Perché Obama non vide arrivare Trump
Una raccolta di testimonianze della Columbia University rivela come l'entourage di Obama abbia sistematicamente sottovalutato Trump, convinto che non potesse mai diventare presidente
Barack Obama e i suoi collaboratori non videro mai arrivare Donald Trump. Lo rivela una raccolta di testimonianze pubblicata e analizzata dal New York Times, che raccoglie oltre 450 interviste per più di 1.100 ore di audio e video condotte dall'Incite Institute, centro di ricerca in scienze sociali della Columbia University, in collaborazione con la Obama Foundation. Il materiale include dichiarazioni di figure come Hillary Clinton, John Kerry, Robert Gates, Paul Ryan e Oprah Winfrey, ma non di Obama stesso, né di Michelle Obama o dell'ex vicepresidente Joe Biden.
Per l'entourage di Obama, Trump era "un impostore", "un clown", "uno zimbello". Una presenza scomoda, autore di menzogne sulla nascita di Obama, ma non una minaccia reale. Questa convinzione attraversa l'intero archivio di interviste e rappresenta, secondo l'analisi del New York Times, uno degli elementi più rivelatori dell'intera raccolta.
David Axelrod, capo stratega di Obama, racconta di aver incrociato Trump a un ricevimento nel 2011, dove il futuro presidente si vantava con gli ospiti di essere in testa ai sondaggi. "Risi tra me e me e andai al mio posto", ha ricordato Axelrod. "Non credo che nessuno di noi avesse davvero immaginato che Donald Trump potesse diventare un candidato serio alla presidenza, tanto meno presidente". Quella stessa sera, Obama lo prese in giro dal palco durante la cena annuale della White House Correspondents' Association, in un momento diventato virale.
Jon Favreau, il ghostwriter che aiutò a scrivere quelle battute, ha spiegato al New York Times la logica dietro quella scelta: "Pensavo che quello che stava facendo fosse razzista. Pensavo, e lo penso ancora, che sia un essere umano ridicolo che merita di essere ridicolizzato a ogni occasione possibile". Obama, secondo Favreau, amò subito le battute: "Era entusiasta di dirle". Alla domanda se in quel momento avesse mai pensato che Trump potesse diventare un candidato formidabile, Favreau ha risposto: "Nemmeno per un istante".
Dopo la cena, secondo Favreau, Trump avvicinò il comico Seth Meyers, che aveva anch'egli preso di mira il magnate immobiliare: "Gli disse: 'Quello che hai fatto è stato molto sleale. Molto sleale'". Favreau e Meyers si trovarono poi a ridere di quell'episodio al dopo-cena. Tra gli osservatori della scena politica americana c'è chi ipotizza che l'umiliazione subita quella sera abbia contribuito a spingere Trump a candidarsi. Quattro anni dopo, nel giugno 2015, Trump annunciò la sua corsa alla Casa Bianca.
Nemmeno allora l'entourage di Obama lo prese sul serio. Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest arrivò a dichiarare pubblicamente che Trump e le sue idee sarebbero finiti "nel cestino della storia". "Credo di essermi sbagliato, purtroppo", ha ammesso Earnest al New York Times. Quando Trump ottenne la nomination repubblicana, i collaboratori di Obama erano ancora convinti che non avrebbe mai battuto Hillary Clinton alle elezioni generali. "A quel punto non credo che nessuno pensasse che Trump avrebbe vinto", ha detto Cody Keenan, un altro ghostwriter di Obama.
La vittoria di Trump nell'Electoral College, pur avendo Clinton ottenuto più voti a livello nazionale, trasformò la Casa Bianca in un luogo cupo. Denis McDonough, ultimo capo di gabinetto di Obama, ha sintetizzato così quella sensazione: "C'è un'ombra su tutto, perché non hai idea di cosa sarà il trumpismo, e tutto sembra a rischio. Mi sento come se avessimo ottenuto quello che volevamo ottenere. Tranne che Trump ha vinto".
Il giorno dopo le elezioni, Obama convocò i collaboratori più colpiti nell'Ufficio Ovale per confortarli. "La storia non va in linea retta", disse loro. Ma anche il presidente, solitamente impassibile, cedette all'emozione. Christy Goldfuss, dirigente del White House Council on Environmental Quality, ha ricordato che Obama iniziò a piangere mentre ringraziava lo staff senior. Anche Jen Psaki, direttrice della comunicazione, ha descritto scene simili: figure come il segretario al Tesoro Jacob Lew e la consigliera per la sicurezza nazionale Susan Rice "si commossero fino alle lacrime".
Per Earnest, la sconfitta del 2016 aveva un significato preciso: "L'esito di quell'elezione fu una smentita diretta di tutto quello che avevamo cercato di fare negli ultimi dieci anni". Il populismo, il rancore verso l'establishment, le tensioni legate alla globalizzazione e ai cambiamenti demografici avevano prodotto un risultato che l'entourage di Obama non aveva saputo leggere in tempo.