Venezuela, tre mesi dopo il blitz di Trump: funziona, ma la democrazia resta un miraggio
Un sondaggio mostra che l'80% dei venezuelani ritiene il paese uguale o migliorato. Il petrolio attira investitori, ma il governo ad interim non ha fretta di indire elezioni
Il bilancio provvisorio dell'operazione più spregiudicata della presidenza Trump sembra, contro ogni previsione, positivo. Tre mesi dopo il blitz notturno del 3 gennaio con cui i militari americani hanno prelevato Nicolás Maduro e lo hanno caricato su un aereo, il Venezuela non è sprofondato nel caos. Le strade di Caracas sono tranquille, gli arresti arbitrari di massa si sono ridotti, e un sondaggio di AtlasIntel e Bloomberg indica che quasi l'80% dei venezuelani ritiene il paese in condizioni uguali o migliori rispetto all'era Maduro. Il 54% giudica positiva la maggiore influenza statunitense e il 52% percepisce un aumento delle libertà civili. Numeri che Trump, scrive l'Atlantic, può solo sognare in patria.
L'operazione aveva scatenato le critiche più dure dell'opposizione democratica. Non solo il presidente aveva aggirato il Congresso per rovesciare un leader straniero, ma rischiava di trascinare gli Stati Uniti in un pantano simile alle guerre in Iraq e Afghanistan. Il Venezuela, avvertivano analisti e parlamentari democratici, poteva diventare un nuovo Iraq. Tre mesi dopo, secondo i parametri che interessano a Trump, cioè l'accesso al petrolio venezuelano e l'assenza di un conflitto prolungato, l'operazione sta funzionando. Ma il periodo è breve per trarre conclusioni definitive.
Il governo ad interim è guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro, scelta da Washington come interlocutrice. L'acquiescenza delle autorità venezuelane è visibile soprattutto nel settore petrolifero. Il Venezuela possiede le riserve di petrolio provate più grandi al mondo, ma un mix di sanzioni, corruzione e cattiva gestione ha tenuto la produzione ben al di sotto dei picchi degli anni Novanta. Su indicazione di Washington, Rodríguez ha avviato riforme rapide per allentare le politiche nazionaliste imposte dal chavismo. L'Assemblea Nazionale ha approvato leggi che consentono agli investitori stranieri di operare a condizioni più favorevoli. Dopo l'autorizzazione del Dipartimento del Tesoro americano, l'italiana Eni e la spagnola Repsol hanno annunciato nuovi accordi.
Il segretario agli Interni Doug Burgum ha raccontato a una conferenza petrolifera il clima che si respira a Caracas. Ha riferito che, durante un incontro con Rodríguez e suo fratello Jorge, presidente del Senato, sui contenuti di una proposta di legge mineraria, Delcy Rodríguez si è rivolta ai dirigenti americani dicendo: "Diteci cosa volete nella legge, la presentiamo sabato". Alla domanda di Burgum se la legge sarebbe passata, Jorge ha risposto con una sola parola: "Sì". Per l'amministrazione Trump è uno scenario quasi ideale: autorità locali compiacenti che gestiscono il paese come un'impresa privata, senza resistenze istituzionali o democratiche nell'attuare la volontà degli investitori internazionali.
Gli esperti di energia, tuttavia, ridimensionano le aspettative. La produzione, che oggi si aggira intorno a un milione di barili al giorno, potrebbe aumentare al massimo di circa 300.000 barili nel prossimo anno o due, ben al di sotto dell'obiettivo di Trump di cento miliardi di dollari di investimenti. Francisco Monaldi, direttore del programma energetico latinoamericano della Rice University, ha spiegato all'Atlantic che l'amministrazione dovrà anche trovare il modo di estromettere le compagnie russe e cinesi, che oggi rappresentano il 22% della produzione petrolifera venezuelana. L'ostacolo maggiore resta però la cautela dei dirigenti internazionali, scottati dalla turbolenta storia recente del paese: la Exxon si è vista confiscare i propri asset due volte.
