Trump: "La guerra è quasi conclusa", ma gli Usa valutano di prendere il controllo dello Stretto di Hormuz
Il presidente americano si dice sempre più convinto della vittoria militare sull'Iran, anche se l'impennata dei prezzi del petrolio comincia a creare tensioni all'interno dello stesso Partito Repubblicano.
Donald Trump ha dichiarato questa sera che il conflitto con l'Iran è ormai «praticamente concluso», descrivendo le Forze Armate iraniane come ormai militarmente annientate. In un'intervista telefonica a CBS News dal suo golf club di Doral, in Florida, il presidente ha affermato che Teheran «non ha più una marina, né comunicazioni, né un'aeronautica», e che i suoi missili sono «ridotti a pochi dispersi». Le forze americane hanno colpito oltre 3.000 obiettivi iraniani nella prima settimana di operazioni, e Trump ha sostenuto di trovarsi «molto in anticipo sui tempi» rispetto alle previsioni iniziali di un conflitto della durata di circa un mese.
Eppure, lo stesso giorno in cui il presidente ha annunciato la vittoria imminente, il Dipartimento della Difesa ha pubblicato su X un messaggio che sembra in netta contraddizione: «We have Only Just Begun to Fight» («Abbiamo appena cominciato a combattere»), accompagnato dalla parola «no mercy».
We have Only Just Begun to Fight. pic.twitter.com/PWM84ksTkw
— DOW Rapid Response (@DOWResponse) March 9, 2026
Lo Stretto di Hormuz e il nodo dell'isola di Kharg
A parte le dichiarazioni contradditorie, al centro delle preoccupazioni strategiche ed economiche resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% dell'offerta globale di petrolio e che è di fatto bloccato dall'inizio del conflitto. Nella sua intervista, Trump ha minacciato ritorsioni durissime nel caso l'Iran tentasse di ostruire ulteriormente il passaggio: «Hanno lanciato tutto quello che avevano da lanciare, e farebbero bene a non tentare nulla. Se facessero qualcosa di grave, sarebbe la fine dell'Iran». Il presidente ha anche aggiunto di stare valutando «di assumere il controllo» dello Stretto.
Si fa così strada una opzione in particolare: quella di prendere possesso dell'isola di Kharg, a circa 25 km dalla costa iraniana, attraverso cui passa tra l'80 e il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane secondo Ian Bremmer, fondatore di GZERO Media. Funzionari dell'Amministrazione Trump hanno confermato ad Axios che la possibilità è stata discussa. Marc Gustafson, già responsabile della White House Situation Room e oggi senior director di Eurasia Group, ha avvertito tuttavia che l'operazione richiederebbe truppe di terra — scelta controversa in un anno elettorale — e potrebbe spingere ulteriormente al rialzo i prezzi del greggio.
Prezzi del petrolio e tensioni politiche interne
Le conseguenze economiche del conflitto continuano a farsi sentire con forza. Il prezzo del greggio West Texas Intermediate ha superato brevemente oggi i 100 dollari al barile — livello non toccato dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 — prima di attestarsi intorno agli 85 dollari. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha intanto superato i 3,47 dollari al gallone, quasi 50 centesimi in più rispetto a una settimana fa. Le piattaforme di scommesse online riflettono il crescente nervosismo: Kalshi stima al 34% la probabilità di una recessione americana nel 2026, mentre Polymarket la colloca al 31% entro fine anno.
Queste cifre pesano direttamente sull'agenda politica repubblicana. Analisti di Evercore ISI hanno stimato che l'impatto dei prezzi energetici potrebbe azzerare i benefici fiscali del cosiddetto «big, beautiful bill» per almeno il 30% più povero degli americani. Le preoccupazioni circolano anche tra i ranghi del partito: «Se sei un repubblicano e non sei preoccupato in questo momento, sei stupido», avrebbe detto un deputato repubblicano che ha chiesto l'anonimato. Il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha riconosciuto che il prezzo della benzina è «sempre una sorta di parametro» politico, auspicando che le operazioni in Iran «non diventino una situazione prolungata». La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha assicurato che i prezzi «scenderanno drasticamente una volta raggiunti gli obiettivi dell'Operazione Epic Fury», ma con i costi ancora elevati la distanza tra le rassicurazioni dell'Amministrazione e la realtà percepita dagli americani alla pompa di benzina resta difficile da colmare.
L'opinione pubblica americana
A fotografare bene il clima nell'opinione pubblica è un nuovo sondaggio pubblicato oggi della Quinnipiac University condotto tra il 6 e l'8 marzo su 1.002 elettori registrati. Nel sondaggio 53% degli intervistati si dichiara contrario all'intervento militare contro l'Iran, contro il 40% favorevole: un orientamento trasversale, guidato dai democratici (89% contrari) e dagli indipendenti (60%), mentre i repubblicani si dicono largamente a favore (85%). L'opposizione sale ulteriormente quando si parla di truppe di terra: il 74% vi si oppone, incluso il 52% degli stessi repubblicani.
Il 62% degli intervistati ritiene che l'Amministrazione non abbia fornito una spiegazione chiara delle ragioni del conflitto, e il 59% è del parere che il presidente avrebbe dovuto ottenere l'approvazione del Congresso prima di agire. Sul fronte economico, il 74% si dice preoccupato per l'aumento dei prezzi energetici. Quanto alle prospettive, il 71% prevede che il conflitto durerà mesi, un anno o più. «Gli americani non vedono una fine rapida all'enorme sconvolgimento in Medio Oriente», ha commentato Tim Malloy, analista della Quinnipiac University Poll.