Trump mette sotto pressione la NATO sullo Stretto di Hormuz: “Aiutateci o l’Alleanza avrà un futuro molto negativo”
Il presidente americano avverte gli alleati: conseguenze "molto negative" per chi non aiuterà a riaprire il passaggio marittimo. L'Europa temporeggia, i prezzi del petrolio continuano a salire.
Donald Trump ha lanciato un ultimatum agli alleati della NATO: se i Paesi dell’Alleanza non aiuteranno gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz, le conseguenze per il futuro della cooperazione transatlantica potrebbero essere “molto negative”. L’avvertimento arriva mentre Washington fatica a costruire una coalizione militare internazionale capace di garantire la sicurezza della navigazione nello stretto. I principali alleati europei e asiatici, finora, si sono mostrati a dir poco riluttanti a inviare navi da guerra nella regione.
Secondo quanto riportato da Axios, la Casa Bianca punta ad annunciare già questa settimana la creazione di una forza multinazionale, ribattezzata informalmente “Coalizione Hormuz”. Nessun Paese ha finora assunto impegni pubblici, ma funzionari americani ritengono possibile che alcuni governi dichiarino il proprio sostegno nei prossimi giorni. Ai partner verrebbe chiesto di contribuire con unità navali, sistemi di comando e controllo, droni e altre risorse militari. I dettagli operativi — chi fornirà quali mezzi e con quali tempistiche — dovrebbero essere definiti in una fase successiva dei negoziati.
Per aumentare la pressione sugli alleati, Trump ha anche criticato apertamente il mancato contributo europeo all'operazione militare in corso. In un’intervista telefonica al Financial Times ha affermato che gli Stati Uniti “non avrebbero dovuto aiutare” l’Europa nella guerra in Ucraina, ricordando che il conflitto si svolge “a migliaia di km di distanza” dal territorio americano. “Ora vedremo se ci aiuteranno”, ha detto il presidente.
“Da tempo sostengo che noi siamo pronti a esserci per loro, ma loro non sempre sono pronti a esserci per noi. E non sono sicuro che questa volta lo saranno”.
Trump ha inoltre indicato con precisione il tipo di supporto che Washington si aspetta: dragamine — di cui le marine europee dispongono in numero maggiore rispetto a quella statunitense — e forze speciali per neutralizzare le unità iraniane impegnate nel lancio di droni o nella posa di mine nel Golfo Persico.
Il conflitto ha già avuto ripercussioni dirette sugli alleati occidentali. Giovedì un soldato francese è stato ucciso in un attacco con droni iraniani in Iraq, mentre ieri un aereo italiano è stato distrutto in una base militare in Kuwait. Trump, tuttavia, ha ridimensionato la capacità militare residua di Teheran. Secondo il presidente, gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele avrebbero “decimato” le forze armate iraniane. “Non hanno più marina, né difesa aerea, né aeronautica”, ha dichiarato al Financial Times. “L’unica cosa che possono fare è creare qualche problema piazzando una mina nell’acqua”.
Le rassicurazioni della Casa Bianca, però, non sembrano aver convinto gli alleati. La risposta internazionale resta prudente. Il Telegraph riferisce che il primo ministro britannico Keir Starmer avrebbe rifiutato di inviare navi da guerra nello stretto. Il ministro dell’Energia Ed Miliband ha spiegato che Londra sta valutando diverse opzioni — tra cui l’impiego di droni per la ricerca di mine — senza però assumere impegni concreti. La cautela britannica ha irritato Trump, che nell’intervista al Financial Times ha espresso apertamente la sua frustrazione. “Il Regno Unito è forse il nostro alleato più antico e più stretto”, ha detto.
“Ma quando ho chiesto loro di aiutarci non hanno voluto. Solo dopo che abbiamo eliminato la capacità di minaccia dell’Iran hanno detto: ‘Manderemo due navi’. Io ho risposto che queste navi ci servono prima di vincere, non dopo”.
Secondo il Telegraph anche Francia, Germania e Corea del Sud sarebbero però riluttanti a inviare unità navali nel Golfo Persico. Reuters riferisce inoltre che Giappone e Australia hanno escluso, almeno per ora, la partecipazione con proprie navi da guerra.
Washington sta così cercando di coinvolgere anche la Cina. Trump ha ricordato che circa il 90% del petrolio importato da Pechino passa attraverso lo Stretto di Hormuz e ha dichiarato di aspettarsi una risposta chiara prima del vertice con il presidente Xi Jinping previsto per la fine di marzo. In caso contrario, ha lasciato intendere che il viaggio in Cina potrebbe essere rinviato. Domenica il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha incontrato a Parigi il vicepremier cinese He Lifeng proprio per preparare il vertice bilaterale.
L’incontro è avvenuto pochi giorni dopo che, secondo la CNN, un funzionario iraniano avrebbe suggerito che Teheran potrebbe consentire il passaggio sicuro delle petroliere a condizione che il petrolio venga pagato in yuan cinesi anziché in dollari — una proposta respinta con fermezza da Washington.
Parallelamente alle iniziative diplomatiche, la Casa Bianca starebbe valutando anche opzioni militari più radicali. Funzionari statunitensi citati da Axios affermano che Trump starebbe considerando seriamente l’ipotesi di occupare l’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, situato a circa 25 chilometri dalla costa. Da lì transita circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese. Un’operazione del genere richiederebbe l’impiego di truppe di terra americane. Secondo un funzionario citato dal sito, colpire Kharg rappresenterebbe “un colpo economico fatale per il regime”, privando Teheran della sua principale fonte di entrate.
Venerdì Trump ha già ordinato attacchi contro installazioni militari sull’isola, evitando però di colpire le infrastrutture petrolifere. Il presidente ha avvertito che queste potrebbero diventare obiettivi se l’Iran continuerà a interferire con il “passaggio libero e sicuro delle navi”. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha scritto su X che “chi controlla l’isola di Kharg controlla il destino di questa guerra”. Tuttavia, un alto funzionario della Casa Bianca ha precisato che il presidente non ha ancora preso una decisione definitiva, anche perché un’operazione di questo tipo potrebbe provocare pesanti ritorsioni iraniane contro le infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita.
Lo Stretto di Hormuz resta intanto il nodo strategico della crisi. Prima dello scoppio del conflitto attraverso questo passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e fino al 30% del gas naturale liquefatto. Dopo l’inizio delle operazioni militari statunitensi e israeliane, l’Iran ha di fatto bloccato il traffico nello stretto. Teheran impedisce ai Paesi del Golfo di esportare il proprio greggio, ma consente il passaggio delle petroliere che trasportano petrolio iraniano, in particolare verso la Cina.
L’impatto sui mercati energetici è stato immediato. Dall’inizio della guerra il prezzo del greggio è aumentato di circa il 49% e il Brent ha raggiunto questa mattina i 106 dollari al barile. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è salito di circa 70 centesimi al gallone, arrivando a 3,70 dollari alla pompa.