Il punto più critico resta l'assenza di diritti democratici. Per anni il segretario di Stato Marco Rubio e altri sostenitori del cambio di regime in America Latina avevano posto il governo rappresentativo come obiettivo centrale. Oggi il Venezuela è ancora governato da leader non eletti, diversi dai precedenti ma della stessa matrice autoritaria. Funzionari dell'amministrazione Trump hanno dichiarato all'Atlantic di star guidando il Venezuela verso elezioni entro la fine del 2027, introducendo gradualmente fattori potenzialmente esplosivi come il ritorno della leader dell'opposizione María Corina Machado. La scommessa è che una transizione più lenta possa garantire la democrazia evitando i disastri che il cambiamento politico radicale ha provocato in Iraq, Libia ed Egitto.
Phil Gunson, analista dell'International Crisis Group che vive a Caracas da oltre 25 anni, ha dichiarato all'Atlantic che, rispetto ai disastri della politica estera americana, il Venezuela "si qualifica come un successo, almeno per ora". Ma Gunson paragona il paese a una bomba inesplosa: "Il caos che l'amministrazione Trump ha evitato il 3 gennaio è ancora lì", ha aggiunto, riferendosi al rischio di sommosse e conflitti armati.
Sul fronte dei diritti, i segnali sono ambigui. Gli agenti statali non fermano più le persone per strada per controllare i telefoni alla ricerca di contenuti anti-Maduro, come accadeva nei primi giorni dopo la cattura. La sorveglianza degli attivisti continua, ma gli arresti sono diminuiti. Il governo ha approvato una legge di amnistia per alcuni prigionieri politici e ha istituito una commissione per la riconciliazione nazionale. Rodríguez ha ordinato il rilascio di decine di detenuti politici, ma le organizzazioni di controllo sostengono che i numeri del governo siano gonfiati. Foro Penal, un'organizzazione per i diritti umani, ha riportato il mese scorso che circa 500 prigionieri politici restano in carcere. Molte richieste di amnistia sono state respinte, soprattutto quelle legate a Machado o al suo partito.
Rodríguez ha rimosso il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, una delle figure più controverse dell'era Maduro, ma il suo sostituto è sotto sanzioni americane per abusi dei diritti umani. Ha mantenuto in carica il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, figura centrale nella repressione sotto Maduro, incriminato negli Stati Uniti per traffico di droga.
Rebecca Bill Chavez, ex funzionaria del Pentagono durante l'amministrazione Obama e oggi a capo del think tank Inter-American Dialogue, ha dichiarato all'Atlantic che un ritorno immediato di Machado avrebbe potuto alienare le forze armate e frammentare lo Stato. Ma ha avvertito che rinviare troppo le elezioni potrebbe delegittimare il progetto americano agli occhi dei venezuelani. "Siamo molto lontani dall'essere fuori pericolo per quanto riguarda le libertà politiche e i diritti fondamentali", ha aggiunto.
Il successo relativo in Venezuela ha alimentato l'audacia di Trump. Meno di due mesi dopo il blitz su Caracas, il presidente ha lanciato un'operazione militare massiccia contro l'Iran, che non sta andando altrettanto bene: il rovesciamento popolare della Repubblica Islamica non si è verificato e il blocco del commercio nello Stretto di Hormuz non ha soluzioni chiare. Trump ha anche ventilato pubblicamente l'idea di replicare il modello venezuelano a Cuba. Il deputato democratico Seth Moulton, veterano dei Marines in Iraq, ha commentato all'Atlantic: "Alcune delle nostre peggiori preoccupazioni non si sono avverate, ma il successo è tale solo nei termini di Trump. Farla franca non significa che sia giusto. Diventa la nuova normalità, e questo dovrebbe terrorizzare ogni americano, perché incoraggerà il presidente a rifarlo".