Trump sempre più isolato sulla guerra in Iran: gli alleati si sfilano, Mosca aiuta Teheran
Nessun paese Nato ha accolto l'appello del presidente americano. Mentre l'Europa prende le distanze dal conflitto, la Russia intensifica il sostegno militare a Teheran e nel Golfo cresce il timore di un'escalation fuori controllo.
Ha chiesto aiuto, non lo ha ottenuto e, alla fine, ha sostenuto di non averne mai avuto bisogno. Nel giro di pochi giorni, il presidente Donald Trump è passato dal sollecitare gli alleati a inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz a rivendicare la totale autosufficienza degli Stati Uniti. “Parlando come presidente degli Stati Uniti d’America, di gran lunga il Paese più potente al mondo, non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno”, ha scritto su Truth Social, dopo aver accusato i Paese della NATO di considerare l’Alleanza Atlantica come un rapporto sbilanciato ai danni degli Stati Uniti.
La sequenza degli ultimi giorni racconta un isolamento crescente di Trump, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Solo una settimana fa dichiarava che la guerra era "già vinta" e liquidava con tono sprezzante i piani britannici di inviare una portaerei nella regione. Poi, sabato, l’inversione di rotta: un appello a più Paesi perché dispiegassero navi da guerra a protezione dello Stretto di Hormuz. Ma Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Australia hanno tutti declinato, temendo di essere trascinati in un conflitto più ampio. Anche il confronto con il primo ministro britannico Keir Starmer si è concluso con attriti: alla richiesta di tempo per consultare il proprio team, Trump ha replicato pubblicamente con tono critico. "Non ha bisogno di consultare nessuno, è il primo ministro", ha detto durante un evento.
L'attacco ai Paesi NATO è arrivato pochi minuti dopo un segnale ben più rilevante sul fronte interno: le dimissioni di Joe Kent, responsabile dell’antiterrorismo dell’Amministrazione Trump, che ha definito la guerra ingiustificata. "È evidente che questo conflitto è nato sotto la pressione di Israele e della sua influente lobby negli Stati Uniti", ha scritto sui social, aggiungendo che l’Iran "non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione". Le sue dimissioni mettono in luce una frattura ormai esplicita nella base trumpiana, con diversi esponenti della destra americana apertamente critici nei confronti dei bombardamenti.
I dati essenziali della guerra
"È chiaro che abbiamo iniziato questo conflitto a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana"
Joe Kent Responsabile antiterrorismo — dimessosi ieri dall'Amministrazione Trump per protesta contro la guerra in IranMosca
⟶Teheran
l'attenzione dal caso Epstein?"
Mosca sfrutta lo stallo occidentale
Mentre gli alleati occidentali restano alla finestra, la Russia si muove nella direzione opposta. Secondo il Wall Street Journal, Mosca ha intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Teheran, fornendo immagini satellitari, dati sulle posizioni delle forze americane in Medio Oriente e componenti avanzati per i droni Shahed. Le innovazioni — in navigazione, puntamento e resistenza alla guerra elettronica — sviluppate sul campo di battaglia ucraino vengono ora trasferite all’Iran, in quello che gli analisti descrivono come un vero e proprio flusso tecnologico di ritorno.
Secondo un alto funzionario dell’intelligence europea e un diplomatico mediorientale, questo supporto si sarebbe intensificato nelle prime fasi del conflitto, contribuendo ai recenti attacchi iraniani contro sistemi radar statunitensi: un radar di allerta precoce del sistema Thaad in Giordania, oltre ad altri obiettivi in Bahrein, Kuwait e Oman. Le tattiche iraniane — droni lanciati in sciame per saturare le difese prima di un attacco missilistico — ricalcano ormai da vicino quelle russe in Ucraina.
La Casa Bianca ha minimizzato, sostenendo che "nulla di ciò che viene fornito all’Iran sta influenzando il nostro successo operativo". Ma il conflitto gioca a favore di Mosca su più fronti: erode le scorte americane di intercettori destinati all’Ucraina e, con la chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale — ha fatto impennare i prezzi del greggio, da cui dipende una parte significativa del bilancio russo. "È un’opportunità per Mosca per farci assaggiare la nostra stessa medicina", ha sintetizzato Samuel Charap della Rand Corporation.
Il dilemma dei Paesi del Golfo
Per il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, la guerra è lo scenario che aveva cercato in ogni modo di evitare. Negli ultimi anni aveva scommesso sulla distensione con Teheran, ripristinando le relazioni diplomatiche nel 2023 con la mediazione cinese, convinto che la stabilità regionale fosse il prerequisito per la sua ambiziosa Vision 2030. Ora quella scommessa è platealmente fallita. Da quando è scoppiato il conflitto, l'Iran ha colpito ripetutamente basi americane nel Regno, l'Ambasciata statunitense a Riad, la raffineria di Ras Tanura e il giacimento di Shaybah.
Le conseguenze economiche sono già tangibili. La Formula 1 ha cancellato i gran premi in programma in Arabia Saudita e Bahrein. Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ha avvertito delle "conseguenze catastrofiche" per l'economia mondiale se la guerra dovesse protrarsi. Secondo quanto affermato da Firas Maksad di Eurasia Group al Financial Times, Riyadh dovrà ora "riorientare la spesa verso la difesa", con i tempi della Vision 2030 destinati ad allungarsi.
Anche gli altri Paesi del Golfo sono intrappolati in un calcolo strategico contraddittorio: da un lato vogliono la fine del conflitto, dall’altro temono che un arresto improvviso dell’offensiva lasci ai loro confini un Iran indebolito ma più instabile e aggressivo. A complicare ulteriormente il quadro è il rischio che anche i ribelli Houthi yemeniti sostenuti da Teheran — con cui Riyadh mantiene una fragile tregua dal 2022 — vengano trascinati nel conflitto.
Il fantasma Epstein
Il fronte più insidioso per Trump potrebbe però riaprirsi in patria. Negli Stati Uniti si è diffuso un sospetto crescente — alimentato da esponenti politici di entrambi gli schieramenti, commentatori e sondaggi — che la guerra sia stata avviata per distogliere l’attenzione dal caso Epstein. La tempistica ha rafforzato questi dubbi: quattro giorni prima dei bombardamenti del 28 febbraio, era emerso che il Dipartimento di Giustizia aveva rimosso oltre cinquanta pagine di interviste riguardanti Trump dai fascicoli del caso, inclusa la testimonianza di una donna che sostiene di aver subìto abusi dal futuro presidente quando aveva tra i 13 e i 15 anni.
La Casa Bianca ha liquidato le accuse come "così ridicole da poter essere concepite solo da veri idioti", ma i sondaggi restituiscono un quadro più articolato. Un rilevamento commissionato da Zeteo indica che il 52% degli americani ritiene che Trump abbia attaccato l’Iran anche in relazione alle rivelazioni su Epstein — una percentuale che sale all’81% tra i democratici e scende al 26% tra i repubblicani.
Le critiche arrivano da più fronti. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha osservato che "bombardare un paese dall’altra parte del mondo non farà sparire i file Epstein". L’ex deputata Marjorie Taylor Greene, fino a pochi mesi fa tra le più fedeli sostenitrici del presidente e oggi tra le sue principali voci critiche da destra, ha denunciato fin dal primo giorno "una guerra per conto di Israele". Dubbi analoghi sono stati espressi anche da Joe Rogan, il podcaster più ascoltato d’America, che gli aveva dato l'endorsement durante la campagna elettorale del 2024.