Perché nessuno critica Marco Rubio per la guerra in Iran

Nonostante il doppio incarico di segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, Rubio sfugge alle critiche di democratici e repubblicani. Il motivo: è considerato "il meno pazzo" nell'entourage di Trump

Perché nessuno critica Marco Rubio per la guerra in Iran
Official White House Photo by Daniel Torok

Mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran scatena critiche crescenti contro l'amministrazione Trump, c'è una figura che ne esce quasi intatta: Marco Rubio. Il segretario di Stato, che da quasi un anno ricopre anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente, ha evitato il grosso delle polemiche nonostante sia al centro della macchina decisionale che ha portato all'operazione militare lanciata il 28 febbraio scorso. A ricostruire questa dinamica è Nahal Toosi, corrispondente di punta di Politico per gli affari esteri, nella sua rubrica Compass.

Il bersaglio principale delle critiche resta Trump, affiancato dal vicepresidente JD Vance e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. Rubio, al contrario, gode di una popolarità in crescita tra i repubblicani e di un silenzio quasi complice da parte dei democratici. Un senatore democratico, rimasto anonimo, ha sintetizzato la situazione con una frase che Toosi riporta come emblematica: Rubio è "il meno pazzo" dell'amministrazione, e se venisse rimosso Trump lo sostituirebbe "con qualcuno molto peggio".

L'articolo di Politico ricostruisce in dettaglio come l'operazione contro l'Iran sia partita con scarsa pianificazione e coordinamento. Fin dai primi giorni è apparso evidente che le agenzie governative non erano state coinvolte nelle decisioni. I prezzi del petrolio sono schizzati verso l'alto senza che nessuno fosse preparato, droni hanno preso di mira ambasciate americane e i collaboratori di Trump non erano nemmeno allineati sui messaggi da comunicare al pubblico: Hegseth usava riferimenti religiosi, mentre i vertici dell'intelligence non riuscivano a fornire una risposta chiara sulla presunta minaccia imminente dell'Iran verso gli Stati Uniti.

Il ruolo tradizionale del consigliere per la sicurezza nazionale prevede che le decisioni di sicurezza vengano elaborate in modo approfondito e che tutte le agenzie governative siano coordinate. Rubio ha invece ridotto lo staff del Consiglio di sicurezza nazionale e limitato la sua capacità di convocare riunioni interagenzia. Le conversazioni più delicate si svolgono alla Casa Bianca tra Trump e pochi collaboratori, che poi comunicano le decisioni alle agenzie senza averle sottoposte a verifiche. Un funzionario dell'ufficio Medio Oriente del Dipartimento di Stato ha raccontato a Politico che, fino all'inizio della guerra, non aveva ricevuto alcuna direttiva operativa.

Eppure, secondo Toosi, Rubio non ha spinto attivamente per l'attacco su larga scala all'Iran, a differenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu o del senatore repubblicano Lindsey Graham. Non si è però opposto all'idea, convinto che il momento fosse favorevole data la debolezza del regime iraniano. La guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, è stato ucciso nelle prime ore dell'operazione, ma le sue avvertenze su una ritorsione regionale si sono rivelate fondate.

Le ragioni per cui Rubio sfugge alle critiche sono molteplici. Curt Mills, direttore esecutivo dell'American Conservative, rivista favorevole a una politica estera di contenimento, ha detto a Politico che Rubio meriterebbe più critiche, ma che nei circoli repubblicani esiste "un'aureola intorno a lui" e "non è il caso di attaccarlo". L'establishment della politica estera, inoltre, tende a considerare Rubio come segretario di Stato più che come consigliere per la sicurezza nazionale. Così, se lo criticano per la lentezza nelle evacuazioni dei diplomatici, dimenticano di chiedergli conto dell'intero apparato decisionale.

Ivo Daalder, ex ambasciatore americano alla Nato, ha osservato in dichiarazioni rilasciate a Politico che l'assenza di un processo decisionale strutturato "è esattamente ciò che Trump vuole, e Rubio glielo garantisce". Daalder ha aggiunto che Rubio meriterebbe critiche per non aver insistito su un processo più solido, "ma se lo avesse fatto, sarebbe stato già fuori da un pezzo".

Un ulteriore elemento di complessità è il ruolo degli inviati speciali di Trump. Figure come Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, mancano di competenze tecniche sul programma nucleare iraniano e sembrano pronti a fidarsi della parola di Mosca, ma hanno un canale diretto con Trump che Rubio non può controllare.

Il senatore democratico Chris Murphy ha offerto a Politico una lettura diversa: considera Rubio un convinto sostenitore del cambio di regime e sospetta che proprio questa convinzione lo abbia portato a evitare deliberatamente un serio dibattito interno. "Se un processo che avesse valutato i rischi in modo equo avesse fatto sembrare l'operazione più rischiosa e meno probabile di successo, perché avviarlo se il tuo obiettivo è il cambio di regime in Iran?", ha detto Murphy. Lo stesso senatore ha aggiunto che nelle sessioni private con i parlamentari "Rubio si presenta come un ottimista irrefrenabile" che ricorre a "argomenti morali semplicistici: Maduro era un cattivo, l'ayatollah era un cattivo, quindi qualsiasi cosa facciamo per colpirli deve essere nell'interesse nazionale".

Rubio, nel frattempo, deve anche mantenere i buoni rapporti con Trump in vista di un obiettivo che Politico descrive come ancora più centrale per la sua identità politica: il cambio di regime a Cuba. In ogni caso, secondo le fonti raccolte dalla testata, non bisogna aspettarsi richieste di dimissioni nel breve periodo. Come ha sintetizzato il deputato democratico citato nell'articolo: "C'è la sensazione che sia quello sano di mente".

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