Trump su Cuba: "Posso fare tutto quello che voglio"
Gli Stati Uniti chiedono le dimissioni del presidente Díaz-Canel come condizione per un accordo. L'isola è al buio dopo il collasso della rete elettrica
Il presidente Donald Trump ha dichiarato lunedì alla Casa Bianca di aspettarsi "l'onore di prendere Cuba, in qualche forma", aggiungendo di poter "fare tutto quello che voglio" con l'isola caraibica. Le dichiarazioni, rilasciate ai giornalisti durante un evento nello Studio Ovale, segnano un'ulteriore escalation nella retorica statunitense verso Cuba, in un momento in cui i due Paesi hanno aperto un canale di negoziati e l'isola affronta la peggiore crisi economica da decenni.
Poche ore dopo le parole di Trump, il New York Times ha rivelato un elemento centrale dei colloqui bilaterali: gli Stati Uniti hanno comunicato alla delegazione cubana che il presidente Miguel Díaz-Canel deve lasciare il potere. Secondo quattro fonti a conoscenza delle trattative citate dal quotidiano, i negoziatori americani hanno indicato che la rimozione di Díaz-Canel è una condizione necessaria per qualsiasi progresso significativo, lasciando però ai cubani la gestione dei passaggi successivi. La richiesta non è stata formulata come un ultimatum esplicito, ma presentata come un passo positivo che aprirebbe la strada ad accordi concreti.
L'obiettivo dell'amministrazione Trump, secondo il New York Times, è replicare a Cuba quanto fatto in Venezuela, dove il presidente Nicolás Maduro è stato rimosso dal potere il 3 gennaio con un'operazione militare, ma questa volta senza l'uso della forza. Un intervento armato a Cuba è considerato improbabile dalle fonti del giornale. Dal punto di vista di Washington, i negoziati puntano a una graduale apertura economica dell'isola alle imprese americane, gettando le basi per quello che il quotidiano descrive come uno "Stato cliente", con alcune concessioni politiche simboliche che Trump possa annunciare pubblicamente.
Díaz-Canel, 65 anni, guida Cuba dal 2018 ed è il primo presidente il cui cognome non sia Castro dalla rivoluzione del 1959. È considerato una figura di facciata, priva di reale controllo politico ed economico, scelto come successore dall'ex presidente Raúl Castro, oggi 94enne e ancora influente. Durante la sua presidenza, Cuba ha vissuto le più grandi proteste degli ultimi decenni nel luglio 2021, a cui Díaz-Canel ha risposto con arresti di massa e condanne. Sotto la sua guida, milioni di cubani hanno lasciato il Paese.
Secondo il New York Times, gli Stati Uniti non stanno chiedendo azioni contro i membri della famiglia Castro, che restano i veri detentori del potere. Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro, è uno dei principali negoziatori cubani e parla direttamente con il segretario di Stato Marco Rubio. Secondo le fonti, Rodríguez Castro continuerebbe a guidare il governo dietro le quinte anche dopo un'eventuale uscita di scena di Díaz-Canel, con un'altra figura non appartenente alla famiglia Castro a ricoprire formalmente la carica. Gli americani chiedono anche la rimozione di alcuni funzionari anziani legati all'eredità ideologica di Fidel Castro e il rilascio dei prigionieri politici.
I negoziatori cubani coinvolti nelle trattative avrebbero riconosciuto che la presidenza di Díaz-Canel è stata problematica, ma devono trovare il modo di gestire il cambiamento senza che appaia come un'imposizione di Washington, secondo le fonti del New York Times. Ricardo Zúñiga, ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale nell'amministrazione Obama che condusse i negoziati segreti con Cuba, ha dichiarato al New York Times che la mossa "ha perfettamente senso": Díaz-Canel non è mai stato disponibile a politiche trasformative ed è stato scelto proprio perché non avrebbe introdotto cambiamenti drastici, il che rende facile sacrificarlo nell'attuale braccio di ferro con gli Stati Uniti.
La crisi economica cubana è il principale strumento di pressione americano. Dopo la cattura di Maduro, gli Stati Uniti hanno bloccato tutte le spedizioni di petrolio venezuelano verso Cuba e minacciato di imporre dazi a qualsiasi Paese che venda petrolio all'isola. Anche il Messico, che inviava petrolio a Cuba per ragioni umanitarie, ha interrotto le forniture sotto pressione americana. Cuba dichiara di non ricevere carichi di petrolio da tre mesi. La conseguenza è un razionamento energetico estremo: lunedì la rete elettrica nazionale è collassata, lasciando al buio i dieci milioni di abitanti dell'isola. Gran parte dell'economia si è fermata.
In una conferenza stampa di novanta minuti venerdì, Díaz-Canel ha riconosciuto per la prima volta l'esistenza dei negoziati con gli Stati Uniti e ha attribuito i problemi economici e i blackout all'embargo commerciale americano e al blocco petrolifero imposto da Trump. Ha detto di aspettarsi che i colloqui si svolgano "sotto i principi di uguaglianza e rispetto dei sistemi politici di entrambi i Paesi, sovranità e autodeterminazione". Cuba ha storicamente respinto qualsiasi interferenza nei propri affari interni, considerando proposte di questo tipo come una linea rossa invalicabile per qualsiasi accordo.
Trump, dal canto suo, ha lasciato intendere che Cuba sia solo una questione di tempo. Domenica, a bordo dell'Air Force One, ha detto ai giornalisti: "Stiamo parlando con Cuba, ma faremo l'Iran prima di Cuba". Interrogato sul significato di "prendere Cuba", non ha chiarito se intendesse un'azione diplomatica o militare, limitandosi a dire che Cuba è "una nazione molto indebolita". Oltre una dozzina di presidenti americani si sono opposti al governo comunista cubano negli ultimi decenni, ma Washington ha sempre rispettato l'impegno, assunto con l'Unione Sovietica per risolvere la crisi dei missili del 1962, di non invadere Cuba. La Casa Bianca non ha ancora indicato la base giuridica per un eventuale intervento.