USA, le politiche migratorie di Trump riaccendono il ricordo dell’internamento dei giapponesi americani
I sopravvissuti all'internamento di massa degli anni Quaranta denunciano inquietanti parallelismi con l'attuale offensiva contro l'immigrazione: dalla criminalizzazione su base etnica all'assenza di garanzie processuali, fino al riutilizzo delle stesse strutture militari.
L’offensiva dell’Amministrazione Trump contro l’immigrazione irregolare sta riaprendo ferite profonde anche tra i sopravvissuti ai campi di internamento in cui, durante la Seconda guerra mondiale, furono rinchiusi oltre 120.000 cittadini americani di origine giapponese ed immigrati giapponesi. A collegare le due epoche non è soltanto la memoria storica, ma anche il ricorso a strumenti giuridici e a luoghi fisici che evocano direttamente quel periodo.
La CNN racconta la storia di John Tateishi che aveva meno di 3 anni quando fu internato in uno di questi campi insieme alla sua famiglia. Non era stato arrestato né accusato di alcun reato: semplicemente, come decine di migliaia di giapponesi americani, venne deportato nei campi della costa occidentale per effetto della paranoia bellica e del razzismo anti giapponese seguiti all’attacco di Pearl Harbor. Oggi, a 86 anni, Tateishi vede "un parallelo inquietante" tra quella esperienza che lo ha colpito in prima persona e l’attuale campagna di detenzioni e rimpatri che colpisce migliaia di immigrati, in gran parte latinoamericani, spesso con garanzie processuali limitate.
Le differenze tra i due contesti sono evidenti: oggi l’obiettivo dichiarato è l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, mentre negli anni Quaranta l’internamento colpì persone esclusivamente in base all’origine etnica, senza accuse individuali. Tuttavia, secondo molti sopravvissuti, i punti di contatto tra le due vicende, così apparentemente lontane tra loro, restano numerosi.
Lo stesso luogo, la stessa legge
Fort Bliss, vasta base militare nel deserto di El Paso, in Texas, dove durante la guerra furono detenuti cittadini giapponesi, italiani e tedeschi, è oggi stata riconvertita proprio per le operazioni legate alla gestione dei flussi migratori. Oggi ospita Camp East Montana, uno dei più grandi centri di detenzione per violazioni delle norme sull’immigrazione. Negli ultimi mesi nella struttura si sono registrati decessi di detenuti, circostanza che ha alimentato ulteriori polemiche.
La Japanese American Citizens League ha definito l’utilizzo della base da parte dell'Amministrazione Trump come campo di detenzione per migranti come "un affronto alla memoria e all’eredità degli oltre 125.000 giapponesi e giapponesi americani ingiustamente imprigionati durante la Seconda guerra mondiale".
Sul piano giuridico, Trump ha inoltre invocato l’Alien Enemies Act del 1798 — la stessa legge utilizzata negli anni Quaranta per la detenzione di cittadini giapponesi — per accelerare il rimpatrio di cittadini venezuelani, spesso falsamente descritti dall’Amministrazione Trump come membri di organizzazioni criminali. Una corte d’appello federale ha successivamente dichiarato illegittimo tale utilizzo della norma; la Casa Bianca ha però difeso la legittimità dell’azione presidenziale in materia di sicurezza nazionale ed il procedimento giudiziario resta in corso.
Le testimonianze dei sopravvissuti
Anche Satsuki Ina, 81 anni, nata dietro il filo spinato del Tule Lake Segregation Center, in California, afferma alla CNN di riconoscere "somiglianze profonde" tra la sua storia personale e l’attualità.
"L’odio, la criminalizzazione su base razziale, le narrazioni che dipingono un’intera comunità come pericolosa sono le stesse: oggi li chiamano criminali, noi eravamo definiti sabotatori e spie".
I suoi genitori, cittadini americani, furono prelevati dalla loro casa di San Francisco. Il padre, che protestò contro l’arruolamento di giovani internati, venne accusato di sedizione e trasferito in un carcere federale nel North Dakota. La madre, in un diario scritto durante la prigionia, annotò: "Mi chiedo se oggi sarà il giorno in cui ci metteranno in fila e ci spareranno".
Hiroshi Shimizu, oggi 82enne, trascorse i primi 5 anni di vita in diversi campi. Ha raccontato di aver compreso pienamente la portata di quell’esperienza solo da adulto, osservando i nipoti crescere liberi alle stesse età in cui lui era detenuto.
Nikki Nojima Louis aveva 4 anni quando, poche ore dopo l’attacco a Pearl Harbor, due agenti dell’FBI si presentarono a casa sua a Seattle e portarono via il padre. "Dopo quel giorno non vivemmo mai più insieme come famiglia", ha ricordato. In seguito fu internata con la madre a Camp Minidoka, in Idaho, dove vivevano in una stanza singola all’interno di baracche spartane.
L’impegno per la memoria
Solo decenni dopo la fine della guerra, gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente che l’internamento era stato motivato da "pregiudizio razziale, isteria bellica e un fallimento della leadership politica americana". Con il Civil Liberties Act del 1988 venne previsto un risarcimento di 20.000 dollari per ciascun sopravvissuto ai campi di internamento.
Tateishi, che fu tra i promotori della campagna che portò a quella legge, osserva oggi con amarezza: "Molti dei valori che ritenevamo fondamentali sembrano perdere significato".
Satsuki Ina ha cofondato Tsuru for Solidarity, un’organizzazione giapponese americana che protesta contro la detenzione degli immigrati. "C’è più ansia e più paura", racconta. "Ma anche la consapevolezza che la nostra memoria serve proprio ad impedire che la storia si ripeta".