Trump davanti al bivio: negoziati fino all'ultimo minuto o attacco all’Iran entro stasera
Ultime ore prima della scadenza fissata dal presidente statunitense: mediatori al lavoro per evitare un’escalation, ma resta pronto un piano di bombardamenti su larga scala contro le infrastrutture iraniane nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.
Donald Trump si trova dinanzi a uno dei passaggi più delicati del conflitto in corso con l’Iran. Entro le 20 di oggi, ora di Washington, cioè le 2 del mattino di domani in Italia, il presidente degli Stati Uniti dovrà decidere se dare seguito alle minacce di un attacco massiccio contro Teheran oppure lasciare ancora spazio alla diplomazia, che nelle ultime ore si è intensificata lontano dai riflettori. Sul tavolo restano due esiti opposti: da un lato un possibile accordo, o almeno una proroga dell’ultimatum; dall’altro il via libera a un’operazione militare su vasta scala contro infrastrutture iraniane strategiche e civili, con effetti potenzialmente devastanti per la popolazione e per l’intero equilibrio della regione.
Trump ha descritto pubblicamente, con toni drammatici, ciò che potrebbe accadere in caso di fallimento dei colloqui, evocando la possibilità di colpire nel giro di poche ore ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture. Al tempo stesso, però, ha continuato a lasciare aperto il canale negoziale, sostenendo che un’intesa resta possibile. È questa doppia linea a definire il momento: la Casa Bianca punta a mantenere Teheran sotto la massima pressione, senza chiudere del tutto la strada a una soluzione diplomatica.
In questo quadro si sono intensificati anche gli sforzi dei mediatori internazionali. Pakistan, Egitto e Turchia stanno cercando di costruire un’intesa preliminare su alcuni punti che consenta, almeno, di superare l’impatto immediato della scadenza e di guadagnare altro tempo. Secondo diverse fonti, l’Iran ha presentato una risposta articolata in dieci punti alle proposte americane. A Washington il documento è stato giudicato ancora lontano dalle richieste americane, ma non interpretato come una chiusura definitiva: viene considerato piuttosto una base ancora negoziabile, aperta a modifiche e riscritture. Il punto, per gli Stati Uniti, è capire se da Teheran arriveranno segnali sufficientemente concreti da giustificare un nuovo rinvio dell’ultimatum.
Le divisioni a Washington e l’opzione militare
È su questo snodo che si misura la tensione interna all’Amministrazione americana. Tra le figure più impegnate nei contatti diplomatici ci sono il vicepresidente JD Vance, l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner, che insistono nel tentare fino all’ultimo una via d’uscita politica. Il ragionamento è che, se un’intesa dovesse apparire davvero a portata di mano, Trump potrebbe anche decidere di sospendere temporaneamente l’opzione militare. Nell’apparato della sicurezza e della difesa, però, continuano a prevalere scetticismo e riserve sulla possibilità che sia davvero la volta decisiva. Tra i più cauti si fa strada la convinzione che il tempo residuo sia minimo e che la lentezza del processo decisionale iraniano renda estremamente difficile arrivare a un compromesso entro la scadenza fissata dalla Casa Bianca.
Attorno a Trump si esercitano inoltre pressioni politiche divergenti. Da un lato c’è chi sollecita di sfruttare fino in fondo l’occasione per chiudere un accordo, dall’altro chi considera che fermarsi in assenza di concessioni rilevanti da parte iraniana equivarrebbe a dare un segnale di debolezza. Tra le condizioni sostenute dai falchi figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo e la rinuncia totale dell’Iran all’uranio altamente arricchito, richieste che al momento appaiono difficilmente praticabili nel giro di poche ore. In questo contesto, la decisione finale resta fortemente accentrata e affidata, in ultima istanza, al presidente.
Il problema, per gli Stati Uniti e per gli alleati della regione, è che questo conto alla rovescia si colloca in una fase di massima instabilità. Washington e Israele avrebbero già predisposto diverse opzioni operative per colpire su larga scala le infrastrutture iraniane, compresi ponti e centrali elettriche, attivabili rapidamente su ordine del presidente. La loro stessa esistenza rafforza la credibilità della minaccia americana, ma accresce anche il rischio che un fallimento dei colloqui si traduca rapidamente in un salto di qualità del conflitto.
Le ricadute del conflitto e le prossime ore
Nel frattempo la guerra sta già producendo effetti economici e politici anche al di fuori del teatro strettamente militare. I timori per la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo e per il futuro dello Stretto di Hormuz hanno contribuito a spingere verso l’alto i prezzi del petrolio, alimentando nuove pressioni sui mercati e sui consumatori. Negli Stati Uniti, inoltre, il conflitto sta aggravando anche lo scontro politico interno. Una deputata democratica ha annunciato l’intenzione di avviare una procedura di impeachment contro il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ritenendolo responsabile della gestione delle operazioni legate all’Iran. Si tratta di un’iniziativa con possibilità politiche molto ridotte, ma che segnala il crescente livello di critiche attorno alla conduzione della guerra.
A rendere ancora più incerto il quadro è stata la stessa ammissione di Trump, che ha riconosciuto di non essere in grado di dire se il conflitto stia andando verso una riduzione della tensione o verso un’ulteriore escalation. Il presidente ha lasciato intendere che la valutazione cambia di ora in ora, sulla base dell’evoluzione dei contatti e delle risposte iraniane. Non c’è, dunque, una traiettoria già definita: c’è un ultimatum, c’è una minaccia militare credibile, ci sono negoziati ancora aperti e c’è soprattutto una decisione finale che dipenderà dal giudizio politico del presidente al momento della scadenza.
Per questo le prossime ore saranno decisive non solo per l’Iran, ma per l’intero equilibrio del Medio Oriente. Se i mediatori riusciranno a ottenere da Teheran un segnale ritenuto sufficiente dalla Casa Bianca, Trump potrebbe scegliere di concedere ancora margine alla diplomazia. In caso contrario, la finestra per evitare un attacco su larga scala rischia di chiudersi, aprendo la strada a una fase nuova e ancora più pericolosa del conflitto, le cui conseguenze potrebbero propagarsi rapidamente ben oltre la regione.