rica. Secondo un'analisi del New York Times, firmata dal capo dell'ufficio di Città del Messico Jack Nicas, una vittoria di Bolsonaro completerebbe quasi del tutto la mappa di Trump in America Latina. Domenica i brasiliani hanno dato alla destra anche il controllo del Congresso e di molti governi statali, eleggendo quattro nuovi parlamentari federali con il cognome Bolsonaro: la moglie dell'ex presidente, due suoi figli e suo fratello.

La strategia per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Trump dice in modo esplicito che gli Stati Uniti vogliono ristabilire la propria preminenza nell'emisfero occidentale e premiare i governi e i movimenti in linea con i principi e la strategia americani. Il New York Times la descrive come una versione più aggressiva della dottrina Monroe, la rivendicazione del primato degli Stati Uniti sull'America Latina formulata nel 1823. Per metterla in pratica, il governo americano ha usato dazi, sanzioni, bombardamenti aerei, revoche dei visti, interventi nelle elezioni, un blocco petrolifero contro Cuba e la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il giorno dopo l'arrivo di Maduro negli Stati Uniti, il dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, pubblicò una foto di Trump con lo slogan "This is our hemisphere", questo è il nostro emisfero.

In Argentina Trump ha concesso un salvataggio da 40 miliardi di dollari e ha minacciato di ritirarlo se il partito del presidente Javier Milei avesse perso le elezioni di metà mandato. In Colombia ha attaccato più volte il presidente di sinistra Gustavo Petro, lo ha colpito con sanzioni personali e lo ha accusato di essere un "leader del narcotraffico illegale". A giugno i colombiani hanno eletto al suo posto Abelardo De La Espriella, un avvocato che promette la linea più dura contro i cartelli. "Stiamo andando molto bene in Sud America. Molte persone le ho fatte eleggere io", ha detto il presidente a settembre.

In Brasile l'amministrazione e gli alleati del mondo MAGA hanno cercato di danneggiare Lula e aiutare i Bolsonaro fin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, a gennaio del 2025. All'inizio l'obiettivo era tenere Jair Bolsonaro fuori dal carcere. Dopo aver perso le elezioni del 2022, l'ex presidente non aveva accettato la sconfitta e i suoi sostenitori avevano assaltato i palazzi del governo. Gli investigatori hanno poi scoperto un complotto guidato da lui e da sette suoi stretti collaboratori per restare al potere, che prevedeva anche l'uccisione di Lula, del suo vice e di un giudice della Corte suprema. Era già pronta la bozza di un decreto per annullare il risultato del voto e l'esercito avrebbe dovuto riportare Bolsonaro al potere. Il piano fallì e Bolsonaro fu arrestato e processato insieme ai suoi alleati, tra cui il suo ministro della Difesa e il capo della Marina.

A luglio del 2025 Trump minacciò dazi del 50 per cento su tutte le importazioni dal Brasile, definendo il processo una "caccia alle streghe". La pressione non funzionò: Lula disse che non avrebbe ceduto, il processo andò avanti e Bolsonaro fu condannato a 27 anni di carcere. Il presidente brasiliano guadagnò anche consensi nei sondaggi per aver tenuto testa a Trump. A luglio di quest'anno, all'inizio della campagna elettorale, la Casa Bianca ha imposto nuovi dazi del 25 per cento su alcuni prodotti brasiliani. Il dipartimento di Stato ha poi provato a mandare in Brasile due funzionari per indagare sull'"integrità elettorale", ma il governo brasiliano ha negato loro il visto accusandoli di voler interferire nelle elezioni. Washington ha risposto negando i visti agli agenti della polizia federale brasiliana.

Nelle ultime settimane Lula ha usato queste interferenze in campagna elettorale. Un suo spot ha accusato Flávio Bolsonaro di essere "il candidato di Trump" e ha detto che il presidente americano vuole colonizzare il Brasile, prendersi le sue ricchezze e rubargli il futuro. "In Brasile alcuni scherzano dicendo che il sostenitore più efficace di Lula è Trump", ha detto al Guardian Brian Winter, direttore di Americas Quarterly.

Secondo Steve Bloomfield, ex responsabile degli esteri dell'Observer, che ha firmato un commento sul Guardian, la svolta a destra dell'America Latina ha poco a che vedere con le interferenze americane, nonostante le rivendicazioni di Trump. In Perù e in Cile i candidati vicini al presidente americano hanno evitato di chiedere il suo sostegno, temendo che portasse più problemi che voti. In Bolivia il Mas, il partito di sinistra al governo da 20 anni, ha preso il 3,16 per cento alle elezioni dell'anno scorso dopo una gestione sempre più caotica del paese.

