Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina
Un'analisi pubblicata sul Financial Times mostra come la politica estera del presidente americano stia spingendo molti paesi a vedere Pechino come modello, mentre solo il 16% degli europei considera ancora gli Stati Uniti un alleato.
La politica estera aggressiva di Donald Trump sta producendo un effetto paradossale: invece di rafforzare il predominio americano, sta aumentando la simpatia globale verso la Cina. È questa la tesi di Ivan Krastev in un'analisi pubblicata sul Financial Times. Krastev è direttore del Centre for Liberal Strategies e ricercatore presso l'IWM Vienna, oltre che editorialista del quotidiano britannico.
L'analisi si basa su un sondaggio globale commissionato dall'European Council on Foreign Relations e condotto prima dell'operazione militare americana in Venezuela e delle proteste di massa in Iran. Secondo i dati, un numero crescente di persone nel mondo ritiene che l'influenza della Cina continuerà ad aumentare e che questo rappresenti una buona notizia sia per il proprio paese che per il mondo intero.
Krastev individua ragioni concrete per questa tendenza. Molte persone guidano auto elettriche cinesi, hanno installato pannelli solari cinesi, utilizzano DeepSeek e acquistano giocattoli cinesi per i loro figli. L'autore nota inoltre che la Cina, al di là delle esercitazioni militari attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, non conduce operazioni militari offensive oltre quelli che considera i propri confini.
Secondo l'analista, il tentativo di Joe Biden di resuscitare la narrativa della guerra fredda tra democrazie e autocrazie dopo l'invasione russa dell'Ucraina è fallito. Le sanzioni aggressive di Washington contro la Russia hanno prodotto effetti contrari: l'India democratica ha aumentato inizialmente in modo radicale i suoi acquisti di petrolio russo, mentre il Sudafrica democratico è arrivato vicino a schierarsi con Mosca.
L'arrivo di Trump, sostiene Krastev, ha segnato la fine dell'ipocrisia diplomatica. L'autore cita come esempio il Venezuela: se prima Washington giustificava gli interventi in paesi ricchi di petrolio parlando di democrazia o sicurezza, oggi il presidente dichiara apertamente di aver attaccato il Venezuela per il petrolio.
Krastev si interroga sul perché questa franchezza non renda l'America più rispettata. La sua ipotesi è che quando si è potenti, le persone notano solo quando quel potere vacilla. L'autore osserva che il mondo non è rimasto particolarmente impressionato dalla guerra dei dazi di Trump, mentre ha notato la reazione efficace della Cina. Analogamente, la potenza militare americana in Venezuela era attesa, mentre ha colpito il fallimento militare russo in Ucraina.
L'analista sostiene che Trump invidi la Cina e che ora pratichi il capitalismo di stato in stile cinese, come se avesse perso fiducia nel sistema economico americano. Secondo Krastev, il potere genera obbedienza ma non lealtà. Trump ha convinto molti elettori che America First significa America sola, e questo ha conseguenze: solo il 16% degli europei considera l'America un alleato e il 20% la vede come rivale o avversario.
L'autore contrappone questa situazione alla guerra fredda, quando l'America prevalse perché si presentava come diversa, facendo immaginare che la sua vittoria fosse anche la vittoria degli altri. Krastev ritiene che molti membri dell'opposizione venezuelana abbiano perso questa illusione quando hanno capito che l'interesse di Trump per il loro paese riguardava principalmente il petrolio.
La conclusione di Krastev riprende il personaggio Rabbit Angstrom dello scrittore John Updike, che ironizzava sul senso dell'essere americani durante la guerra fredda. L'autore si chiede: senza che l'America rappresenti la libertà, o almeno finga di farlo, qual è il senso di essere filo-americani?