Una donna può vincere nel 2028, nonostante le sconfitte di Clinton e Harris
Le due sconfitte democratiche con candidate donne si sono decise per margini minimi e in condizioni politiche sfavorevoli. La ricerca accademica conferma che le donne ottengono risultati simili agli uomini quando si candidano
Dopo la vittoria di Donald Trump nel 2024, una parte del Partito Democratico ha tratto una conclusione apparentemente logica: candidare una donna alla presidenza è una scelta perdente. Hillary Clinton ha perso nel 2016, Kamala Harris nel 2024, Joe Biden ha vinto nel 2020. Il ragionamento sembra lineare, ma secondo un'analisi di Geoffrey Skelley pubblicata su Decision Desk HQ è anche semplicistico e fuorviante.
Un articolo di Axios della settimana scorsa ha rivelato che molti dirigenti democratici discutono, perlopiù a porte chiuse, se il partito debba candidare un uomo bianco e cristiano nel 2028 per riconquistare la presidenza. Un sondaggio AP/NORC del dicembre 2024 ha fotografato il pessimismo diffuso: circa due democratici su cinque hanno dichiarato di ritenere "poco probabile" o "per nulla probabile" che una donna venga eletta presidente nel corso della loro vita. Tra i repubblicani la percentuale scende a circa uno su quattro.
Il problema di questa lettura è che si basa su un campione di due sole elezioni, ignorando il contesto in cui si sono svolte. Sia la sconfitta di Clinton sia quella di Harris rientrano tra le dieci elezioni presidenziali più combattute dal 1864 a oggi, misurate in base al margine di voto popolare nazionale. Clinton nel 2016 ottenne addirittura più voti popolari di Trump, che registrò il secondo peggior scarto tra i candidati vincitori nella storia del Collegio Elettorale.
Se si considera il Collegio Elettorale, che è il sistema che effettivamente elegge il presidente, i numeri sono ancora più eloquenti. Nel 2016 Clinton perse tre Stati decisivi per un totale di circa 78.000 voti, lo 0,06% dei 137 milioni di voti espressi: la quinta percentuale più bassa dal 1864 al 2024. Harris nel 2024 avrebbe avuto bisogno di uno spostamento di 230.000 voti, pari allo 0,15% del totale. Margini sottilissimi, che suggeriscono sconfitte tutt'altro che inevitabili.
A pesare sui risultati di entrambe le candidate non è stato solo il genere, ma un insieme di fattori strutturali che la scienza politica chiama "fondamentali": lo stato dell'economia, il gradimento del presidente in carica e da quanto tempo un partito controlla la Casa Bianca. Nel 2024 Harris si candidava come vice di Biden, un presidente impopolare, e non riuscì a prendere le distanze dalla sua amministrazione. Gli elettori la associavano all'inflazione che aveva segnato il mandato. Nel 2016 Clinton cercava di ottenere un terzo mandato consecutivo per i democratici dopo gli otto anni di Obama, un'impresa riuscita una sola volta dal 1950: quando George H.W. Bush nel 1988 succedette a Reagan.
Entrambe le candidate avevano poi debolezze specifiche che andavano oltre il genere. Nel 2016 Clinton e Trump risultavano i due candidati più impopolari dell'era moderna dei sondaggi. Clinton, una delle figure più note della politica americana, non poteva presentarsi come candidata del cambiamento dopo due mandati democratici. Harris nel 2024 pagò le posizioni marcatamente progressiste assunte durante la sua fallimentare corsa alle primarie del 2020, che la resero vulnerabile all'accusa di essere troppo a sinistra.
Un controfattuale illuminante riguarda proprio Clinton. Nel 2008 perse le primarie democratiche contro Barack Obama per un margine molto ridotto. Se le avesse vinte, con ogni probabilità sarebbe diventata la prima presidente donna degli Stati Uniti: il repubblicano George W. Bush aveva un gradimento intorno al 20%, l'economia stava entrando nella Grande Recessione e il partito repubblicano era al suo terzo mandato consecutivo. Qualunque candidato democratico di primo piano avrebbe vinto quell'elezione.
La ricerca accademica offre un quadro più sfumato rispetto al pessimismo post-elettorale. Gli studi mostrano che quando le donne si candidano ottengono risultati simili a quelli degli uomini. Un'analisi di Split Ticket condotta dopo il 2024 ha rilevato che la maggior parte dei candidati democratici più competitivi nei seggi contesi alla Camera erano donne. Inoltre, diverse ricerche hanno trovato che l'appartenenza partitica tende a prevalere sulle difficoltà elettorali legate agli stereotipi di genere.
Esiste però una specificità della corsa presidenziale. Uno studio del 2025 condotto da due politologi dell'Università di Toronto ha rilevato che il 16% della popolazione statunitense manifesta disagio all'idea di avere una donna presidente, un dato che suggerisce differenze nella percezione degli elettori tra la presidenza e altre cariche. Tuttavia, lo stesso studio ha trovato che i democratici sono molto meno inclini dei repubblicani a mostrare questi atteggiamenti negativi. In un'epoca di forte polarizzazione, in cui la maggior parte degli elettori si identifica con un partito, questo garantisce a una candidata democratica una base di partenza molto solida.
Il ragionamento vale anche per eventuali candidate repubblicane, sebbene il Partito Democratico, che conta più donne elette e ha una base a maggioranza femminile, appaia più propenso a candidare una donna. Due elezioni perse per margini minimi, in condizioni politiche sfavorevoli e con candidate che avevano limiti specifici, non costituiscono la prova che una donna non possa vincere la presidenza degli Stati Uniti.