Perché la supremazia militare americana e israeliana non basta

A una settimana dall'inizio dell'operazione, Stati Uniti e Israele dominano il campo di battaglia ma non hanno ancora stabilito obiettivi chiari, mentre il Medio Oriente sprofonda nel caos

Perché la supremazia militare americana e israeliana non basta
U.S. Central Command Public Affairs

Il bunker doveva essere il quartier generale della risposta iraniana in caso di attacco. Sepolto decine di metri sotto Teheran, è stato colpito la mattina del 28 febbraio, nelle prime ore della guerra, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei e numerosi alti dirigenti del regime. L'intelligence israeliana ha poi scoperto che il centro di comando continuava a funzionare. Gli aerei da guerra israeliani sono tornati a bombardarlo altre tre volte. Nella notte tra il 5 e il 6 marzo, 50 velivoli hanno sganciato un centinaio di bombe.

Questo episodio, come spiega il giornale francese Monde, sintetizza il metodo adottato per smantellare il regime iraniano: colpire senza sosta i centri militari, le caserme, i porti e le navi. Da sette giorni Israele e Stati Uniti, in pieno coordinamento, bombardano il paese con risultati che appaiono notevoli. Secondo le dichiarazioni ufficiali israeliane, il 60% dei lanciamissili è stato distrutto, trenta navi iraniane sono state affondate, numerosi leader politici e militari sono stati eliminati e i centri nucleari segreti vicino a Teheran colpiti. Tutto questo con perdite minime: sei soldati americani uccisi in Kuwait. Il capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha dichiarato giovedì sera che Israele sta "privando il regime delle sue capacità militari, isolandolo strategicamente e portandolo a un punto di debolezza senza precedenti".

Venerdì è iniziata una seconda fase dell'operazione. Israele e Stati Uniti intendono colpire l'industria militare, i luoghi del potere e l'apparato repressivo usato per schiacciare nel sangue le manifestazioni antigovernative di gennaio. Lo Stato ebraico non vuole ripetere l'errore della guerra di dodici giorni del giugno 2025, interrotta troppo presto, a suo giudizio, su insistenza di Donald Trump.

La situazione resta però caotica in tutta la regione. Se Israele si preparava da mesi a questa offensiva, i paesi del Golfo sono stati colti di sorpresa dall'intensità della risposta iraniana. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati bersagliati da oltre 200 missili e mille droni, in gran parte intercettati. L'Iran punta a destabilizzare l'economia mondiale colpendo navi e siti energetici nella zona dello stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio globale. In parallelo, Israele ha aperto un altro fronte contro Hezbollah dopo che il gruppo libanese, alleato dell'Iran, lo ha attaccato con razzi e droni. La risposta israeliana è stata massiccia: ventisei ondate consecutive di bombardamenti sul sud del Libano, la piana della Bekaa e la periferia sud di Beirut.

Il presidente Trump considera l'aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti una difficoltà passeggera. Non ha parlato pubblicamente del rischio accresciuto di attentati terroristici sul territorio nazionale. Né ha commentato la notizia, riportata dal Washington Post, secondo cui la Russia starebbe fornendo all'Iran informazioni di intelligence per colpire obiettivi americani. Trump si è dato "15 su 10" come voto per la gestione della guerra, presentando l'operazione come qualcosa di cui controlla ogni parametro.

La comunicazione dell'amministrazione Trump si è rivelata il punto più debole di questa prima settimana. Le dichiarazioni ufficiali sono state improvvisate e frammentarie, rivelando scarsa preparazione e una conoscenza superficiale del regime iraniano. Il presidente della Camera dei deputati, Mike Johnson, si è spinto fino a dichiarare giovedì: "Non siamo in guerra, non abbiamo intenzione di essere in guerra". Lo stesso Trump si è detto "sorpreso" dagli attacchi iraniani contro i paesi del Golfo, un'eventualità che la maggior parte degli esperti della regione dava per scontata. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha descritto l'operazione come il contrario delle "guerre stupide e politicamente corrette del passato", dichiarando superate le vecchie regole d'ingaggio. Quanto a queste regole, a una settimana dal bombardamento di una scuola a Minab, in cui sono morti circa 160 bambini, il Pentagono dice di stare ancora indagando senza riconoscere errori.

L'aspetto più singolare della posizione americana riguarda il modello che il presidente ha in mente per l'Iran. Trump ha dichiarato venerdì a una giornalista della CNN: "Funzionerà come in Venezuela", riferendosi alla transizione in corso a Caracas sotto la guida dell'ex numero due del regime, Delcy Rodriguez, con il patrocinio di Washington. "I leader religiosi non mi disturbano", ha aggiunto il presidente, probabilmente deludendo milioni di iraniani che sognano la fine della teocrazia. Due giorni prima, però, Trump aveva ammesso un problema di reclutamento per la successione del regime: "La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte".

L'obiettivo di far cadere il regime è giudicato dalla maggior parte degli esperti israeliani come estremamente difficile da raggiungere. Sima Shine, ex funzionaria del Mossad e specialista dell'Iran per l'Institute for National Security Studies, ha dichiarato durante una conferenza stampa che "l'Iran è stata forse sorpresa sabato mattina, ma era pronta per la guerra", avendo predisposto sostituzioni per i propri dirigenti al fine di garantire la continuità del sistema. La chiusura di internet dal primo giorno di guerra rende fragili tutte le analisi sull'opinione pubblica iraniana e sulla tenuta dell'apparato di sicurezza. A Teheran, i resti dell'élite politico-militare giocano la carta patriottica della resistenza contro l'invasore. A Washington, Trump si pone come unico decisore del futuro dell'Iran e venerdì ha chiesto su Truth Social una "resa senza condizioni".

L'analisi del Pentagono è che l'esaurimento della capacità iraniana di lanciare missili balistici aprirà uno spazio totale nel cielo per americani e israeliani. Il ricorso a gruppi locali, come le milizie curde o formazioni sunnite nel Belucistan, diventerebbe più agevole. Il rifiuto ripetuto dell'amministrazione di escludere un dispiegamento terrestre non prefigura necessariamente l'invio di truppe regolari come in Iraq nel 2003, ma suggerisce piuttosto operazioni di commando mirate. Il rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela, a gennaio, ha rafforzato la fiducia nell'efficacia di queste azioni. Curt Mills, direttore della rivista The American Conservative, ha però messo in guardia: "C'è un sentimento di invulnerabilità con le forze speciali, dopo il raid contro Bin Laden, contro al-Baghdadi e infine Maduro. Ma gli Stati Uniti sono anche stati molto fortunati, come sottolineano gli esperti militari". Nel 1980, l'operazione lanciata dal presidente Jimmy Carter per liberare il personale dell'ambasciata americana in Iran si era conclusa con un fallimento umiliante.

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