Petrolio oltre i 100 dollari, il G7 valuta il rilascio delle riserve strategiche
Il Brent è salito brevemente oltre i 110 dollari, prima di scendere, il massimo dal giugno 2022. Riunione d'emergenza dei Ministri delle Finanze del G7 per un rilascio coordinato delle scorte. Il 62% degli americani boccia la gestione dell'emergenza da parte del presidente.
Il prezzo del petrolio ha superato brevemente la soglia dei 110 dollari al barile per la prima volta dal giugno 2022, spinto dal conflitto in Iran e dal conseguente blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, l’arteria attraverso cui transita circa il 20% delle forniture globali di greggio. Nelle prime ore di questa mattina il Brent ha toccato un picco 119,50 dollari al barile (+29%), mentre il West Texas Intermediate (WTI) è salito fino ad un massimo di 119,48 dollari (+31%). Si tratta di un’impennata senza precedenti negli ultimi anni: prima dell’operazione militare USA-Israele contro l’Iran, avviata il 28 febbraio, entrambi i benchmark quotavano meno di 70 dollari al barile.
La risposta internazionale non si è fatta attendere a questa crisi che peggiora ogni ora che passa. I Ministri delle Finanze del G7 hanno convocato una riunione d'emergenza per oggi per discutere un possibile rilascio congiunto di petrolio dalle riserve strategiche, coordinato dall'International Energy Agency (IEA), come riportato dal Financial Times. La notizia ha avuto un effetto immediato sui mercati, con il Brent che è ridisceso intorno ai 106 dollari ed il WTI attorno ai 101. Secondo fonti citate dal quotidiano britannico, tre Paesi del G7, tra cui anche gli Stati Uniti, avrebbero già espresso sostegno all'iniziativa e alcuni funzionari americani ritengono adeguato un rilascio compreso tra 300 e 400 milioni di barili, pari al 25-30% degli 1,2 miliardi complessivi delle riserve.
Le riserve strategiche petrolifere furono istituite nel 1974 con la creazione dell'IEA, dopo lo shock petrolifero degli Anni Settanta. I 32 Paesi membri dispongono oggi di oltre 1,24 miliardi di barili di scorte pubbliche, a cui si aggiungono circa 600 milioni di barili di scorte industriali — un volume sufficiente a coprire quasi un mese di domanda totale e oltre 140 giorni di importazioni nette. Stati Uniti e Giappone da soli detengono circa 700 milioni di barili. Nella storia dell'agenzia ci sono stati cinque rilasci collettivi, gli ultimi due nel 2022 per contenere l'impennata dei prezzi seguita al lancio dell'invasione russa dell'Ucraina.
Crisi petrolifera: i numeri dello shock energetico
USA e Giappone detengono ~700 mln barili del totale IEA.
La crisi dello Stretto di Hormuz
Il conflitto ha ormai interrotto il 20% delle forniture petrolifere globali per 9 giorni consecutivi: secondo il Rapidan Energy Group si tratta di un dato più che doppio rispetto al precedente record, stabilito durante la crisi di Suez del 1956-57. Il blocco dello Stretto sta costringendo i Paesi produttori della regione a tagliare la produzione. Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno già ridotto l'estrazione per l'esaurimento della capacità di stoccaggio, e l'Iraq ha seguito la stessa strada la scorsa settimana. Gli analisti di JPMorgan stimano che le interruzioni potrebbero superare i 4 milioni di barili al giorno entro la fine della prossima settimana, in una regione che rappresenta circa un terzo della produzione mondiale.
Oltre al blocco del transito marittimo, le infrastrutture energetiche regionali sono sotto attacco diretto. Nel fine settimana l'Arabia Saudita ha intercettato droni diretti al giacimento di Shaybah, che ha una capacità di circa un milione di barili al giorno, dopo essere stata già costretta a chiudere la raffineria di Ras Tanura — la più grande del paese — e a dirottare le esportazioni verso i porti sul Mar Rosso. In Bahrein, un vasto incendio ha colpito la raffineria di Al Maamir, di proprietà della Bahrain Petroleum Company (Bapco), che ha dichiarato lo stato di forza maggiore e interrotto le forniture, attribuendo l'evento a un attacco di droni iraniani.
