Trump torna a fare pressione su Zelensky: "La Russia vuole un accordo, deve agire ora"

Il presidente americano avverte che Kyiv rischia di perdere un'occasione per la pace. A Monaco intanto si discute di negoziati, garanzie di sicurezza, ruolo della Cina e contrasto alla "flotta ombra" russa.

Trump torna a fare pressione su Zelensky: "La Russia vuole un accordo, deve agire ora"

Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato ieri che Mosca è pronta a negoziare la pace ed ha nuovamente esortato Volodymyr Zelensky ad agire rapidamente per non perdere quella che ha definito una "grande opportunità":

"La Russia vuole un accordo e Zelensky deve muoversi. Altrimenti perderà una grande opportunità".

Parole che arrivano mentre il quadro diplomatico resta fluido. Secondo il Financial Times, che cita funzionari ucraini e occidentali, a Kyiv si starebbe valutando l’ipotesi di elezioni presidenziali e di un eventuale referendum su un accordo di pace già nella primavera del 2026. Il quotidiano britannico scrive che un annuncio potrebbe arrivare il 24 febbraio, quarto anniversario dell’invasione russa su larga scala.

In precedenza, sempre secondo il Financial Times, l’Amministrazione Trump avrebbe sollecitato Kiev a tenere le votazioni entro metà maggio e a chiudere i negoziati entro l’estate. Zelensky ha però respinto le indiscrezioni, ribadendo che eventuali elezioni potranno svolgersi solo in presenza di adeguate garanzie di sicurezza. "Ci arriveremo quando ci saranno tutte le condizioni necessarie", ha affermato, sottolineando che il tema viene sollevato più spesso dagli alleati che da Kyiv.

Ginevra e Monaco: la diplomazia in movimento

Sul tavolo, intanto, si prepara un nuovo passaggio negoziale. Il Cremlino ha annunciato un round di colloqui previsto per il 17 e 18 febbraio a Ginevra. Secondo Reuters, la delegazione russa sarà guidata da Vladimir Medinsky, consigliere di Vladimir Putin già coinvolto nei precedenti negoziati e ritenuto vicino a posizioni rigide, in sostituzione dell’ammiraglio Igor Kostyukov, che aveva condotto gli incontri ad Abu Dhabi.

Parallelamente, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Zelensky ha rilanciato l’appello agli Stati Uniti affinché esercitino pressioni dirette su Mosca. In un’intervista a Politico, il presidente ucraino ha indicato tre priorità: garanzie di sicurezza credibili, un piano di ricostruzione postbellica e misure concrete nei confronti della Russia.

Zelensky ha evocato anche l’ipotesi di un cessate il fuoco o di un congelamento temporaneo delle ostilità come possibile passaggio preliminare a un negoziato tra leader, precisando però che l’obiettivo finale dovrebbe essere una soluzione diplomatica complessiva. Rispondendo alle richieste di ulteriori concessioni, ha sostenuto che Kyiv avrebbe già compiuto compromessi significativi, affermando — secondo quanto riportato da media internazionali — che uno dei compromessi accettati è il fatto che Putin non sia stato chiamato a rispondere penalmente per l’invasione.

In un passaggio ripreso dalla stampa britannica, Zelensky ha infine fatto riferimento alla differenza d’età tra i due leader, osservando, in una battuta legata al tempo politico, che Putin "non ha molto tempo" a disposizione.

A Monaco è emerso anche il ruolo di Pechino. L’ambasciatore statunitense presso la Nato, Matthew Whitaker, ha sostenuto che la Cina potrebbe esercitare un’influenza decisiva su Mosca. "La Cina può chiamare Vladimir Putin e porre fine a questa guerra domani", ha dichiarato Whitaker, accusando Pechino di contribuire indirettamente allo sforzo bellico russo attraverso la fornitura di beni a duplice uso e l’acquisto di risorse energetiche.

Analisi dell'intelligence occidentale hanno più volte evidenziato la presenza ricorrente di componenti di origine cinese nei sistemi d’arma russi, inclusi i droni d'attacco usati da Mosca per colpire le infrastrutture energetiche e le città ucraine. Pechino, dal canto suo, ribadisce di voler sostenere una soluzione politica del conflitto.

La sfida europea alla “flotta ombra”

Sul fronte delle sanzioni, al centro del confronto c’è anche la cosiddetta “flotta ombra” russa, vale a dire l’insieme di petroliere e cargo utilizzati da Mosca per aggirare le restrizioni sul petrolio.

Secondo Bloomberg, il Ministro della Difesa britannico John Healey ha incontrato i colleghi europei per valutare possibili contromisure. Il capo di Stato Maggiore della Difesa britannico, Richard Knighton, avrebbe illustrato diverse opzioni, incluse — secondo fonti citate dall’agenzia — operazioni congiunte per il sequestro di navi sospettate di violare il regime sanzionatorio, in un quadro ancora oggetto di valutazione e coordinamento con gli Stati Uniti.

Il Ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, ha avvertito che "i Paesi che concedono la propria bandiera alle navi della flotta ombra devono sapere che esistono misure che possono essere adottate da altri Stati", pur riconoscendo che eventuali azioni richiederanno ulteriori approfondimenti, anche per evitare un’escalation.

Le stime sulla dimensione della “flotta ombra” variano a seconda delle definizioni adottate: alcune analisi parlano di 600–1.400 navi, con valutazioni che arrivano fino a circa 1.500 unità. Centinaia di imbarcazioni sono già inserite nelle liste delle sanzioni di Unione Europea e Stati Uniti; in almeno un caso recente, autorità statunitensi hanno intercettato e sequestrato una petroliera ritenuta coinvolta in traffici elusivi, con il supporto britannico.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.