Perché in realtà i MAGA stanno con Trump sull'Iran
I sondaggi mostrano che l'85-90% dei repubblicani che si identificano con il movimento MAGA appoggia i raid. La frattura, se esiste, riguarda una minoranza che non fa parte della base trumpiana.
I media americani raccontano da giorni di una spaccatura all'interno della base di Donald Trump sulla guerra in Iran. Ma i dati dei sondaggi raccontano una storia molto diversa. È questa la tesi centrale di Gabe Fleisher, giornalista e fondatore della newsletter di analisi politica Wake Up To Politics, che in un lungo articolo smonta quella che definisce una narrazione mediatica costruita su basi fragili.
Tre sondaggi condotti dopo l'inizio del conflitto, realizzati rispettivamente da NBC, CNN e YouGov, mostrano un quadro uniforme: tra i repubblicani che si definiscono MAGA, il sostegno ai raid militari contro l'Iran oscilla tra l'85% e il 90%, mentre l'opposizione si ferma tra il 5% e il 13%. Non è una spaccatura, scrive Fleisher: è un consenso quasi unanime.
A raccontare di divisioni nel campo trumpiano sono stati, tra gli altri, Bloomberg News, l'Associated Press, ABC News e il sito The Week. Questi articoli citano come voci critiche Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex conduttori di Fox News riconvertiti a posizioni anti-interventiste nei media indipendenti, oltre a Steve Bannon e alla deputata Marjorie Taylor Greene. A sostegno della guerra viene invece citata Laura Loomer, attivista vicina a Trump. Nessuno di questi articoli, osserva Fleisher, include dati concreti a supporto della tesi della spaccatura.
Il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, critico libertario di Trump, ha dichiarato a Bloomberg di ritenere che il movimento MAGA sia diviso a metà sulla questione. Ma, sottolinea Fleisher, Bloomberg ha semplicemente preso per buona questa affermazione senza verificarla con i dati disponibili.
Quei dati, invece, mostrano che l'opposizione alla guerra all'interno del Partito Repubblicano, già limitata, proviene quasi interamente dai repubblicani che non si identificano con il MAGA. Tra questi ultimi, il sostegno ai raid scende al 54-63% e l'opposizione sale al 21-39%, a seconda del sondaggio. Si tratta di uno scarto di circa 30 punti rispetto ai repubblicani MAGA, una differenza che CNN attribuisce esplicitamente al livello di fiducia personale in Trump.
Fleisher avanza anche un'interpretazione più ampia del fenomeno. Secondo lui, il termine MAGA non identifica un'ideologia coerente, paragonabile per esempio a quella dei "socialdemocratici" o dei "neoconservatori", ma è piuttosto un'etichetta personale: chi si dice MAGA sta essenzialmente dicendo di essere un "repubblicano di Trump", qualcuno che si fida di lui più che di qualsiasi altra cosa. A sostegno di questa lettura, cita dati YouGov secondo cui i repubblicani MAGA approvano le singole politiche di Trump con percentuali tra l'86% e il 94%, e gli attribuiscono un indice di approvazione complessivo del 97%. I repubblicani non-MAGA, invece, mostrano livelli di approvazione più variabili, tra il 57% e l'87%, con un indice generale del 72%.
Questa dinamica, sostiene Fleisher, si estende anche alla percezione dell'economia. Un sondaggio Politico del novembre scorso ha rilevato che il 52% dei repubblicani MAGA ritiene che la propria situazione finanziaria sia migliorata negli ultimi cinque anni, contro il 37% dei repubblicani non-MAGA. Il 73% dei MAGA si aspetta un ulteriore miglioramento nei prossimi cinque anni, contro il 57% dei non-MAGA. Per Fleisher, queste differenze riflettono un fenomeno noto: i sostenitori forti di un presidente tendono a vedere l'economia in modo più positivo quando il loro partito è al governo, indipendentemente dalla realtà dei dati economici.
Chi sono allora i repubblicani contrari alla guerra? Secondo Fleisher, si tratta in larga parte di elettori più giovani, arrivati al Partito Repubblicano o all'orbita trumpiana solo nel 2024, attratti da figure come il podcaster Joe Rogan, che ha definito la guerra "insensata" senza però identificarsi con il MAGA. Si tratta, nella sua lettura, di un elettorato fluido, non di una base ideologica consolidata, e in gran parte composto da indipendenti piuttosto che da veri e propri repubblicani. Anche alcuni repubblicani di vecchia data, diffidenti verso Trump, potrebbero opporsi ai raid, ma per ragioni diverse e spesso opposte.
La critica ai media, nella ricostruzione di Fleisher, va oltre il caso specifico dell'Iran. Cita altri esempi in cui la copertura giornalistica avrebbe amplificato posizioni marginali presentandole come rappresentative di gruppi più ampi: gli attivisti climatici come voce dei giovani elettori, gli attivisti ispanici come voce degli elettori ispanici sul tema dell'immigrazione, i sostenitori del "defund the police" come voce degli elettori neri. In tutti questi casi, scrive, i sondaggi raccontavano una storia molto diversa da quella delle piazze e dei podcast. Il problema, secondo lui, non è una distorsione ideologica in senso stretto, ma una tendenza strutturale dei media verso le storie di conflitto e verso le fonti più attive e visibili politicamente, che non sono necessariamente rappresentative.
Dai dati YouGov, Fleisher ricava infine una stima della composizione del Partito Repubblicano sulla questione iraniana: circa il 66% si identifica come MAGA e appoggia i raid; il 21% è repubblicano non-MAGA e in maggioranza li appoggia; il 4% è repubblicano non-MAGA contrario ai raid; il 3% è MAGA contrario ai raid. Tucker Carlson e Steve Bannon, in altri termini, parlano per circa il 3% del partito. Una voce legittima, conclude Fleisher, ma che i media trattano come se fosse molto più grande di quanto non sia.