Trump lancia una coalizione anti-cartelli con i leader latinoamericani
Con il summit "Shield of the Americas" a Doral, il presidente forma un'alleanza di 17 paesi che esclude Messico, Brasile e Colombia, i tre attori chiave nella lotta al narcotraffico
Il presidente Donald Trump ha lanciato sabato una coalizione militare contro i cartelli della droga, riunendo nel suo resort di Doral, in Florida, oltre una decina di leader latinoamericani e caraibici di orientamento conservatore. Il summit, battezzato "Shield of the Americas", si è concluso con la firma di una proclamazione che impegna 17 paesi all'uso della "forza" contro le organizzazioni criminali transnazionali.
Nel suo discorso di apertura, durato oltre trenta minuti, Trump ha invitato i paesi della regione a usare i propri eserciti contro i cartelli, offrendo anche il supporto militare americano, incluso l'uso di missili. "L'unico modo per sconfiggere questi nemici è scatenare la potenza delle nostre forze armate", ha detto il presidente. Trump ha poi aggiunto, rivolgendosi direttamente ai leader presenti, che se avessero avuto bisogno di aiuto, avrebbero potuto contare sugli Stati Uniti: "Volete che usiamo un missile? Sono estremamente precisi."
Tra i leader presenti c'erano il presidente argentino Javier Milei, il salvadoregno Nayib Bukele, noto per la sua durissima repressione delle gang, l'ecuadoriano Daniel Noboa, che ha recentemente avviato operazioni militari congiunte con Washington contro il narcotraffico, e il presidente eletto del Cile, José Antonio Kast. Erano inoltre presenti i leader di Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.
Le assenze più significative sono quelle di Messico, Brasile e Colombia. I primi due paesi sono guidati rispettivamente da Claudia Sheinbaum e Luiz Inácio Lula da Silva, entrambi di sinistra. Trump ha attaccato direttamente la Sheinbaum, definendo il Messico "l'epicentro della violenza dei cartelli" e lamentando che ogni volta che le offre aiuto per eradicare i gruppi criminali, lei risponda con un rifiuto. La presidente messicana ha detto ai giornalisti di mantenere "la testa fredda" di fronte alle dichiarazioni di Trump.
Per Irene Mia, esperta di America Latina presso l'International Institute for Strategic Studies, la crisi della sicurezza nella regione ha contribuito alle recenti vittorie elettorali della destra e ha ridotto la resistenza tradizionalmente opposta all'interventismo americano. Mia ha però avvertito, in dichiarazioni all'agenzia AFP, che senza Messico e Brasile la coalizione avrà difficoltà a incidere concretamente sul narcotraffico, dato il ruolo centrale dei cartelli messicani nella filiera dello spaccio e l'importanza dei porti brasiliani come rotte verso l'Europa.
Il summit si è svolto sullo sfondo della guerra che gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno lanciato contro l'Iran una settimana fa, un conflitto che ha già causato centinaia di vittime e sconvolto i mercati globali. Trump ha comunque trovato spazio per occuparsi del cortile di casa, con un discorso che ha toccato temi lontanissimi dai cartelli: dall'Ucraina al Pakistan, dalle navi da guerra allo zucchero dominicano, fino a una battuta sui traduttori. "Non sto imparando la vostra dannata lingua", ha detto Trump al gruppo di leader per lo più ispanofoni. "Non ho tempo." Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha echeggiato il tono: "Io parlo solo americano."
Trump ha anche ribadito le sue minacce verso Cuba, definendo il paese "agli ultimi momenti di vita" per mancanza di denaro e petrolio, e ha lasciato intendere che potrebbe essere il prossimo obiettivo dopo Venezuela e Iran. Sul fronte venezuelano, Trump ha ricordato la cattura del presidente Nicolás Maduro a gennaio, presentata come il primo esempio concreto dell'approccio più muscolare degli Stati Uniti nella regione.
Il summit va inquadrato nella più ampia strategia dell'amministrazione Trump di contrastare l'influenza cinese in America Latina. Senza citare direttamente Pechino, Trump ha avvertito che gli Stati Uniti non permetteranno a "influenze straniere ostili" di prendere piede nell'emisfero occidentale, incluso il Canale di Panama. Secondo dati citati da Reuters, il commercio della Cina con la regione ha raggiunto circa 518 miliardi di dollari nel 2024, e Pechino ha erogato oltre 120 miliardi di dollari in prestiti a governi dell'emisfero. Kevin Gallagher, direttore del Global Development Policy Center della Boston University, ha dichiarato a CBS News che "gli Stati Uniti offrono alla regione dazi, rimpatri e militarizzazione, mentre la Cina offre commercio e investimenti", suggerendo che i leader della regione farebbero bene a mantenersi neutrali per sfruttare a proprio vantaggio la rivalità tra le due potenze.
Il contrasto con il passato è netto. Richard Feinberg, che contribuì a organizzare il primo Summit delle Americhe nel 1994 durante l'amministrazione Clinton e oggi è professore emerito all'Università della California a San Diego, ha dichiarato a CBS News che quella prima edizione, con 34 nazioni e un'agenda negoziale ampia, "proiettava inclusione, consenso e ottimismo", mentre il summit di Doral, convocato in fretta con una dozzina di partecipanti riuniti attorno a una figura dominante, evoca una "difensività accovacciata."