SAVE Act: in che modo la legge voluta da Trump può spostare gli equilibri del voto americano

La Camera ha approvato una proposta che richiede prova di cittadinanza per votare alle elezioni federali. Formalmente non restringe il diritto di voto, ma in un sistema basato sulla registrazione attiva, inasprire le procedure significa incidere sulla partecipazione — e sugli equilibri politici.

SAVE Act: in che modo la legge voluta da Trump può spostare gli equilibri del voto americano

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, con i soli voti repubblicani, il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility Act), un disegno di legge che richiede la presentazione di nuove prove documentali della cittadinanza al momento della registrazione per il voto federale.

Il principio dichiarato è lineare: votano solo i cittadini. Giuridicamente, è già così. La novità non riguarda dunque la definizione di elettore, ma le condizioni amministrative per esercitare il diritto fondamentale al proprio voto. E negli Stati Uniti, dove la registrazione non è automatica e va aggiornata in caso di trasferimento, la procedura è parte sostanziale del processo elettorale.

Cosa cambia, in pratica

Il SAVE Act richiede la presentazione obbligatoria di documenti come il passaporto statunitense o il certificato di nascita per registrarsi al voto. In diversi casi la proposta prevede anche passaggi in presenza presso gli uffici elettorali statali o di contea durante la fase di registrazione al voto.

Negli Stati Uniti non esiste un sistema federale di iscrizione automatica alle liste elettorali. Ogni cittadino deve registrarsi e aggiornare la propria posizione quando cambia Stato o contea di residenza. In questo contesto, l’inasprimento dei requisiti documentali può aumentare il costo amministrativo del voto. Non si tratta soltanto di una modifica simbolica, ma di un intervento operativo con un impatto potenzialmente significativo sull’affluenza al voto.

Donne sposate: il nodo dei documenti

Una delle questioni più discusse riguarda le elettrici il cui cognome attuale non coincide con quello riportato sul certificato di nascita. La proposta include tra i documenti ammessi carte conformi al REAL ID Act, lo standard federale per patenti e carte d’identità statali. Tuttavia, tali documenti possono essere rilasciati anche a non cittadini legalmente presenti e non costituiscono automaticamente prova di cittadinanza americana.

Invece, i certificati di matrimonio non figurano tra le prove dirette di cittadinanza previste dal testo in discussione. Secondo stime demografiche basate sui dati del Census Bureau, decine di milioni di donne statunitensi utilizzano un cognome diverso da quello di nascita. In presenza di requisiti più stringenti, queste situazioni potrebbero richiedere verifiche aggiuntive e comportare lungaggini tali da rappresentare una barriera all’esercizio del voto.

La letteratura sulle barriere procedurali suggerisce che anche aumenti modesti della complessità amministrativa possono produrre cali misurabili di partecipazione nei gruppi più esposti. In elezioni decise da margini inferiori all’1%, variazioni contenute possono avere effetti politici concreti sul risultato elettorale.

Donne non sposate, giovani e mobilità

Donne non sposate e giovani adulti presentano, in media, maggiore mobilità abitativa rispetto ad altri gruppi e sono quindi più spesso chiamati a registrarsi al voto o aggiornare la propria registrazione elettorale.

Le principali rilevazioni post-voto del 2024 mostrano però che proprio le donne non sposate e l’elettorato giovane risultano orientati in larga misura verso i Democratici. Se l’inasprimento documentale producesse anche un calo limitato della partecipazione in questi segmenti, l’effetto potrebbe favorire i Repubblicani in Stati in bilico.

Elettori rurali ed elettori all’estero: un possibile effetto controproducente

Il risultato complessivo di tutte queste modifiche, tuttavia, non è lineare. Se la necessità di presentarsi di persona per registrarsi diventasse un passaggio più frequente, anche gli elettori delle aree rurali — spesso più vicini ai Repubblicani — potrebbero incontrare maggiori difficoltà logistiche a causa delle distanze dagli uffici competenti.

