Tulsi Gabbard per ora non si dimette
La direttrice dell'intelligence nazionale evita di schierarsi in pubblico sul conflitto, ma in privato il presidente la consulta regolarmente. I
Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, sta cercando di muoversi con estrema cautela sulla guerra in Iran. Durante un'audizione alla commissione intelligence della Camera, mercoledì 19 marzo, ha evitato ripetutamente di esprimere la propria posizione sul conflitto, distinguendo con cura le sue opinioni personali da quelle dell'apparato che dirige. Una fonte vicina alla funzionaria ha riferito a Rachael Bade, giornalista della newsletter The Inner Circle, che Gabbard non ha intenzione di dimettersi, nonostante le voci che circolano a Washington.
Il momento più significativo dell'audizione è arrivato quando la deputata Elise Stefanik, repubblicana di New York, le ha chiesto se fosse d'accordo o in disaccordo con una lettera pubblica di Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorist Center, che si è dimesso di recente accusando Israele di trascinare gli Stati Uniti in guerra. Gabbard ha inizialmente eluso la domanda, rispondendo che Kent "ha detto molte cose in quella lettera" e che "il presidente è eletto dal popolo americano e prende le proprie decisioni sulla base delle informazioni disponibili". Solo dopo un'insistenza di Stefanik ha ammesso di essere "preoccupata" per le accuse di Kent. Una risposta tiepida che non è piaciuta a diversi repubblicani al Congresso.
Gabbard, nota per le sue posizioni anti-interventiste, si trova in una posizione delicata: è probabilmente contraria alla guerra in Iran, ma il suo ruolo le impone di parlare a nome dell'amministrazione Trump, non a titolo personale. Questo equilibrismo è emerso con chiarezza quando, all'inizio dell'audizione, ha dichiarato: "Ciò che presento oggi non rappresenta le mie opinioni personali, ma le valutazioni della comunità di intelligence sulle minacce che affrontano gli Stati Uniti". Secondo Bade si tratta di una frase straordinaria, senza precedenti per un membro del gabinetto in un'audizione di questo rilievo. Il significato era trasparente: Gabbard è scettica su ciò che sta accadendo in Medio Oriente, anche se non può dirlo apertamente.
Il contrasto con altri funzionari dell'amministrazione è evidente. Il direttore della Central Intelligence Agency John Ratcliffe ha confermato senza esitazioni che l'Iran rappresentava una "minaccia imminente" per gli Stati Uniti. Gabbard, invece, ha continuato a sostenere che solo il presidente può fare quella determinazione.
A Washington si rincorrono le speculazioni. C'è chi pensa che Gabbard coltivi ambizioni presidenziali e stia aspettando il momento giusto per dimettersi con clamore, seguendo l'esempio di Kent. Altri ritengono che resterà al suo posto per cercare di spingere Trump verso la diplomazia. Una fonte vicina a Gabbard ha confermato a Bade che la direttrice non ha piani di dimissioni nell'immediato futuro.
Il rapporto tra Gabbard e il presidente è più sfumato di quanto appaia. L'estate scorsa Trump si irritò per un video in cui la direttrice metteva in guardia dal rischio di una guerra nucleare, pubblicato proprio mentre il presidente stava decidendo se colpire l'Iran. Più di recente, però, Gabbard ha guadagnato punti per una missione in Georgia sulla sicurezza elettorale, un tema caro al presidente. Una persona che conosce il loro rapporto ha riferito a Bade che Trump ha consultato Gabbard sull'Iran più volte nelle ultime settimane, convocandola alla Casa Bianca per colloqui a tu per tu. Il presidente sa esattamente quale sia la sua posizione, anche se lei non può esprimerla pubblicamente. Secondo Bade, la risposta di Gabbard sulla "minaccia imminente" è stata concordata con altri alti funzionari prima dell'audizione.