Trump: "Voglio prendere il controllo del petrolio iraniano, forse attaccheremo Kharg"
Il presidente americano valuta un'operazione militare sull'isola che gestisce il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane e studia il recupero con la forza anche dell'uranio arricchito. Il greggio intanto supera i 116 dollari al barile.
Donald Trump vuole privare l'Iran del petrolio e dell'uranio, e sta valutando di farlo con la forza. In un'intervista al Financial Times pubblicata ieri, il presidente ha detto di voler "prendere il controllo del petrolio" iraniano e ha lasciato aperta l'ipotesi di occupare l'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero del Paese nel Golfo Persico. "Forse prenderemo Kharg Island, forse no. Abbiamo molte opzioni", ha detto Trump, ammettendo che un'operazione del genere richiederebbe probabilmente la permanenza di truppe americane sull'isola "per un po' di tempo".
L'isola gestisce il 90% delle esportazioni di petrolio iraniane ed è l'arteria economica del Paese. Il 13 marzo le forze americane avevano già colpito installazioni militari sull'isola di Kharg: il Central Command aveva comunicato di aver centrato 90 obiettivi, tra cui depositi di mine navali e bunker per missili. Funzionari della Casa Bianca ritengono che il controllo dell'isola "metterebbe in bancarotta" la Guardia Rivoluzionaria iraniana. Teheran ha risposto rafforzando le difese aeree e aumentando il personale militare presente sull'isola.
La questione dell'uranio è altrettanto importante agli occhi di Trump. Secondo funzionari americani citati dal Wall Street Journal, Trump starebbe valutando anche un’operazione militare separata con l’obiettivo di recuperare fisicamente — e con la forza — quasi 450 kg di uranio altamente arricchito, attualmente distribuiti tra il complesso di Isfahan, l’impianto sotterraneo di Fordow e, in parte, Natanz. Prima dei bombardamenti dello scorso giugno, l’Iran aveva accumulato circa 450 kg di uranio arricchito al 60% e circa 184 kg al 20%, materiali che, con ulteriori processi, potrebbero essere convertiti in uranio di grado militare. Trump avrebbe ribadito ai propri alleati che Teheran “non può mantenere quel materiale”, lasciando intendere che, senza progressi nei negoziati, l’opzione di un intervento diretto per metterlo in sicurezza resterebbe sul tavolo.
Un’operazione del genere si configurerebbe però come una delle più complesse mai autorizzate da un presidente degli Stati Uniti. Le forze speciali dovrebbero infiltrarsi nei siti sotto la minaccia costante della contraerea iraniana, mettere in sicurezza le aree operative e lavorare per giorni — se non settimane — con attrezzature da scavo, in profondità e dietro le linee nemiche. Il materiale, altamente sensibile, dovrebbe poi essere sigillato in contenitori specializzati e trasferito tramite vettori aerei, in un contesto ad altissimo rischio.
“Non è per niente un’operazione rapida”, ha osservato il generale in pensione Joseph Votel, già a capo del Central Command, in un’intervista al Wall Street Journal. Esistono precedenti di operazioni di messa in sicurezza di uranio altamente arricchito, ma si sono svolte esclusivamente in contesti non ostili: nel 1994 gli Stati Uniti trasferirono materiale nucleare dal Kazakistan, mentre nel 1998 intervennero per mettere in sicurezza un impianto nei pressi di Tbilisi. Anche questa volta Trump preferirebbe la consegna di questo materiale nell'ambito di un accordo, ma si prepara all'uso della forza nel caso in cui dovessero fallire i negoziati.
- Rinuncia completa alle ambizioni nucleari militari
- Consegna dell'uranio arricchito
- Limiti stringenti alle capacità militari
- Fine del sostegno ai gruppi armati regionali
- Riapertura dello Stretto di Hormuz
- Riconoscimento della sovranità sullo Stretto
- Risarcimenti per i bombardamenti
- Revoca delle sanzioni
Restando sul piano diplomatico, a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha sostenuto che Teheran avrebbe accettato “la maggior parte” dei 15 punti avanzati dagli Stati Uniti attraverso una mediazione pakistana — un’affermazione che, al momento, non trova conferme indipendenti. Secondo la CNN, il piano includerebbe richieste estremamente onerose per l’Iran: la rinuncia completa alle ambizioni nucleari militari, la consegna dell’uranio arricchito, limiti stringenti alle capacità militari, la cessazione del sostegno ai gruppi armati regionali e persino la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Dal lato iraniano, i segnali sono molto più cauti. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato l’esistenza di contatti indiretti, ma ha espresso apertamente dubbi sulla possibilità di un’intesa. Le richieste ufficiali di Teheran — riconoscimento della propria sovranità sullo Stretto, risarcimenti per i bombardamenti e revoca delle sanzioni — delineano una distanza negoziale che appare, almeno allo stato attuale, difficilmente colmabile.
Tuttavia, Donald Trump ha descritto come un “segno di rispetto” la disponibilità iraniana a consentire il transito di altre venti petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da oggi, una lettura che molti analisti considerano, però, quantomeno ottimistica. Lo stesso gesto, infatti, può essere letto anche al contrario: piuttosto che un segnale di apertura, appare come un promemoria molto concreto del potere che Teheran esercita sullo Stretto. In altre parole, il fatto stesso di poter “far passare” o bloccare le petroliere a piacimento mostra quanto l’Iran sia in grado di incidere sul flusso energetico globale in uno dei punti più delicati del pianeta — un corridoio largo appena 38 km nel suo punto più stretto.
Anche i mercati sembrano guardare più alla realtà sul campo che alle dichiarazioni di Trump. Nella notte il greggio ha superato i 116 dollari al barile, con il Brent in rialzo del 3,3%, mentre negli Stati Uniti la benzina si avvicina rapidamente alla soglia dei 4 dollari al gallone — un segnale concreto che la tensione si sta già trasferendo nelle tasche dei consumatori. Intanto, nel fine settimana, gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro Israele: Gerusalemme ha intercettato un vettore proveniente dallo Yemen, il primo dall’inizio del conflitto, un ulteriore segnale di una crisi che sta assumendo sempre più i contorni di una guerra regionale, con effetti che si propagano ben oltre il Medio Oriente.