Petrolio, Hormuz e uranio arricchito: i tre fronti della crisi tra Stati Uniti e Iran
I prezzi del greggio registrano i maggiori rialzi settimanali di sempre, mentre USA ed Israele pianificano un'operazione delle forze speciali per sequestrare le scorte nucleari di Teheran. Peskov dichiara morto il diritto internazionale — dimenticando chi per primo lo ha seppellito in Ucraina.
I prezzi del petrolio hanno segnato nella settimana conclusasi il 6 marzo i rialzi percentuali settimanali più alti mai registrati, riportando i mercati energetici in prossimità dei massimi storici del 2008. Il contratto WTI di aprile ha guadagnato quasi il 36% in una settimana, il Brent di maggio il 27%: un'altra settimana analoga porterebbe il greggio a ridosso dei 145 dollari al barile toccati 18 anni fa, con conseguenze potenzialmente devastanti per l'economia globale.
Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso
Dal 28 febbraio 2026, giorno dei bombardamenti USA–Israele sull'Iran, il traffico nel corridoio energetico più critico al mondo è crollato del 94%. La media storica era di 138 navi al giorno. Oggi ne passano meno di 2.
Le ricadute si fanno già sentire. Gli economisti di Goldman Sachs Research, Jessica Rindels e Pierfrancesco Mei, stimano che ogni aumento sostenuto di 10 dollari al barile ridurrebbe la crescita statunitense di circa 0,1 punti percentuali quest'anno, comprimendo il reddito disponibile delle famiglie e frenando i consumi. A livello di prezzi al dettaglio, la benzina negli Stati Uniti è già salita di 47 centesimi al gallone nell'ultima settimana e il diesel di 83 centesimi, secondo i dati di AAA. Tariq Zahir, della società Tyche Capital Advisors, ha indicato a MarketWatch le soglie oltre le quali si entrerebbe in uno scenario catastrofico: 140 dollari per il Brent e 138 per il WTI. Un taglio significativo della produzione iraniana, ha avvertito, rappresenterebbe un problema globale, con ricadute pesanti sulle economie asiatiche — Cina in testa — e su diversi Paesi europei.
Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi petrolifera
Il vero collo di bottiglia al momento è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico marittimo commerciale ha subito quella che il Joint Maritime Information Center ha definito uno "stop pressoché totale". Prima della crisi, il passaggio vedeva transitare oltre 130 navi al giorno, con un flusso medio di circa 20 milioni di barili giornalieri tra greggio e derivati secondo l'International Energy Agency. Il blocco di fatto dello stretto non solo impedisce le esportazioni, ma rischia anche di saturare gli impianti di stoccaggio dei Paesi produttori, costringendoli a ridurre l'estrazione.
Di fronte a questo scenario, la Casa Bianca ha scelto una linea comunicativa precisa: minimizzare. Il Segretario all'Energia Chris Wright ha sostenuto che l'impennata è guidata dalla paura, non da carenze reali. "Non ha nulla a che fare con una scarsità di barili di petrolio o gas naturale. È solo paura e percezione", ha dichiarato a Fox News Sunday, ribadendo il concetto su CNN e CBS News e definendo il rialzo come "temporaneo", destinato a durare al massimo poche settimane.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ribadito nuovamente la strategia comunicativa della Casa Bianca: si tratta di "una perturbazione a breve termine per un guadagno a lungo termine", ovvero l'eliminazione del "regime terroristico iraniano" e la fine delle sue restrizioni al flusso energetico mediorientale. Ma non ìtutti gli analisti condividono questo ottimismo. Fawad Razaqzada di StoneX ha avvertito che la variabile decisiva è la durata della crisi: qualche settimana potrebbe essere gestibile, ma mesi di prezzi elevati "colpirebbero duramente l'economia globale e innescherebbero una nuova spirale inflazionistica". La richiesta del presidente Trump di una "resa incondizionata" dell'Iran, ha aggiunto, ha ulteriormente ridotto le probabilità di una soluzione rapida.
