Trump come figura storica: la teoria di Hegel applicata alla presidenza americana

Un'analisi pubblicata da Notus paragona Trump ai "grandi individui storici" del filosofo tedesco. L'autore sostiene che i cambiamenti impressi dal presidente sopravviveranno alla sua presidenza

Trump come figura storica: la teoria di Hegel applicata alla presidenza americana
Official White House Photo by Joyce N. Boghosian

Il filosofo tedesco Hegel, morto nel 1831, potrebbe offrire la chiave per comprendere la presidenza di Donald Trump. È la tesi di John B. Judis, autore e analista politico, in un lungo saggio pubblicato da Notus. Judis sostiene che Trump corrisponde al profilo dell'"individuo storico-universale" teorizzato da Hegel: una figura che accelera il passaggio da un'epoca a un'altra, spesso senza comprendere appieno la portata delle proprie azioni, e i cui risultati finiscono per divergere dalle intenzioni originarie.

Judis parte da una premessa: tra i Democratici si è diffuso un crescente ottimismo. Le vittorie nelle elezioni per i governatori in New Jersey e Virginia lo scorso novembre, i buoni risultati in distretti tradizionalmente repubblicani e i sondaggi sfavorevoli a Trump alimentano la speranza di una svolta. Il capogruppo democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, il mese scorso ha dichiarato che i Democratici "sono sul punto di conquistare la maggioranza". La guerra in Iran è impopolare, i prezzi della benzina sono in aumento e le elezioni di metà mandato del prossimo novembre potrebbero effettivamente premiare l'opposizione.

Tuttavia, secondo Judis, i Democratici commettono un errore di prospettiva concentrandosi sulla persona di Trump senza cogliere la portata dei cambiamenti strutturali che la sua presidenza ha messo in moto. "Trump potrebbe presto cadere in disgrazia, ma lui e la sua amministrazione hanno avviato trasformazioni di lungo periodo che resteranno con noi per il futuro prevedibile", scrive Judis. A chi, come il commentatore del Guardian Simon Tisdall, definisce Trump "una macchia, uno sgradevole sbaffo sulla tela" della storia, Judis risponde che questa lettura è profondamente sbagliata.

Il parallelo con Hegel funziona, secondo l'autore, perché il filosofo tedesco vedeva la storia come una successione di fasi, scandite da momenti di crisi in cui emergono figure capaci di imporre il passaggio a una nuova era. Alessandro Magno diffuse la cultura greca in Asia e Nord Africa, Giulio Cesare trasformò Roma da repubblica a impero, Napoleone pose fine al feudalesimo e al Sacro Romano Impero. Questi individui, scriveva Hegel, erano "uomini d'azione, non filosofi", mossi da impulsi che spesso non comprendevano fino in fondo, e le cui imprese lasciavano dietro di sé distruzione e sofferenza.

Judis ricostruisce il contesto in cui Trump è emerso come figura politica. Quando si affacciò sulla scena nel 2015, il consenso che aveva dominato per decenni si stava già sgretolando. Sul piano economico, il neoliberismo, fondato sulla libera circolazione di merci, capitali e lavoro, aveva prodotto l'Organizzazione mondiale del commercio ma anche la Grande Recessione del 2008. Sul piano geopolitico, l'internazionalismo liberale, che puntava a diffondere democrazia e capitalismo anche con interventi militari, aveva fallito in Iraq e Afghanistan. L'ingresso della Cina nell'Omc aveva provocato la perdita massiccia di posti di lavoro nel settore manifatturiero occidentale. L'espansione della Nato aveva spinto la Russia alla guerra in Georgia e Ucraina. L'immigrazione irregolare era diventata ingestibile sia negli Stati Uniti sia in Europa.

Trump, nel primo mandato, aveva preso di mira questi presupposti: aveva rigettato il libero commercio, imposto dazi, avviato la costruzione del muro al confine, ridimensionato l'impegno nelle alleanze internazionali e negoziato la fine della guerra in Afghanistan. Nel secondo mandato, secondo Judis, è andato molto oltre. Ha imposto dazi globali e punitivi, ha potenziato le espulsioni di immigrati irregolari attraverso operazioni paramilitari, ha tagliato i fondi all'Onu, ha proposto di sostituire il Consiglio di Sicurezza con un "Board of Peace" di sua creazione, si è allontanato dall'Ucraina e ha avviato azioni militari in Venezuela e Iran, non per diffondere la democrazia ma per esercitare il controllo su nazioni ricche di petrolio.

L'autore ricorda che già nel 2018 Henry Kissinger, in un'intervista al Financial Times, aveva offerto una lettura simile: "Penso che Trump possa essere una di quelle figure che appaiono di tanto in tanto per segnare la fine di un'era e costringerla ad abbandonare le sue vecchie pretese. Non significa necessariamente che lui ne sia consapevole".

Judis elenca i cambiamenti che considera irreversibili. Sul commercio, osserva che persino Joe Biden aveva mantenuto i dazi del primo mandato di Trump, e che il ritorno al libero scambio appare improbabile. Trump ha inferto un colpo potenzialmente fatale a istituzioni internazionali come l'Onu e la Nato, minando la fiducia che teneva insieme le alleanze del dopoguerra. Ha inviato segnali contraddittori sull'Articolo 5, quello che obbliga i paesi Nato a difendersi reciprocamente. In America Latina ha tentato di imporre la leadership americana con la coercizione. In Asia, alleati che dipendono dall'ombrello nucleare statunitense hanno preso nota dell'inaffidabilità di Washington.

Le conseguenze, secondo l'analisi di Judis, potrebbero essere profonde. Una nuova recessione provocata dalla contrazione del commercio, dalla deregolamentazione finanziaria e dall'impatto dell'intelligenza artificiale sull'occupazione. La possibile perdita dello status del dollaro come principale valuta di riserva globale, un'eventualità che impedirebbe agli Stati Uniti di sostenere grandi deficit di bilancio. La proliferazione di armi nucleari, con paesi che potrebbero abbandonare il Trattato di non proliferazione per dotarsi di un proprio arsenale.

Ma Judis riconosce anche che Trump, come gli individui storico-universali di Hegel, ha ecceduto. La promessa di espellere gli immigrati irregolari che avevano commesso reati si è trasformata in retate indiscriminate. La richiesta agli alleati Nato di spendere di più per la difesa è diventata un tentativo di sottrarre la Groenlandia alla Danimarca. I dazi a protezione di industrie strategiche sono diventati strumenti punitivi per eliminare i deficit commerciali e finanziare tagli fiscali per le imprese e i più ricchi. Le politiche industriali del primo mandato, che avevano prodotto il successo della Operation Warp Speed per i vaccini contro il Covid-19, hanno ceduto il passo al definanziamento della ricerca medica e scientifica e all'abbandono delle energie rinnovabili.

"Chiunque vincerà la Casa Bianca nel 2028 erediterà un'economia internazionale frammentata, alleanze spezzate e avversari imbaldanziti", conclude Judis, "per non parlare di un elettorato diviso e arrabbiato. Quel presidente, e i presidenti per molti anni a venire, opereranno in un mondo difficile e pericoloso, un mondo che Trump ha ridisegnato".

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