Petrolio sopra i 100 dollari: lo Stretto di Hormuz diventa l'arma più efficace dell'Iran
Teheran strangola il passaggio da cui transita un quinto del greggio mondiale, posando mine e attaccando petroliere. La Marina americana non è pronta a scortare le navi. Intanto l'impennata dei prezzi diventa un problema politico per Trump e un'opportunità per i democratici.
Il prezzo del Brent torna a sfiorare i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022, segnando un balzo di oltre il 40% rispetto ai circa 70 dollari registrati prima dell’inizio del conflitto. Alla base di questa impennata c’è una precisa scelta strategica dell’Iran: colpire il traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo largo appena 33 km nel suo punto più stretto, da cui prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Attraverso attacchi a petroliere, la posa di mine e minacce sempre più esplicite alla navigazione commerciale, Teheran ha dimostrato che anche in una condizione di inferiorità militare è stata in grado di infliggere danni economici significativi ai propri avversari, trasformando uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta in un potente strumento di pressione geopolitica.
Giovedì Mojtaba Khamenei, il nuovo Leader Supremo dell'Iran, scelto per succedere al padre ucciso in un attacco aereo nel primo giorno di guerra, ha confermato questa strategia nella sua prima dichiarazione pubblica: "La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve certamente continuare a essere usata". La geografia rende, in effetti, lo Stretto ideale per la guerra asimmetrica iraniana. La rotta principale delle esportazioni dal Golfo Persico costeggia il confine meridionale dell'Iran, consentendo a Teheran di combinare tattiche diverse: piccole imbarcazioni e sottomarini, droni navali senza equipaggio, mine e la possibilità di aprire il fuoco sulle navi da terra.
Il generale in congedo S. Clinton Hinote, ex stratega dell'aeronautica americana in Medio Oriente, ha dichiarato al New York Times che il suo team, incaricato di studiare scenari di aggressione iraniana, aveva concluso già negli anni Duemila che gli Stati Uniti potevano mitigare gli attacchi ma non fermarli: le rotte sono troppo strette e le navi troppo vulnerabili. "Lo Stretto di Hormuz è un problema difficile, quasi impossibile da risolvere con i soli mezzi militari", ha affermato Hinote. L'unica alternativa per garantire l'apertura del passaggio sarebbe occupare la costa iraniana, un'opzione che però richiederebbe l'uso di forze di terra su larga scala. "Senza questo, l'unica soluzione duratura è diplomatica".
Il presidente Trump ha prospettato la settimana scorsa la possibilità che la Marina militare statunitense scorti le petroliere attraverso lo Stretto. Ma il Segretario all'Energia Chris Wright ha dichiarato alla CNBC giovedì che le forze navali non sono ancora in grado di farlo. "Accadrà relativamente presto, ma non ora", ha detto Wright. "Tutti i nostri asset militari sono concentrati sulla distruzione" delle capacità militari iraniane. Secondo un alto funzionario militare americano, prima di qualsiasi operazione di scorta servirebbero almeno diversi giorni di campagna aerea contro le minacce iraniane nello Stretto, e anche dopo sarebbe arduo convincere le compagnie di navigazione a riprendere le operazioni con gli iraniani che continuano a minacciare le navi commerciali.
La decisione di Teheran di iniziare a posare mine nello Stretto complica ulteriormente il quadro. Il CENTCOM ha dichiarato giovedì di aver attaccato 30 navi posamine, ma l'Iran ha iniziato a utilizzare imbarcazioni più piccole, di cui i Guardiani della Rivoluzione possiedono centinaia se non migliaia. Lo sminamento potrebbe richiedere settimane, mettere direttamente in pericolo i marinai americani e costringere la Marina a sottrarre navi alla missione offensiva contro l'Iran.
Un elemento che ha sorpreso gli analisti è che l'Iran, mentre blocca il passaggio per gli altri, continua a esportare il proprio petrolio. Dal primo marzo almeno 10 petroliere cariche sono partite dall'Iran e hanno attraversato intatte lo Stretto, secondo Lloyd's List Intelligence. Per anni la convinzione prevalente era che Teheran non avrebbe mai chiuso lo Stretto di Hormuz perché ne aveva bisogno per le proprie esportazioni. Anche questa certezza si è rivelata infondata. Intanto la Cina, principale cliente dell'Iran, si era preparata: in gennaio e febbraio ha importato il 15,8% di petrolio in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, e la sua riserva strategica contiene ora circa 1,2 miliardi di barili, pari a circa 115 giorni di importazioni via mare secondo la società di tracciamento navale Kpler.