Il motivo principale, sostiene Bloomfield, è la paura della criminalità. Le bande della criminalità organizzata, molte legate al narcotraffico, sono sempre più potenti. In un rapporto dell'anno scorso il centro studi Crisis Group ha scritto che il crimine organizzato legato alla droga "non si è mai diffuso così tanto e raramente è penetrato così a fondo negli stati e nelle comunità". L'incapacità dei governi di sinistra di affrontare il problema li ha danneggiati più delle pressioni di Trump.

Il modello di molti leader della destra latinoamericana è il presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Nel suo paese di sei milioni di abitanti ha fatto arrestare decine di migliaia di giovani, in gran parte senza un processo, e ne ha rinchiusi molti in quelle che chiama "mega-carceri". Le organizzazioni per i diritti umani denunciano gli abusi, ma El Salvador è diventato uno dei paesi più sicuri della regione e Bukele, che si è definito "il dittatore più cool del mondo", secondo i sondaggi è uno dei presidenti più popolari al mondo.

Flávio Bolsonaro ha fatto della lotta ai cartelli e alle bande il tema principale della sua campagna. "Restituiremo le strade al popolo brasiliano", ha detto durante un comizio. Ha raccontato di aver studiato l'approccio di Bukele e ha proposto di costruire cinque carceri simili a quelle salvadoregne, di abbassare a 16 anni l'età della responsabilità penale e di introdurre la castrazione chimica per gli stupratori e per chi abusa di minori.

Sulla sicurezza l'influenza di Trump è più concreta: il dipartimento di Stato ha inserito 21 gruppi criminali latinoamericani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, ha compiuto 71 attacchi contro imbarcazioni nei mari intorno all'America Latina, uccidendo quasi 240 persone che considerava narcotrafficanti; molti esperti di diritto ritengono questi attacchi illegali. A settembre soldati americani hanno partecipato a un'operazione di polizia contro un cartello in Ecuador. A maggio gli Stati Uniti hanno dichiarato organizzazioni terroristiche anche due bande brasiliane, il Comando Vermelho e il Primeiro Comando da Capital (PCC), dopo le pressioni dello stesso Flávio Bolsonaro. La decisione ha messo in difficoltà Lula, che Bolsonaro accusa di debolezza. Il presidente ha parlato di colpire il boss "che vive in un attico", ma in campagna elettorale preferisce parlare di scuola e sanità.

Bolsonaro ha già detto che farà entrare il Brasile nello Scudo delle Americhe, la coalizione contro i cartelli guidata dagli Stati Uniti, a cui aderiscono 18 paesi latinoamericani e caraibici e che promette di usare "la forza militare letale per distruggere i sinistri cartelli e le reti terroristiche". Almeno quattro membri, Colombia, Guatemala, Honduras ed Ecuador, hanno già accettato operazioni militari congiunte con il Pentagono. L'anno scorso Bolsonaro aveva lasciato intendere sui social che avrebbe accolto un intervento militare americano in Brasile, ma nelle interviste recenti lo ha negato, dicendo che la collaborazione si limiterebbe all'intelligence. Ad agosto il Pentagono ha creato una nuova task force per l'emisfero occidentale, pensata per coordinare intelligence e operazioni dei paesi alleati. A settembre 14 paesi hanno seguito Washington nel dichiarare terroristici diversi cartelli. "Eravate soli. Ora non siete più soli", ha detto Trump agli alleati latinoamericani alle Nazioni Unite.

Il Brasile, con 200 milioni di abitanti e un territorio pari a circa metà del Sud America, è il pezzo che ancora manca. Tra le grandi democrazie della regione resterebbero governati dalla sinistra solo il Messico, che però ha ampliato la collaborazione con Washington sulla sicurezza, e l'Uruguay, che ha 3,5 milioni di abitanti. Secondo gli esperti sentiti dal New York Times, il coordinamento potrebbe aiutare a seguire le reti finanziarie dei cartelli, che ormai funzionano come multinazionali. Gli attacchi alle imbarcazioni però non hanno quasi rallentato il flusso di cocaina e non è chiaro come i paesi lavoreranno insieme in concreto.

Resta anche il tema della sovranità, perché lo squilibrio di potere tra gli Stati Uniti e qualunque paese latinoamericano, Brasile compreso, è molto ampio. Lula ha avvertito che l'America Latina deve restare in grado di governarsi da sola di fronte alle pressioni di Washington. Bolsonaro risponde che la minaccia alla sovranità brasiliana non viene da Trump, ma dai cartelli. Secondo Bloomfield è stato proprio Trump, con la vittoria del 2016, a mostrare che presentarsi come un outsider, usare un linguaggio volgare e abbracciare l'autoritarismo poteva funzionare. Jair Bolsonaro fu il primo a imitarlo, accettando il soprannome di "Trump dei Tropici". Oggi però, scrive Bloomfield, sono i populisti della sicurezza gli unici a cui gli elettori latinoamericani riconoscono una risposta alla paura del crimine.

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