Trump al minimo storico: 33% di approvazione, con la guerra in Iran senza fine in vista
Il presidente ha dichiarato di aver "vinto" il conflitto almeno quattro volte nelle ultime settimane. Un nuovo sondaggio dell'Università del Massachusetts registra un crollo della popolarità di Trump di 11 punti in un anno, con perdite nette anche tra i suoi elettori del 2024.
Donald Trump ha toccato il minimo dei consensi nel suo secondo mandato: solo il 33% di approvazione, secondo un nuovo sondaggio dell'Università del Massachusetts Amherst condotto tra il 20 e il 25 marzo su mille intervistati. Il dato segna un calo di 11 punti rispetto ad un anno fa e arriva nel mezzo di un conflitto con l'Iran che, alla sua quinta settimana, non mostra segni di una conclusione imminente e anzi sembra avviarsi verso un’escalation con l'avvio di possibili operazioni via terra.
La disapprovazione nei confronti del presidente è trasversale. Il 71% degli americani giudica negativamente la sua gestione dell'inflazione, il 64% boccia la politica sui dazi, il 61% ritiene che Trump stia gestendo male il tema dell'occupazione. Sulla guerra in Iran le cifre sono altrettanto nette: il 63% valuta negativamente il suo operato, con il 52% che esprime un giudizio fortemente critico. Meno di un americano su dieci, l'8%, si dice favorevole all'invio di truppe di terra, ma il 41% ritiene che accadrà comunque.
"I numeri sono brutali", ha dichiarato Jesse Rhodes, professore di scienze politiche all'UMass Amherst. "Il 62% degli americani disapprova il lavoro di Trump. I cittadini lo giudicano duramente soprattutto sui temi economici, che restano la loro preoccupazione più immediata". Il dato che più preoccupa la Casa Bianca, però, non riguarda l'opposizione democratica, ma l'erosione della base elettorale del presidente. Tra uomini, lavoratori della classe operaia e afroamericani, l'approvazione è scesa di circa 20 punti rispetto ad aprile 2025. Tra i moderati il calo è di 18 punti, tra gli indipendenti di 13. Non sorprende, quindi, che ora nel sondaggio il 17% dei votanti Trump del 2024 dichiari di pentirsi della propria scelta, contro l'8% di un anno fa.
Una guerra che non si chiude
Anche al di là dei sondaggi, resta centrale la gestione del conflitto con Teheran, che va ormai avanti oltre le 4-5 settimane indicate inizialmente da Trump come orizzonte dell’operazione "Epic Fury". Le sue dichiarazioni pubbliche più recenti hanno seguito un andamento incoerente: il 24 marzo ha detto ai giornalisti "abbiamo vinto questa guerra, questa guerra è vinta"; il giorno dopo la portavoce Karoline Leavitt ha precisato che gli Stati Uniti sono "molto vicini al raggiungimento dei propri obiettivi principali"; il 26 marzo, durante un incontro di Gabinetto, il presidente ha aggiunto che l'Iran "è sconfitto e non può riprendersi". Il 30 marzo, su Truth Social, però, ha cambiato tono e ha minacciato di distruggere le infrastrutture energetiche e idriche iraniane se lo Stretto di Hormuz non fosse "immediatamente aperto al traffico".
La nuova minaccia si inserisce in un contesto di escalation sempre più concreta: a Teheran la Commissione Sicurezza del Parlamento iraniano ha, infatti, approvato un piano per introdurre pedaggi sullo Stretto e vietare totalmente il transito alle navi americane e israeliane. Il piano deve ancora completare l’iter legislativo, ma rappresenta un ulteriore irrigidimento della posizione di Teheran, visto che lo Stretto resta un passaggio cruciale, da cui transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio.
Le tensioni sullo Stretto stanno, intanto, già colpendo duramente le tasche degli americani. Il prezzo del carburante per aerei negli Stati Uniti è più che raddoppiato nelle ultime settimane, passando da circa 2,17 a 4,57 dollari al gallone al 27 marzo. United Airlines ha tagliato il 5% dei voli previsti; Delta ha registrato fino a 400 milioni di dollari di costi aggiuntivi a marzo, che intende scaricare sui biglietti dei consumatori finali; cifre simili anche per American Airlines. Anche Lufthansa, Air France-KLM e diverse compagnie asiatiche hanno annunciato rincari o cancellazioni.
Trump sotto pressione anche dal Papa
Il conflitto ha aperto tensioni anche nel mondo religioso americano. Papa Leone XIV, primo pontefice statunitense della storia, ha condannato la guerra con parole nette nella sua omelia della Domenica delle Palme: Dio "rifiuta le preghiere di chi fa la guerra". Non è un richiamo astratto, ma un giudizio morale pronunciato da un cittadino americano che guarda direttamente alla Casa Bianca.
La risposta della portavoce Karoline Leavitt, cattolica come il vicepresidente JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio, è stata improntata alla cautela: pregare per i soldati è "una cosa nobile", ha detto, perché il Paese si fonda su "valori giudeo-cristiani". Ma lo scambio ha messo in luce una frattura che va oltre i già difficili rapporti tra la Casa Bianca e il Vaticano: anche tra le comunità religiose che hanno sostenuto Trump, la guerra con l’Iran non è affatto una causa condivisa.
Dopo tutto, è lo stesso disagio che emerge in linea più generale nei sondaggi: non è paura dell’ignoto, ma piuttosto la sensazione diffusa che le cose stiano andando in una direzione che nessuno ha davvero scelto. Trump aveva promesso ai suoi elettori di tenere l’America fuori dalle guerre. Oggi si trova a gestire un conflitto sempre più impopolare e costoso, senza una chiara strategia di uscita, e con un consenso che si sgretola anche tra chi lo aveva portato alla vittoria appena un anno e mezzo fa.