L'operazione per recuperare l'uranio arricchito
Ma il conflitto non si gioca ovviamente solo sui mercati energetici. Sul fronte nucleare, Stati Uniti e Israele stanno valutando concretamente l'invio di forze speciali in Iran per mettere in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito del Paese, secondo quanto riportato da Axios. Prima dei bombardamenti dell'estate 2025, Teheran aveva accumulato circa 440 kg di combustibile arricchito al 60%, quantità sufficiente a costruire circa dieci ordigni nucleari secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). La maggior parte del materiale si troverebbe ancora oggi nei tunnel sotterranei dell'impianto di Isfahan, il resto distribuito tra le strutture di Fordow e Natanz.
Un portavoce del Ministero della Difesa israeliano ha confermato ad Axios che il presidente Trump e il suo team stanno "considerando seriamente" lo schieramento di forze speciali per recuperare questo uranio arricchito. La Casa Bianca starebbe valutando due opzioni: la rimozione completa dell'uranio dall'Iran oppure la diluizione del materiale a livelli di sicurezza direttamente in loco, con il possibile coinvolgimento di scienziati dell'AIEA. Le fonti hanno precisato che si tratterebbe di "piccoli raid, non di operazioni su larga scala", senza alcuna occupazione permanente del territorio.
La questione si è però fatta urgente perché, secondo rapporti di intelligence classificati rivelati dal New York Times, Teheran sta tentando di riottenere l'accesso all'uranio sepolto sotto le macerie dell'impianto di Isfahan, lavorando alacremente per riaprire "un passaggio molto stretto" che potrebbe bastare a evacuare i contenitori in cui il materiale è stoccato in forma gassosa. Immagini satellitari commerciali analizzate dalla testata confermano lavori di scavo in diverse aree del sito, con escavatori e gru in attività almeno dal febbraio 2026. Non è chiaro se l'obiettivo sia recuperare l'uranio o rafforzare le difese dell'impianto contro futuri attacchi.
L'Iran senza guida e le lacrime di coccodrillo del Cremlino
Mentre Washington e Tel Aviv pianificano i prossimi passi militari, l'Iran affronta il vuoto al vertice dopo l'uccisione di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio negli attacchi aerei statunitensi e israeliani. Il Consiglio degli Esperti — l'organo composto da 88 giuristi islamici incaricato di scegliere la prossima Guida Suprema — ha fatto sapere di aver eletto il suo successore, come riferito dall'agenzia iraniana Mehr. Il nome, però, non è stato ancora annunciato.
Secondo il New York Times, il principale candidato era il figlio del leader defunto, Mojtaba Khamenei, 56 anni, ma ieri i media avevano riportato che è rimasto ferito in un raid aereo. Le Forze di Difesa Israeliane avevano già dichiarato che qualsiasi nuovo leader iraniano sarebbe stato considerato "un bersaglio da eliminare", mentre il presidente Trump aveva definito Mojtaba un "peso leggero", affermando di voler approvare personalmente il nuovo Leader Supremo iraniano.
In questo quadro già di per se abbastanza complesso si è inserito anche il Cremlino, con un intervento che non è passato inosservato. Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che il diritto internazionale ha cessato di esistere: "Esiste de jure, ma de facto non esiste più", ha affermato in un'intervista al propagandista Pavel Zarubin, pubblicata sul canale Telegram di Vesti. Una diagnosi alquanto singolare da parte di un governo che, con l'invasione dell'Ucraina nel 2022, ha inferto al diritto internazionale uno dei colpi più gravi della storia recente.
Peskov ha anche aggiunto che nessuno è in grado di definire cosa abbia sostituito l'ordine giuridico precedente scomparso — un'affermazione che, nel Paese che ha annesso la Crimea e invaso un Paese vicino sovrano, suona quantomeno come un esercizio di ironia involontaria. Non del tutto diverso, peraltro, dalla posizione del presidente Trump, il quale dopo l'operazione per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro a Caracas a gennaio aveva dichiarato: "Non ho bisogno del diritto internazionale. C'è un solo limite: la mia moralità, la mia ragione".