Trump sull'Iran: "Faremo quello che serve, per quanto tempo serve"
Il presidente illustra gli obiettivi della guerra contro l'Iran ma non risponde alle domande dei giornalisti e non esclude l'invio di truppe di terra
Il presidente Donald Trump ha preso la parola per la prima volta dalla Casa Bianca dall'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, avvenute sabato scorso. Lo ha fatto durante una cerimonia per la consegna della Medal of Honor, la massima onorificenza militare americana, sfruttando l'occasione per aggiornare il paese sull'andamento di quella che l'amministrazione ha battezzato "Operation Epic Fury". Al termine, se n'è andato senza accettare domande dai giornalisti presenti nella sala.
Trump ha delineato quattro obiettivi militari: distruggere il programma missilistico iraniano, annientare la marina di Teheran, impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari e interrompere il finanziamento delle milizie proxy nella regione. "Stiamo distruggendo le capacità missilistiche iraniane, ora dopo ora", ha detto. Ha poi aggiunto di aver già affondato dieci navi della marina iraniana. Il presidente ha giustificato l'intervento sostenendo che l'Iran aveva ignorato ripetuti avvertimenti americani e continuato a perseguire il programma nucleare, definendo il regime di Teheran "malato e sinistro".
Sul fronte tempistiche, Trump ha confermato che l'operazione aveva una proiezione iniziale di quattro o cinque settimane, ma ha precisato che gli Stati Uniti sono "in anticipo rispetto ai tempi". Ha aggiunto che, se necessario, la campagna militare può proseguire ben oltre quella scadenza. "Whatever the time is, it's OK. Whatever it takes", ha detto, usando un'espressione che si potrebbe rendere con: qualunque sia il tempo necessario, va bene, faremo quello che serve.
Poche ore prima, in un'intervista telefonica alla CNN con il giornalista Jake Tapper, Trump aveva anticipato che il peggio deve ancora arrivare. "Non abbiamo ancora cominciato a colpirli davvero", aveva detto al network. "La grande ondata non è ancora arrivata. La più grande sta per arrivare presto". Nella stessa intervista aveva anche descritto come "la più grande sorpresa" del conflitto la risposta militare dell'Iran contro i paesi arabi della regione, come Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che Trump aveva convinto a non intervenire direttamente.
Alla cerimonia, Trump ha onorato i quattro militari americani caduti dall'inizio delle operazioni, promettendo di continuare la missione "con una determinazione feroce e incrollabile". Ha però riconosciuto, come già fatto in precedenti interviste, che altre perdite sono attese. Poco prima, al Pentagono, il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori congiunti, aveva confermato l'invio di ulteriori forze nella regione, affermando che gli Stati Uniti si aspettano "perdite aggiuntive".
Un punto rimasto volutamente ambiguo riguarda la possibilità di inviare truppe di terra in Iran. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che al momento non ci sono soldati americani sul territorio iraniano, ma non ha escluso questa opzione per il futuro. Trump, da parte sua, aveva già dichiarato alla testata New York Post di non avere preclusioni verso l'opzione delle truppe di terra, a differenza di quanto fatto da altri presidenti in passato.
Un altro nodo irrisolto riguarda il futuro politico dell'Iran dopo la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso sabato in un attacco americano-israeliano. Trump, in un'intervista al New York Times concessa da Mar-a-Lago, aveva detto di avere "tre ottime scelte" per la futura guida del paese, senza però fare nomi. Aveva poi offerto una serie di scenari contraddittori: in un caso aveva evocato il modello Venezuela, in cui il governo è rimasto al suo posto dopo la cattura del leader, salvo poi descrivere uno scenario opposto, in cui sarebbe il popolo iraniano a rovesciare il regime dall'interno. I suoi stessi consiglieri gli avrebbero riferito che le profonde differenze culturali e storiche rendono di fatto impossibile replicare in Iran quanto fatto in Venezuela.
Sul piano della comunicazione, l'approccio di Trump ha sorpreso diversi osservatori. I corrispondenti del New York Times presenti alla cerimonia hanno fatto notare come il presidente abbia parlato della guerra contro l'Iran nella stessa occasione in cui ha discusso dei tendaggi dorati che aveva scelto per la Casa Bianca nel suo primo mandato e del nuovo salone da ballo in costruzione nell'edificio. In passato, i presidenti americani hanno tradizionalmente rivolto al paese un discorso formale per spiegare le ragioni di un'entrata in guerra. Trump non l'ha ancora fatto e, secondo i corrispondenti dalla Casa Bianca, non ha dato alcuna indicazione che intenda farlo nei prossimi giorni.