Trump attacca i media sulla guerra in Iran mentre crolla il sostegno americano a Israele
Il presidente invoca accuse di tradimento per la stampa e minaccia la revoca delle licenze tv. Intanto un nuovo sondaggio NBC rivela uno spostamento storico dell’opinione pubblica a favore dei palestinesi, con possibili ricadute sulle primarie democratiche.
Il presidente Donald Trump ha evocato accuse di tradimento contro la stampa americana che sta coprendo la guerra in Iran. In un lungo post pubblicato ieri su Truth Social, Trump ha sostenuto che l’Iran starebbe "alimentando" i media statunitensi con campagne di disinformazione, utilizzando anche strumenti di intelligenza artificiale per fabbricare contenuti falsi. Tra gli esempi citati dal presidente c’è un video — la cui veridicità è stata già smentita da un fact-check di AFP — che mostrerebbe la portaerei USS Abraham Lincoln in fiamme. Trump ha inoltre definito falso un articolo del Wall Street Journal secondo cui alcuni aerei cisterna americani sarebbero stati colpiti in una base saudita.
"La notizia era consapevolmente falsa e i media che l’hanno diffusa dovrebbero essere accusati di tradimento", ha scritto il presidente. Negli Stati Uniti il tradimento è un reato estremamente grave, che in teoria può essere punito anche con la pena di morte.
Il tono non è cambiato neppure a bordo dell’Air Force One, dove il presidente si è rivolto direttamente ai giornalisti definendo "criminale" la loro copertura della guerra. Ha rifiutato di rispondere alle domande di una giornalista della ABC, liquidando la sua emittente come "una delle organizzazioni più corrotte del pianeta", e quando una reporter gli ha chiesto conto dell’invio di 5.000 marines l’ha definita "una persona molto sgradevole", passando la parola a un collega uomo.
I nuovi attacchi contro la stampa hanno trovato sponda istituzionale in Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission (FCC), l’autorità federale che regola le telecomunicazioni e rilascia le licenze alle emittenti televisive e radiofoniche. Carr nei giorni precedenti aveva minacciato la revoca delle licenze alle emittenti che, a suo giudizio, non coprono la guerra nell’interesse pubblico, diffondendo invece "bufale e distorsioni". Trump si è detto "entusiasta" di queste minacce, accusando le emittenti di sfruttare frequenze pubbliche per "perpetuare menzogne".
L’opinione pubblica americana cambia rotta su Israele
Intanto, la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto a Gaza stanno modificando radicalmente l’atteggiamento degli americani verso Israele. Un sondaggio di NBC News condotto su 1.000 elettori registrati fotografa un ribaltamento storico: il 40% degli intervistati simpatizza ora con i palestinesi, mentre il 39% con gli israeliani. Nel 2013 le proporzioni erano del 45% per Israele e il 13% per i palestinesi. Lo spostamento è netto in particolare tra democratici e indipendenti: quasi il 60% dei primi e il 50% dei secondi hanno oggi un’opinione negativa di Israele. Tra i giovani sotto i 35 anni, quasi due terzi considerano Israele negativamente. Solo l'elettorato repubblicani resta stabile, con due terzi degli elettori dalla parte degli israeliani. "Questa situazione è irriconoscibile rispetto a quella dell’America negli ultimi venti, trent’anni", ha commentato il sondaggista repubblicano Bill McInturff.
Le conseguenze di questo spostamento nell'opinione pubblica si avvertono anche nelle primarie democratiche. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva campagna militare israeliana a Gaza — che ha causato oltre 72.000 vittime secondo le autorità sanitarie locali — hanno rappresentato un punto di svolta. Decine di deputati democratici sostengono ora restrizioni alla vendita di armi a Israele. L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il suo super PAC United Democracy Project hanno investito oltre 100 milioni di dollari nelle ultime due tornate elettorali per sostenere candidati filoisraeliani, ma l’efficacia di questi investimenti mostra sempre più crepe: in New Jersey la campagna contro l’ex deputato Tom Malinowski ha favorito la candidata progressista Analilia Mejia, e in North Carolina la deputata Valerie Foushee ha annunciato che non accetterà più fondi dall’AIPAC.
Il banco di prova più significativo saranno però le primarie di Chicago di domani, dove il ritiro di diversi deputati ha aperto una serie di sfide particolarmente competitive. In questo contesto, lo United Democracy Project ha investito oltre cinque milioni di dollari per sostenere la tesoriera comunale Melissa Conyears-Ervin, mentre gruppi finanziati in modo anonimo hanno speso milioni anche in altri distretti. Questi interventi hanno alimentato il sospetto che l’AIPAC stia conducendo una vera e propria campagna dietro le quinte contro i candidati progressisti. In diversi collegi, esponenti sostenuti dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez si trovano così a sfidare avversari appoggiati da organizzazioni legate alla lobby filoisraeliana. In questo clima, ha osservato il sondaggista democratico Jeff Horwitt, «i candidati sono costretti a confrontarsi con questa questione in modi che non avevano mai dovuto affrontare prima», anche alla luce proprio dello spostamento dell’opinione pubblica sul tema.