Large fire seen burning this morning at the primary refinery for the Bahrain Petroleum Company (BAPCO) near the capital Manama, following a combined drone and missile attack earlier by Iran against Bahrain. pic.twitter.com/1dJA4acoat
— OSINTdefender (@sentdefender) March 9, 2026
L'impennata dei prezzi energetici ha iniziato a propagarsi nell'economia mondiale, facendo crescere il rischio di una nuova spirale inflazionistica. Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Germania, Italia e Spagna — tra i maggiori importatori di greggio al mondo — sono i Paesi più esposti. Pechino ha ordinato alle sue principali raffinerie di sospendere temporaneamente le esportazioni di benzina e gasolio, e dispone peraltro di vaste riserve proprie, accumulate nell'ultimo anno, che gli analisti stimano tra 1,1 e 1,4 miliardi di barili. La Corea del Sud sta invece valutando l'introduzione di un tetto al prezzo del carburante per la prima volta in trent'anni.
Le difficoltà politiche per Trump
Lo shock energetico si sta trasformando anche in un problema politico interno per il presidente Trump. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è salito a 3,45 dollari al gallone dai 2,98 della settimana precedente, il livello più alto dall'agosto 2024. Un sondaggio NBC News pubblicato nel fine settimana indica che il 62% degli elettori disapprova la gestione dell'inflazione e del costo della vita da parte del presidente, in aumento rispetto al 55% di un anno fa e ben al di sopra del 36% che la approva.
La retorica del "disagio temporaneo" non è nuova per questa Amministrazione. Trump aveva usato lo stesso argomento per i dazi, sostenendo che avrebbero reso più ricca l'America al prezzo di qualche difficoltà passeggera. Ma il precedente dell'era Biden incombe: anche allora si parlò di aumenti "transitori", salvo poi vedere l'inflazione toccare il 9% nel giugno 2022, il livello più alto in 4 decenni. Gli elettori finirono per considerare Biden inefficace sulla questione, un fattore che contribuì in maniera decisiva alla vittoria di Trump alle elezioni del novembre 2024. Oggi il rischio è che lo stesso schema si ripeta a parti invertite.
Nonostante le rassicurazioni della Casa Bianca — Trump ha scritto su Truth Social che il rincaro è "un prezzo molto basso" da pagare per eliminare la minaccia nucleare iraniana, e Wright ha parlato di difficoltà destinate a rientrare "nel giro di settimane, non di mesi" — gli analisti continuano a tracciare uno scenario più cupo. Eurasia Group avverte che i prezzi di petrolio e gas naturale liquefatto continueranno a salire finché non saranno ripristinate le spedizioni attraverso lo Stretto.
Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime di ING, osserva che il mercato sta abbandonando la speranza di un'interruzione breve per fare i conti con una crisi potenzialmente prolungata. Secondo Barclays, se la situazione dovesse persistere per altre due settimane il Brent potrebbe toccare stabilmente i 120 dollari al barile — un capovolgimento rispetto a un mercato che all'inizio dell'anno appariva ben rifornito e orientato al ribasso.
Anche tra i repubblicani, alcuni ammettono apertamente che la tolleranza dei consumatori americani ha un limite. Il deputato Darrell Issa (repubblicano della California) ha dichiarato che se entro tre settimane non ci sarà ragionevole certezza sulla ripresa dei flussi petroliferi, la preoccupazione diventerà concreta. La decisione di valutare il ricorso alle riserve strategiche segna un'inversione di rotta rispetto alla scorsa settimana, quando l'Amministrazione aveva escluso questa eventualità. Tra i democratici, il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, aveva già chiesto al presidente di procedere al rilascio, un'opzione che i repubblicani avevano a lungo criticato quando fu adottata dall'Amministrazione Biden nel 2022 per rispondere all'emergenza Ucraina.