Stretto di Hormuz:
il traffico navale crolla
27 FEBBRAIO – 12 MARZO 2026 · Transiti giornalieri (AIS)
Nota: I dati post 28 feb. sono stime al ribasso: molte navi disattivano i transponder AIS per evitare attacchi.
Le onde d'urto dell'impennata dei prezzi hanno intanto già raggiunto l'economia americana. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito di 60 cents al gallone dall'inizio dei combattimenti. Compagnie di diversi settori hanno iniziato a introdurre sovrapprezzi dovuti proprio ai rincari energetica: l'analista Pavel Molchanov di Raymond James ha segnalato che tra le aziende che li hanno annunciati questa settimana ci sono UPS, Maersk, Ecolab e Cathay Pacific, prevedendo ulteriori annunci finché i prezzi del greggio non scenderanno dai massimi quadriennali.
In questo contesto, un post del presidente Trump su Truth Social di mercoledì, con il greggio a 95 dollari al barile, ha provocato un cortocircuito. "Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, di gran lunga, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, facciamo un sacco di soldi", ha scritto il presidente. Il messaggio ha messo in difficoltà la stessa industria petrolifera che intendeva celebrare. "L'idea che l'industria tragga profitto dalla guerra e dalla morte non è qualcosa che un responsabile delle relazioni pubbliche voglia promuovere", ha commentato a Politico Mark Jones, ricercatore di scienze politiche al Baker Institute della Rice University. Un dirigente del settore, interpellato sul post, ha reagito con un secco "Oh, accidenti...". Un altro, coperto dall'anonimato, ha osservato che il messaggio alimenta la percezione che le compagnie vogliano speculare a danno dei consumatori.
Le compagnie petrolifere si trovano in una posizione decisamente scomoda: beneficiano direttamente dell'aumento dei prezzi di quasi 30 dollari al barile, ma temono che la volatilità complichi le decisioni aziendali e generi un contraccolpo negativo nell'opinione pubblica. Andrea Woods, portavoce dell'American Petroleum Institute, ha dichiarato che "la volatilità dei mercati energetici non avvantaggia nessuno, compresi i produttori che dipendono dalla certezza e dalla stabilità per le decisioni a lungo termine". Mark Mizruchi, professore all'Università del Michigan, ha osservato che Trump ha detto involontariamente ciò che molti cittadini già pensano: che di fronte a una crisi le compagnie petrolifere ci guadagnino sempre. "Probabilmente non gli è venuto in mente che le persone, comprese quelle dell'industria, non fossero contente di quella dichiarazione".
Il rapporto tra l'industria petrolifera e Trump, del resto, è da tempo ambivalente. Le compagnie beneficiano di alcune sue politiche ma soffrono per altre, come i dazi. E sebbene il presidente sia uno dei più accesi sostenitori del settore, tende a trascinarlo nella politica in modi che i suoi dirigenti non sempre gradiscono. Un'ambivalenza che la guerra in Iran, con i suoi prezzi da capogiro e le sue implicazioni globali, ha reso impossibile da nascondere.
Il rincaro dei carburanti ha, intanto, aperto un nuovo fronte politico interno. In California, dove la benzina è salita del 12% in una settimana fino a 5,20 dollari al gallone, il governatore Gavin Newsom ha colto l'occasione per scaricare la responsabilità su Trump. "Guardate il costo della benzina alla pompa negli ultimi giorni: è stato un atto dell'Amministrazione Trump a causare questo aumento", ha detto ai giornalisti. Ma anche la posizione di Newsom è fragile: le sue politiche di regolamentazione dell'industria petrolifera, incluse sessioni legislative speciali che hanno aperto la strada al tetto sui profitti delle raffinerie, sono considerate da molti corresponsabili dei prezzi elevati nello Stato. La chiusura di due grandi raffinerie, quella di Phillips 66 a Los Angeles e quella di Valero a Benicia, ha reso la California sempre più dipendente dalle importazioni di benzina e quindi più esposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali, un rischio che la guerra ha reso tangibile.
Ciò nonostante anche altri esponenti democratici a livello nazionale hanno usato il post di Trump per attaccare la sua Amministrazione. Il deputato Sean Casten ha scritto su X che la politica energetica del presidente dà priorità agli interessi dei produttori rispetto a quelli dei consumatori. "Trump parla delle persone a cui tiene di più: i miliardari del petrolio e del gas che hanno speso milioni di dollari per farlo eleggere", ha dichiarato a sua volta Jesse Lee, consigliere di Climate Power.