Inoltre, secondo il Federal Voting Assistance Program, nel solo 2024 oltre 1,3 milioni di schede sono state trasmesse a cittadini statunitensi e membri delle Forze Armate statunitensi residenti all’estero. Qualora la nuova procedura richiedesse presenza fisica sul territorio nazionale o verifiche documentali ripetute anche per questi gruppi di elettori, anche questo segmento potrebbe risultare fortemente penalizzato. L’elettorato all’estero non è politicamente omogeneo e include una componente militare tradizionalmente più vicina ai Repubblicani.

In entrambi i casi, l’effetto finale potrebbe non coincidere con quello atteso dai promotori della legge.

Il contesto politico

Il SAVE Act si inserisce nel dibattito sull’integrità elettorale esploso dopo il 2020. Dopo la vittoria di Joe Biden, Donald Trump e i suoi alleati hanno più volte sostenuto l’esistenza di irregolarità diffuse, senza che tali accuse abbiano trovato riscontri sistemici.

Le verifiche giudiziarie e amministrative successive — incluse riconteggi e audit in Stati chiave come Georgia e Arizona — non hanno accertato frodi tali da alterare l’esito delle elezioni, nelle quali sono stati espressi circa 159 milioni di voti. I casi perseguiti penalmente sono risultati numericamente limitati rispetto al totale dei voti espressi, generalmente nell’ordine di poche decine o centinaia a livello nazionale. Anche per quanto riguarda il voto di non cittadini, i controlli amministrativi hanno individuato numeri molto contenuti rispetto alle dimensioni complessive dell’elettorato.

La legge risponde quindi più a una percezione partigiana di vulnerabilità del sistema che all’emersione concreta di frodi su larga scala.

Lo scoglio del Senato

Per diventare legge, il provvedimento dovrebbe ora superare il filibuster al Senato, la regola procedurale che richiede 60 voti per chiudere il dibattito tramite la procedura di cloture e sottoporre il testo al voto finale dell’aula. In sintesi, senza una maggioranza qualificata, la legge non può essere approvata nella forma ordinaria.

Le alternative sarebbero politicamente complesse: riformare il filibuster, introdurre uno standing filibuster o ricorrere alla cosiddetta “nuclear option”, modificando le regole per consentire l’approvazione a maggioranza semplice. Senza entrare troppo nel dettaglio, scelte di questo tipo altererebbero in modo significativo l’equilibrio istituzionale del Senato e rischiano di creare pericolosi precedenti che future maggioranze potrebbero utilizzare in senso opposto.

Alla luce dell’attuale composizione dell’aula, l’approvazione senza modifiche procedurali appare estremamente difficile; ma cambiare le regole per far passare la legge comporterebbe costi rilevanti per il futuro, senza neppure la certezza di ottenere i risultati politici attesi.

Il rischio sistemico

Il punto più delicato non è però soltanto l’effetto elettorale immediato, ma il precedente che l’approvazione di questa legge rappresenterebbe.

Cambiare le regole di accesso al voto sulla base di accuse di frode che non hanno trovato riscontri sistemici rischia di aprire un vaso di Pandora: se una maggioranza può intervenire sull’architettura elettorale in risposta a percezioni politiche non corroborate da evidenze, ogni futura maggioranza potrebbe fare lo stesso.

In una democrazia, le regole del gioco dovrebbero essere quanto più possibile stabili e condivise. Quando invece diventano terreno di competizione contingente, la linea di confine tra riforma amministrativa e strumento politico per mettere in difficoltà i propri oppositori si assottiglia pericolosamente.

È vero che il SAVE Act non ridefinisce formalmente chi può votare. Ma il modo in cui viene giustificato e il contesto in cui nasce rendono la questione più ampia di una semplice verifica documentale. Quando le regole elettorali diventano reattive alle accuse — più che ai fatti — la posta in gioco non è soltanto la prossima elezione, ma la fiducia stessa nel sistema che la rende possibile. E quella fiducia, una volta incrinata, è molto più difficile da ricostruire.

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