Perché la guerra in Iran rischia di diventare un caos senza controllo
L'Economist critica l'assenza di una strategia chiara nell'operazione militare contro Teheran e avverte: obiettivi vaghi, conseguenze economiche gravi e instabilità regionale crescente
L'Economist dedica il suo editoriale di questa settimana alla guerra in Iran, con un giudizio netto: l'operazione militare americana e israeliana è un successo sul piano operativo ma un fallimento su quello politico. Il settimanale britannico chiede al presidente Trump di restringere gli obiettivi e fermarsi prima che il conflitto degeneri in un caos regionale incontrollabile.
Il punto di partenza è l'uccisione dell'ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema iraniana di 86 anni, avvenuta il 28 febbraio per ordine congiunto di Washington e Gerusalemme. Un evento rarissimo: un capo di Stato che ordina la morte di un altro. Ma l'eliminazione di Khamenei non ha prodotto il risultato sperato. Il suo posto è stato preso immediatamente da un triumvirato e il prossimo leader supremo potrebbe essere nominato a breve, forse il figlio stesso di Khamenei. Secondo l'Economist questo dimostra che l'operazione non sta raggiungendo i suoi obiettivi politici.
Il problema centrale, nell'analisi del settimanale, è l'assenza di una strategia chiara da parte americana. Israele ha un obiettivo definito: eliminare la minaccia del regime iraniano. Trump e il suo gabinetto, invece, hanno offerto un insieme confuso e mutevole di giustificazioni: i missili iraniani, le armi nucleari, il cambio di regime, la volontà di seguire Israele, la "sensazione" che l'Iran stesse per attaccare, il regolamento di vecchi conti. La vaghezza offre a Trump margine di manovra politica, ma rappresenta secondo l'Economist la più grande vulnerabilità dell'intera operazione.
La guerra ha così due volti. Sul piano militare, America e Israele hanno distrutto la marina iraniana, messo a terra la sua aviazione e stanno smantellando le capacità missilistiche e l'industria bellica del paese. Il dominio dei cieli consente loro di continuare a combattere a piacimento, mentre i missili intercettori difendono le basi e le città in Israele e nei paesi del Golfo. Sul piano politico, però, la strategia dell'Iran è seminare dubbi e confusione: per il regime, sopravvivere equivarrebbe a una vittoria. E finora ci sta riuscendo, scrive l'Economist, intensificando il conflitto in tutte le direzioni.
Le conseguenze di questa escalation orizzontale sono molteplici. Altri paesi vengono trascinati nel conflitto: l'Iran ha attaccato gli Stati del Golfo, che avevano scommesso il loro futuro sulla stabilità. I combattimenti sono ripresi in Libano, dove Israele colpisce Hezbollah, il principale alleato di Teheran. Francia e Gran Bretagna difendono le proprie basi. Il 4 marzo le difese aeree della Nato hanno abbattuto un missile iraniano diretto verso la Turchia.
Sul fronte economico, l'Iran ha tentato di chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% delle forniture globali di petrolio, e ha colpito infrastrutture energetiche, tra cui il più grande impianto di liquefazione del gas al mondo e la più grande raffineria dell'Arabia Saudita. Il prezzo del Brent è salito del 14% dal 27 febbraio, raggiungendo 83 dollari al barile. Il gas naturale in Europa costa 54 euro al megawattora, oltre il 70% in più rispetto alla settimana precedente. Secondo l'Economist, se il petrolio raggiungesse i 100 dollari al barile, la crescita del Pil globale potrebbe ridursi di 0,4 punti percentuali e l'inflazione aumentare di 1,2 punti.
Il terzo rischio è il caos interno all'Iran, dove circa il 40% dei 90 milioni di abitanti appartiene a minoranze etniche: arabi, azeri, baluci, curdi e luri. America e Israele stanno sostenendo gli insorti curdi, una scelta che l'Economist definisce avventata perché potrebbe alimentare il nazionalismo persiano o una guerra civile, con effetti che si riverserebbero sui paesi confinanti.
L'editoriale avverte che Trump potrebbe non riuscire a fermarsi finché i mercati e i sondaggi non gli daranno il consenso che cerca. Oggi appena un terzo degli americani sostiene la guerra, contro il 90% che nel 2001 appoggiava l'invasione dell'Afghanistan. La tentazione di cercare una vittoria schiacciante bombardando il regime fino alla sua eliminazione potrebbe rivelarsi irrealizzabile anche con la potenza militare americana, nel frattempo tutti i rischi continuerebbero a danneggiare la regione e l'economia mondiale.
La conclusione dell'Economist è secca: Trump dovrebbe restringere i suoi obiettivi di guerra alla degradazione delle capacità militari iraniane, e poi fermarsi. Lasciare il regime come una "bestia ferita" sarebbe doloroso per il popolo iraniano oppresso e l'Iran potrebbe continuare a reagire per un po', ma sarebbe meglio per l'America dichiarare vittoria in anticipo che trascinarsi fuori da una guerra impopolare per esaurimento. Prima di questo conflitto, il regime iraniano era più debole che mai nei suoi 47 anni di storia e avrebbe potuto cadere senza una singola bomba americana. Trump potrebbe avere fortuna, ma è più probabile che finisca per dover gestire il caos regionale o un nuovo regime ancora più intransigente.