Perché è difficile capire chi vincerà le primarie in Texas
Le elezioni del 3 marzo potrebbero riservare sorprese: un'analisi del sito FiftyPlusOne spiega i limiti strutturali dei dati disponibili
Le primarie del Texas, in programma il 3 marzo, sono le prime elezioni competitive del ciclo elettorale americano del 2026 e i sondaggi le danno come corse apertissime. Ma c'è un problema: quei sondaggi potrebbero non valere molto. È la conclusione di un'analisi pubblicata da FiftyPlusOne, un sito di data journalism politico fondato da G. Elliott Morris, che esamina i limiti strutturali dei dati disponibili su entrambe le primarie, quella repubblicana e quella democratica, per il seggio al Senato degli Stati Uniti.
Vale la pena spiegare cosa si vota. Il 3 marzo i cittadini del Texas non eleggeranno direttamente il loro senatore, ma sceglieranno i candidati dei due partiti che si sfideranno alle elezioni generali di novembre. Queste primarie potrebbero influenzare l'equilibrio di potere al Senato americano, dove ogni seggio conta, ed è per questo che attraggono attenzione nazionale.
Sul fronte repubblicano, la corsa vede tre candidati principali. Il procuratore generale dello Stato Ken Paxton guida la media dei sondaggi con il 32,1% delle preferenze, seguito dal senatore uscente John Cornyn al 29,2% e dal deputato federale Wesley Hunt al 19,8%. Un vantaggio di Paxton di soli tre punti, che si è ridotto significativamente da quando Hunt è entrato in gara, nell'estate del 2025. Poiché nessun candidato sembra destinato a superare il 50%, è molto probabile che la corsa si concluda con un ballottaggio il 26 maggio tra i primi due classificati. Un sondaggio ipotetico su quel ballottaggio tra Paxton e Cornyn dà Paxton in vantaggio con il 51% contro il 40%.

Sul fronte democratico, la sfida è tra la deputata federale Jasmine Crockett e il deputato statale James Talarico. La media dei sondaggi assegna a Crockett il 42,7% contro il 39,7% di Talarico, un margine di tre punti che rientra nel margine di errore statistico dei rilevamenti.

Fin qui, i numeri. Il problema è che quei numeri potrebbero essere largamente sbagliati.
FiftyPlusOne ha analizzato i sondaggi delle primarie statali per governatore e per il Senato condotti nei cicli elettorali del 2014, 2016 e 2024. Il risultato è sconfortante. L'errore medio dei sondaggi, a livello del singolo candidato, è di dieci punti percentuali. Questo significa che un candidato dato al 31% potrebbe in realtà finire ovunque tra il 21% e il 41%. Ma è sul margine tra i due candidati in testa, il dato che davvero determina chi vince, che l'incertezza è ancora maggiore: l'errore medio storico è di tredici punti. In un caso su cinque, nelle corse considerate competitive dai sondaggi, i sondaggi hanno sbagliato il vincitore.
L'analisi riporta casi concreti di errori clamorosi. Alle primarie repubblicane per il Senato in Nevada nel 2024, i sondaggi davano Sam Brown in vantaggio di 18 punti: vinse con 45 punti di scarto. Nello stesso ciclo, in Ohio, i sondaggi mostravano una corsa quasi in parità tra Bernie Moreno e Matt Dolan: Moreno vinse con 18 punti di vantaggio. Il 2024 è stato in assoluto il ciclo peggiore tra quelli studiati, con un errore medio sul margine di vittoria di 16 punti.
A questi problemi strutturali si aggiungono difficoltà specifiche di questa corsa. Nella primaria democratica del Texas, i sondaggi disponibili sono pochi e condotti in un arco di tempo breve: l'ex parlamentare Collin Allred si è ritirato solo a fine dicembre, lasciando appena due mesi di dati e in modo frammentato. Uno dei quattro sondaggi condotti nel 2026, che pesa per il 25% nella media, è stato commissionato direttamente dalla campagna di Crockett. FiftyPlusOne osserva che i sondaggi interni delle campagne tendono sistematicamente a sopravvalutare il candidato che li pubblica.
La situazione è ancora più marcata sul lato repubblicano. Dei dieci sondaggi condotti nel 2026, solo tre o quattro provengono da fonti neutre. Quattro sono stati commissionati da organizzazioni favorevoli a Cornyn, altri due da gruppi favorevoli a Paxton. Su un totale di quaranta rilevamenti che coprono l'intera campagna e includono tutti e tre i principali candidati, solo dodici vengono da fonti indipendenti. I risultati, prevedibilmente, divergono in base a chi ha pagato il sondaggio: nei rilevamenti finanziati dai sostenitori di Paxton, Hunt non ha mai superato il 18%, mentre nei sondaggi pro-Cornyn, il senatore uscente non è mai sceso sotto il 28%. FiftyPlusOne segnala anche un dettaglio rivelatore: nessun gruppo favorevole a Hunt ha pubblicato un sondaggio condotto nel 2026, il che potrebbe indicare che il candidato stia perdendo terreno.
C'è poi un problema metodologico che riguarda entrambe le primarie. Condurre sondaggi nelle primarie è molto più difficile che farlo per le elezioni generali. Il tasso di risposta medio ai sondaggi oggi è intorno all'1%, il che obbliga i sondaggisti a ricorrere a tecniche statistiche di ponderazione per rendere il campione rappresentativo dell'elettorato. Ma nelle primarie ci sono meno variabili demografiche affidabili su cui calibrare queste correzioni, e le preferenze dei votanti dipendono più da fattori ideologici e di percezione dell'eleggibilità del candidato, difficili da misurare.
Un elemento ulteriore di incertezza riguarda il Texas in particolare. Il Texas ha un sistema di primarie aperte, in cui i cittadini non iscritti a nessun partito, i cosiddetti indipendenti, possono scegliere a quale primaria partecipare. Questo rende la composizione dell'elettorato imprevedibile. I dati sul voto anticipato mostrano già un'affluenza insolitamente alta, soprattutto tra i democratici, che potrebbe indicare una partecipazione di elettori diversi da quelli considerati nei modelli tradizionali di previsione dell'affluenza. Se molti indipendenti o elettori non tradizionali dovessero presentarsi alle urne, i sondaggi condotti con modelli basati sulle primarie passate potrebbero risultare del tutto fuori bersaglio.
A complicare ulteriormente il quadro, in entrambe le primarie una quota significativa di elettori non ha ancora espresso una preferenza. Nella primaria repubblicana, in media il 21% degli intervistati nei sondaggi del 2026 non ha indicato un candidato. Nel sondaggio dell'università Emerson College condotto per il gruppo mediatico Nexstar Media, tutti gli intervistati hanno dichiarato di voler votare la settimana prossima, ma solo il 71% ha espresso una preferenza. Come si comporterà quel 29% potrebbe decidere l'esito della corsa, incluso se ci sarà o meno un ballottaggio.
La conclusione di FiftyPlusOne è netta: Paxton e Crockett guidano tecnicamente i rispettivi sondaggi, ma un vantaggio di tre punti in una primaria equivale, storicamente, a un lancio di moneta. Con un errore medio di tredici punti sul margine tra i candidati, l'esito reale potrebbe essere radicalmente diverso da quello che i dati attuali suggeriscono.