Quanto costa la guerra all'Iran

La "Operation Epic Fury" brucia risorse un forte ritmo: dagli aerei abbattuti ai radar distrutti, fino al rischio di esaurire le scorte di missili intercettori

Quanto costa la guerra all'Iran
U.S. Central Command Public Affairs

La guerra contro l'Iran che il presidente Donald Trump ha lanciato il 28 febbraio 2026, battezzata Operation Epic Fury, è costata agli Stati Uniti almeno 5 miliardi di dollari nei primi giorni di operazioni, secondo una stima del Center for American Progress. È una cifra destinata a crescere e il Pentagono starebbe già lavorando a una richiesta di finanziamento d'emergenza da 50 miliardi di dollari per rimpiazzare le munizioni consumate e le attrezzature perdute.

Il solo posizionamento delle forze americane nella regione prima dell'inizio dei bombardamenti è costato circa 630 milioni di dollari, secondo Elaine McCusker, ex funzionaria di bilancio del Pentagono e oggi ricercatrice senior all'American Enterprise Institute, che ha dichiarato al Wall Street Journal come queste spese preliminari possano essere assorbite dagli 839 miliardi del bilancio della Difesa per l'anno fiscale 2026. Ma ora che le operazioni sono in corso, i costi aumentano ogni giorno: ogni sortita aerea, ogni rifornimento in volo, ogni missile sparato aggiunge voci alla lista.

Secondo l'Institute for Policy Studies e il National Priorities Project, il solo costo operativo dei due gruppi di portaerei, del naviglio di supporto e degli oltre duecento aerei militari impiegati ammonta a quasi 60 milioni di dollari al giorno. Operare un singolo gruppo da battaglia con portaerei, come quello guidato dalla USS Gerald R. Ford, costa circa 6,5 milioni di dollari al giorno, stando ai calcoli del Center for New American Security.

Nei primi ventiquattro ore di Operation Epic Fury, gli Stati Uniti avrebbero speso circa 779 milioni di dollari, secondo stime dell'agenzia Anadolu. Da allora, le perdite materiali si sono accumulate rapidamente. Il colpo più costoso è arrivato sabato 28 febbraio, quando un missile iraniano ha colpito la base aerea di al-Udeid in Qatar, distruggendo un sistema radar da 1,1 miliardi di dollari. Si tratta della struttura militare americana più grande del Medio Oriente, dove prestano servizio migliaia di soldati americani. Secondo il New York Times, immagini satellitari acquisite la domenica successiva mostravano la distruzione di una tenda con annesse antenne paraboliche.

A Bahrein, sede del Quinto Distaccamento della Marina americana, droni iraniani hanno colpito sabato due cupole radar. Questi terminali di comunicazione satellitare, identificati come AN/GSC-52B, costano circa 20 milioni di dollari ciascuno per costruzione e installazione. Negli Emirati Arabi Uniti, le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno rivendicato la distruzione di un radar AN/TPY-2, componente del sistema antimissile THAAD, con un danno stimato in 500 milioni di dollari. Un drone ha colpito anche la stazione della Central Intelligence Agency presso l'ambasciata americana a Riyadh, in Arabia Saudita, causando un incendio limitato e danni materiali.

Sul fronte aereo, tre caccia F-15 americani sono stati abbattuti domenica 1° marzo sopra il Kuwait in quello che il Comando Centrale americano ha definito un incidente di fuoco amico: durante operazioni di combattimento che includevano attacchi di aerei, missili balistici e droni iraniani, i jet sono stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane. Gli equipaggi sono riusciti ad eiettarsi e sopravvivere, ma i velivoli, dal valore di circa 100 milioni di dollari l'uno, sono andati perduti. Sei soldati americani sono stati uccisi dal 28 febbraio, tutti in un attacco con droni iraniani in Kuwait.

Il problema che preoccupa maggiormente gli esperti non è però economico ma logistico. Christopher Preble, ricercatore senior al Stimson Center, ha spiegato ad Al Jazeera che la vera incognita riguarda le scorte di missili intercettori, come i Patriot e gli SM-6, sistemi complessi e costosi che non si producono in serie. "Non è che li sfornano a centinaia o migliaia al giorno", ha detto Preble. Il ritmo attuale delle intercettazioni, ha aggiunto, "potrebbe non essere sostenibile per più di qualche settimana". Secondo quanto riporta il Washington Post, citando tre fonti interne, le forze americane sarebbero a pochi giorni dall'essere costrette a scegliere quali bersagli difendere con i missili rimasti.

Ben Freeman, esperto di bilancio della Difesa al Quincy Institute, ha illustrato a Responsible Statecraft i termini del problema con un esempio concreto: un singolo missile Patriot costa circa 4 milioni di dollari, e ci sono segnalazioni che fino a undici di questi missili siano stati usati per abbattere un solo missile iraniano, per un totale di 44 milioni di dollari per un singolo intercettazione. Con centinaia di missili iraniani già intercettati, il conto cresce in fretta. "Quando la polvere si sarà depositata, non ho dubbi che il costo di questa guerra supererà i 10 miliardi di dollari, e forse sarà molto più alto se il conflitto si protrae", ha detto Freeman.

A tutto questo si aggiunge l'effetto a catena sull'economia americana. I prezzi dell'energia sono già saliti, così come i tassi sui mutui, secondo quanto riporta Responsible Statecraft. Il sondaggio Reuters/Ipsos condotto subito dopo l'inizio degli attacchi mostra un'opposizione diffusa tra la popolazione, con il consenso tra i repubblicani in calo al crescere delle vittime e del prezzo della benzina.

Sul fronte della trasparenza, il Pentagono non ha ancora reso pubblica alcuna stima ufficiale dei costi. Preble ha dichiarato a Responsible Statecraft che l'amministrazione Trump "ha l'obbligo di comunicare agli americani quanto sta costando questa guerra", definendo il disprezzo mostrato nei confronti del Congresso e dei cittadini "nient'altro che sbalorditivo".

La richiesta di fondi d'emergenza da 50 miliardi che il Pentagono starebbe preparando ricorda il meccanismo delle Overseas Contingency Operations, il fondo fuori bilancio usato dall'amministrazione Bush per finanziare le guerre in Iraq e Afghanistan. Quel fondo, chiuso nel 2021 dall'amministrazione Biden, aveva accumulato nel tempo oltre 2.000 miliardi di dollari di stanziamenti con requisiti di controllo parlamentare ridotti rispetto al normale bilancio della Difesa. Il timore di molti analisti è che la storia stia per ripetersi.

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