Come Trump ha deciso di andare in guerra contro l'Iran

Un'analisi del New York Times ricostruisce le settimane che hanno portato all'attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele: Netanyahu come motore dell'offensiva, consulenti militari messi a tacere e una diplomazia usata come copertura per il riarmo.

Come Trump ha deciso di andare in guerra contro l'Iran
Official White House Photo by Daniel Torok

Il presidente Trump ha dato l'ordine di attaccare l'Iran a bordo dell'Air Force One, mentre volava verso Corpus Christi, in Texas, per un discorso sull'energia. "Operation Epic Fury is approved. No aborts. Good luck", ha detto. Era il 28 febbraio. Poche ore dopo, l'attacco congiunto con Israele ha ucciso la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ha colpito edifici civili a Teheran e installazioni militari nucleari e scatenato violenze in tutta la regione. Sei soldati americani sono morti finora e lo stesso Trump ha detto che altre perdite sono probabili.

La ricostruzione di come si è arrivati a quella decisione è il cuore di un'analisi pubblicata dal New York Times il 2 marzo 2026, a firma di sei giornalisti, tra cui Mark Mazzetti, Julian E. Barnes e Ronen Bergman. Il pezzo si basa su testimonianze dirette di diplomatici, funzionari israeliani e americani, consiglieri del presidente, parlamentari e responsabili dell'intelligence, quasi tutti rimasti anonimi per poter parlare liberamente di deliberazioni riservate.

Quello che emerge è un percorso verso la guerra molto meno tortuoso di quanto apparisse in pubblico, dove Trump alternava dichiarazioni sulla volontà di trattare con l'Iran e accenni alla possibilità di rovesciarne il governo. Dietro le quinte, la traiettoria era pressoché inevitabile.

Il ruolo centrale nella spinta verso l'intervento militare è stato quello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L'analisi del Times racconta che già a dicembre, durante un incontro al resort Mar-a-Lago di Trump in Florida, Netanyahu aveva chiesto al presidente l'autorizzazione per Israele a colpire i siti missilistici iraniani nei mesi successivi. Il 11 febbraio, Netanyahu si è presentato allo Studio Ovale con un obiettivo preciso: assicurarsi che i negoziati diplomatici avviati dall'amministrazione americana con Teheran non bloccassero i piani militari. Il colloquio è durato quasi tre ore. Vi si è discusso di scenari di guerra, di possibili date per un attacco, e anche dell'ipotesi, ritenuta improbabile, che Trump potesse raggiungere un accordo con l'Iran.

Due mesi dopo quella richiesta a Mar-a-Lago, Netanyahu ha ottenuto qualcosa di più: un alleato a pieno titolo in una guerra per abbattere la leadership iraniana.

La decisione americana è maturata in un contesto in cui poche voci si sono opposte. Anche il vicepresidente JD Vance, storicamente scettico sugli interventi militari americani in Medio Oriente, ha preso posizione a favore di un'azione decisa. Durante una riunione nella Situation Room della Casa Bianca, ha detto al gruppo che se gli Stati Uniti avessero colpito l'Iran, avrebbero dovuto farlo "in grande e in fretta", secondo quanto riferito al Times da persone presenti all'incontro.

Ben diversa era stata la valutazione del generale Dan Caine, il principale consigliere militare del presidente e capo degli Joint Chiefs of Staff. In quella stessa riunione, il 18 febbraio, Caine aveva illustrato le opzioni sul tavolo, avvertendo che una campagna per rovesciare il governo iraniano comportava rischi elevati di perdite americane, poteva destabilizzare la regione e ridurre drasticamente le scorte di munizioni degli Stati Uniti. Aveva anche sottolineato che qualunque operazione contro l'Iran sarebbe stata molto più difficile della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio e vissuta da Trump come un segnale di forza.

Nei giorni successivi, però, Trump ha descritto pubblicamente la posizione del suo consigliere in termini ben più rassicuranti, scrivendo sul suo social network Truth Social che Caine aveva detto che un'azione militare contro l'Iran sarebbe stata "something easily won", qualcosa di facile da vincere. Un'affermazione in contraddizione con quanto emerso in privato.

Anche la diplomazia ha avuto un ruolo diverso da quello dichiarato. Secondo il Times, le trattative indirette sul programma nucleare iraniano, condotte da Steve Witkoff, negoziatore capo della Casa Bianca, e da Jared Kushner, genero di Trump, non hanno mai avuto lo spazio per produrre un accordo vero. L'amministrazione americana chiedeva all'Iran di accettare il cosiddetto "zero enrichment", cioè lo smantellamento completo della capacità di produrre combustibile nucleare, una condizione che Teheran non era disposta ad accettare. Witkoff, in un'intervista a Fox News il 21 febbraio, ha detto di essere stato personalmente stupito dal fatto che l'Iran, di fronte alla pressione militare americana, non si fosse ancora "arreso" alle richieste di Washington.

L'ultima sessione diplomatica si è svolta a Ginevra, il 27 febbraio, quando Witkoff e Kushner hanno incontrato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano. Gli iraniani hanno presentato un piano di sette pagine sulle future attività di arricchimento dell'uranio. Le cifre proposte hanno allarmato i negoziatori americani. L'incontro si è chiuso senza intesa, e i due hanno riferito a Trump che un accordo era irrealizzabile.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham del South Carolina, favorevole all'attacco, ha raccontato al Times di aver incontrato Trump in quei giorni e di averlo trovato frustrato, convinto che gli iraniani non volessero davvero trovare un'intesa. "Penso che il presidente Trump si sia sentito a proprio agio con l'idea di aver tentato", ha detto Graham al giornale.

Come Israele ha ucciso Khamenei: anni di spionaggio, telecamere hackerate e una fonte della CIA
Il Financial Times ricostruisce l’operazione che ha eliminato la guida suprema dell’Iran: sorveglianza digitale massiva, missili di precisione lanciati da oltre mille chilometri e un informatore umano americano

Non tutti la pensano così. Barbara Leaf, diplomatica di carriera che nel governo Biden era stata sottosegretaria di Stato per il Medio Oriente, ha dichiarato al Times che era ovvio fin dall'inizio che Trump si stesse dirigendo verso un'azione militare. "Quello era pianificazione bellica", ha detto a proposito dell'invio di un secondo gruppo portaerei nella regione durante le trattative. "Non hai bisogno di questo per avere più leva nei negoziati. Non ho mai avuto dubbi che sarebbe andato verso un attacco militare."

Parallelamente alla diplomazia, la Central Intelligence Agency aveva svolto un lavoro di intelligence cruciale, tracciando i movimenti di Khamenei. Quando l'agenzia ha appreso che il leader supremo avrebbe trascorso la mattina del sabato nel suo compound residenziale nel centro di Teheran, insieme ad altri alti responsabili civili e militari, le informazioni sono state condivise con Israele. I due paesi hanno deciso di aprire il conflitto con un attacco "di decapitazione" alla luce del giorno.

Khamenei, secondo quanto riferito da quattro funzionari iraniani al Times, aveva detto a un ristretto gruppo di collaboratori che, in caso di guerra, avrebbe preferito rimanere al suo posto e morire piuttosto che essere ricordato come un leader in fuga. Quando i missili hanno colpito, stava aspettando la fine della riunione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale per riceverne il resoconto.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.