Ucraina, i negoziati si arenano, la Russia non arretra dalle sue richieste massimaliste

L'ultimo round di colloqui si è concluso senza progressi dopo appena due ore. Mosca insiste su ridimensionamento dell’esercito ucraino, cambio della leadership a Kyiv e neutralità del Paese. Gli analisti: “Finché Putin resterà al potere, la guerra continuerà”.

Ucraina, i negoziati si arenano, la Russia non arretra dalle sue richieste massimaliste

I negoziati tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti a Ginevra si sono conclusi mercoledì 18 febbraio senza progressi significativi e senza segnali di apertura da parte di Mosca. Il capo della delegazione russa, Vladimir Medinsky, ha definito i negoziati “difficili ma pragmatici”, precisando che l’incontro si è chiuso dopo circa due ore di discussione, dopo sessioni più lunghe svoltesi il giorno precedente.

Il ritorno di Medinsky — considerato una figura rappresentante la linea dura di Mosca e molto vicina al presidente Vladimir Putin — alla guida del team negoziale è stato interpretato dagli osservatori come un segnale chiaro: il Cremlino non intende modificare le proprie posizioni di fondo.

Tra le richieste avanzate da Mosca figurano ancora alcune proposte totalmente inaccettabili per Kyiv come significativi tagli alle Forze Armate ucraine, il cambio dell’attuale leadership guidata dal presidente Volodymyr Zelensky e garanzie formali sulla neutralità dell’Ucraina. Il Cremlino sostiene che tali condizioni siano necessarie per affrontare quelle che definisce le “cause profonde” del conflitto.

Kyiv mantiene invece una linea opposta, ribadendo che l’invasione russa è stata un’aggressione non provocata e che Mosca deve ritirare le proprie truppe dai territori occupati.

Le richieste russe oltre la questione territoriale

Le condizioni poste da Mosca vanno ben oltre l’ipotesi di scambi territoriali sostenuta dall’amministrazione del presidente Donald Trump come possibile via d’uscita dal conflitto. “Finché esisterà un’anti-Russia armata sul territorio ucraino, non ci potrà essere pace”, ha affermato Sergei Markov, politologo vicino al Cremlino, aggiungendo che “l’idea degli scambi territoriali non è russa, ma americana”.

La formula al centro dei negoziati prevede, nelle sue linee generali, un ritiro russo da alcune aree occupate in cambio del ritiro delle forze ucraine da parti del Donbass pesantemente fortificate, che Mosca non è riuscita a conquistare integralmente in 4 anni di guerra su vasta scala.

Zelensky ha in passato lasciato intendere di poter discutere un ritiro delle Forze Armate ucraine da questo territorio, ma solo di fronte alla creazione di una zona demilitarizzata nel territorio da cui è avvenuto il ritiro e di garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti da parte degli Stati Uniti.

Ieri, Zelensky ha riconosciuto che i colloqui sulle questioni politiche — incluso il possibile ritiro delle truppe dall’est — “non sono stati facili”, pur definendo “costruttive” le discussioni trilaterali sulle modalità di monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco.

I nodi ancora irrisolti

Secondo due diplomatici europei, i negoziati sono bloccati ormai da settimane su tre punti centrali: le concessioni territoriali da parte ucraina, il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia — la più grande d’Europa, attualmente sotto occupazione russa — ed il sistema di garanzie di sicurezza per Kyiv.

Francia e Regno Unito sono alla guida di una coalizione di Paesi alleati che sta valutando misure di deterrenza a sostegno dell’Ucraina, con il supporto statunitense. Tra le opzioni figurano il possibile dispiegamento di truppe europee e l’impiego di capacità aeree o navali.

Washington, tuttavia, sembra intenzionata a concludere prima un’intesa politica, mentre Kyiv insiste affinché le garanzie occidentali siano integrate nell’accordo fin dall’inizio. Mosca, dal canto suo, esclude categoricamente qualsiasi presenza militare occidentale in Ucraina.

“Attualmente la posizione russa esclude la presenza di truppe dei Paesi NATO sul terreno”, ha spiegato uno dei diplomatici. “Le questioni decisive restano il territorio, le garanzie e il futuro dell’impianto di Zaporizhzhia”.

Gli analisti: “Nessuna concessione dal Cremlino”

In questo contesto, il pessimismo tra gli osservatori sul futuro dei negoziati di pace è sempre più diffuso. Tatiana Stanovaya, ricercatrice del Carnegie Russia Eurasia Center, ha scritto che “finché Putin resterà al potere, e finché vi saranno risorse per sostenere lo sforzo bellico, la guerra continuerà”.

La Russia sta affrontando crescenti pressioni economiche dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti su Rosneft e Lukoil, le due maggiori compagnie petrolifere del Paese. Le misure hanno inciso sulle entrate energetiche, costringendo Mosca ad applicare sconti superiori a 20 dollari al barile sulle esportazioni.

Gli economisti segnalano un rallentamento dell’economia, un’inflazione elevata e tassi d’interesse al 15,5% fissati dalla Banca centrale. Al Cremlino, secondo gli analisti, cresce la consapevolezza che la finestra per negoziare da una posizione di relativa forza potrebbe restringersi.

Ma secondo Stanovaya, il Cremlino non farà concessioni sostanziali nemmeno di fronte a una prolungata crisi economica. “Il rischio”, sostiene, “è che si assista a una simulazione di negoziato che produca soltanto una simulazione di cessate il fuoco e di accordo”.

Da parte sua, è molto probabile che l'Amministrazione Trump, con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm, tenderà progressivamente a spostare la sua attenzione su priorità interne, riducendo così il margine politico per il successo di un’iniziativa diplomatica che va ormai avanti da parecchi mesi senza successi evidenti.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.