Zelensky: "Gli Usa ci chiedono di cedere il Donbas in cambio delle garanzie di sicurezza"
I droni ucraini paralizzano il 40% delle esportazioni petrolifere russe e l'economia di Mosca entra in recessione, ma al Cremlino si scommette che la guerra con l'Iran continuerà a distrarre Washington.
Il prezzo che gli Stati Uniti chiedono all’Ucraina in cambio di garanzie di sicurezza è il Donbas: l’intera regione orientale, inclusa la cosiddetta “cintura di fortezze” che l’esercito ucraino ha costruito in quattro anni di guerra lungo la linea del fronte. Lo ha rivelato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un'intervista a Reuters: "Gli americani sono pronti a formalizzare queste garanzie ad alto livello solo una volta che l'Ucraina sarà pronta a ritirarsi dal Donbas". Un ritiro che, secondo il leader ucraino, comprometterebbe la sicurezza non solo di Kyiv ma dell'intera Europa, consegnando a Mosca posizioni difensive che oggi rappresentano il principale ostacolo all'avanzata russa.
A gennaio Zelensky aveva dichiarato che il documento sulle garanzie era "pronto al 100%", in attesa solo di una firma. Dopo gli ultimi colloqui tra funzionari americani e ucraini a Miami, ha però dovuto riconoscere che c'è ancora lavoro da fare. Il cambio di passo, secondo il presidente ucraino, ha una motivazione precisa: l'Iran. La nuova guerra nel Golfo ha spinto il presidente Donald Trump a cercare una chiusura rapida del dossier ucraino, e la pressione è tornata a farsi pesante su Kyiv. "Il Medio Oriente ha sicuramente un impatto sul presidente Trump e sui suoi prossimi passi. Trump, purtroppo, ha scelto ancora una strategia che mette più pressione sulla parte ucraina", ha detto a Reuters.
Zelensky ha comunque ringraziato l'Amministrazione Trump per aver mantenuto le forniture dei sistemi Patriot, gli unici missili in grado di intercettare i balistici russi, nonostante la domanda crescente altrove legata al conflitto nel Golfo. "Non ci hanno interrotto le consegne", ha detto, aggiungendo però che "le forniture non sono così ampie come ci servirebbero".
I droni ucraini contro il petrolio russo
Se sul piano diplomatico l’Ucraina fatica, sul fronte energetico ha trovato una leva sorprendentemente efficace. Negli ultimi giorni, i droni di Kyiv hanno iniziato a colpire in modo sistematico le infrastrutture petrolifere russe, e gli effetti si stanno già facendo sentire. Secondo Reuters, circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia — pari a 2 milioni di barili al giorno — è stato temporaneamente messo fuori uso. L’agenzia stampa parla della “più grave interruzione delle forniture di petrolio nella storia moderna del Paese”. E il tempismo è tutt’altro che casuale: i prezzi del greggio hanno già superato i 100 dollari al barile, spinti anche dalle tensioni nello Stretto di Hormuz.
I due principali porti del Mar Baltico, Primorsk e Ust-Luga, hanno sospeso le spedizioni dopo il secondo attacco di droni ucraini dall'inizio della settimana. A Ust-Luga, porto da cui partono circa 700.000 barili di petrolio al giorno, un attacco notturno ha provocato un incendio su largs scala. Anche a Primorsk, il più grande scalo petrolifero del Baltico con una capacità di un milione di barili al giorno, i serbatoi di petrolio hanno preso fuoco il 22 marzo.
A complicare ulteriormente il quadro, il sequestro in Europa di petroliere della "flotta ombra" russa ha interrotto altri 300.000 barili al giorno di forniture da Murmansk, secondo i trader interpellati da Reuters. Almeno 50 navi sono ferme nel Golfo di Finlandia in attesa di attraccare, e il fumo degli incendi portuali è visibile dalla costa finlandese, riporta l'Helsingin Sanomat.
L'economia russa sempre più in difficoltà
Le perdite nel settore energetico aggravano un quadro già compromesso per Mosca. L'industria russa ha chiuso febbraio in calo per il secondo mese consecutivo: -0,9% dopo il -0,8% di gennaio, secondo i dati ufficiali di Rosstat. Su 28 settori monitorati, 22 sono in recessione. La metallurgia ha subito un crollo del 15,1%, più del doppio rispetto a gennaio. La produzione alimentare è scesa del 2%, quella di abbigliamento è crollata di oltre il 17%.
Perfino il comparto dei "prodotti finiti in metallo", la voce statistica che include bombe e proiettili usati in guerra, ha registrato un calo dell'1,9%. A gennaio il Pil si è contratto del 2,1%, la prima flessione dal 2023, e secondo gli esperti del Centro di Analisi Macroeconomica la prima metà dell'anno si chiuderà in rosso. L'economia russa mostra "chiari segni di stanchezza", osserva Senika Parviainen, economista capo presso l'Istituto per le Economie Emergenti della Banca di Finlandia: il boom della spesa militare ha drenato risorse ai settori civili, la mobilitazione e l'emigrazione hanno aggravato la carenza di manodopera, il bilancio è squilibrato dalle spese belliche.
Il calcolo del Cremlino
Eppure, nonostante i numeri, al Cremlino la pace non è all'ordine del giorno. Secondo le fonti di Meduza, il blocco politico dell'amministrazione presidenziale si prepara alle elezioni per la Duma di Stato di settembre partendo dal presupposto che la guerra continui con la stessa intensità di oggi. Il 24 marzo, durante una riunione dell'Associazione Russa dei Consulenti Politici, un alto funzionario del Cremlino ha presentato le tesi della campagna di Russia Unita, tra cui: "La vittoria convincente di Russia Unita alle elezioni avvicina la vittoria al fronte".
La scommessa del Cremlino, scrive Mikhail Zygar, è che il tempo giochi a favore di Mosca. Il conflitto con l’Iran sta già spostando attenzione e risorse occidentali lontano dall’Ucraina; e se in autunno il Partito Repubblicano dovesse perdere le elezioni di midterm negli Stati Uniti, Donald Trump ne uscirebbe inevitabilmente indebolito.
Per Vladimir Putin, questo scenario rafforzerebbe una convinzione che coltiva da tempo: il presidente americano è una figura di passaggio, e quindi si può semplicemente aspettare. Chi però è vicino alla leadership russa sa che potrebbe trattarsi solo di un vantaggio momentaneo. Prima o poi, Putin dovrà scegliere: accettare una qualche forma di de-escalation in Ucraina, oppure aumentare la pressione sulla società russa, fino al rischio di una nuova mobilitazione.