Perché attaccare l'Iran è più rischioso del Venezuela
Il presidente punta a fermare il programma nucleare iraniano, ma un attacco militare potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto lungo e imprevedibile
Donald Trump si trova davanti alla decisione più importante della sua presidenza: firmare un accordo che blocchi il programma nucleare iraniano o ordinare un attacco militare contro Teheran, con conseguenze difficili da controllare per gli Stati Uniti e per tutto il Medio Oriente.
Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Trump ha costruito questa crisi con le proprie scelte. A gennaio ha promesso sostegno ai manifestanti iraniani che protestavano contro la repressione del regime, senza però intervenire concretamente. Poi ha presentato a Teheran un elenco di richieste: niente più arricchimento dell'uranio, limiti severi ai missili balistici e fine del sostegno alle milizie proxy regionali come Hamas e Hezbollah. Nel frattempo ha ammassato nel Medio Oriente la più grande concentrazione di potere aereo americano dai tempi dell'invasione dell'Iraq nel 2003.
Il nodo centrale è la distanza tra le posizioni delle due parti. L'Iran ha ripetuto per vent'anni che non abbandonerà mai il suo programma di arricchimento dell'uranio, passaggio indispensabile per costruire un'arma nucleare. Teheran si è rifiutata di discutere il tema dei missili balistici, su cui fa affidamento per compensare la debolezza della propria aviazione, e ha chiesto in cambio una significativa riduzione delle sanzioni americane per alleviare la pressione sulla sua economia. Dopo i colloqui di Ginevra, il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che l'Iran non ha mostrato alcuna disponibilità a venire incontro alle condizioni minime richieste da Washington. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha però annunciato venerdì, in un'intervista a MS NOW, che Teheran presenterà nei prossimi giorni una proposta scritta dettagliata agli Stati Uniti.
Se le trattative dovessero fallire, le opzioni militari sul tavolo spaziano da attacchi limitati per fare pressione su Teheran fino a una campagna di bombardamenti prolungata con l'obiettivo di abbattere il regime. Secondo funzionari americani citati dal Wall Street Journal, Trump ha guadagnato fiducia nell'uso della forza militare dopo i raid su tre siti nucleari iraniani nel giugno scorso e dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro il mese scorso. Ma si è trattato in entrambi i casi di operazioni rapide e chirurgiche. Un conflitto con l'Iran sarebbe tutt'altra cosa.
Il New York Times sottolinea come un attacco all'Iran sia molto più complesso di quanto sia stato l'intervento in Venezuela. "Non esiste un'opzione militare a basso costo, facile e pulita nel caso dell'Iran", ha dichiarato al quotidiano Ali Vaez dell'International Crisis Group, un'organizzazione che si occupa di risoluzione dei conflitti. Vaez ha aggiunto che "c'è un rischio reale che vi siano perdite di vite americane", un fattore destinato a pesare molto nei calcoli del presidente, soprattutto in un anno elettorale.
L'arsenale militare iraniano è uno degli elementi che rendono questo scenario particolarmente preoccupante. A differenza del Venezuela, i cui cieli erano quasi indifesi prima dell'attacco americano di gennaio, l'Iran dispone di uno dei più grandi e vari depositi di missili del Medio Oriente. I suoi missili balistici a medio raggio possono colpire obiettivi a oltre 1.900 chilometri di distanza, comprese basi americane in Turchia occidentale e in tutto il Medio Oriente, inclusi Israele e i paesi del Golfo. Lo scorso sabato, i media di stato iraniani hanno riferito che Teheran ha testato per la prima volta un missile di difesa aerea navale con una gittata di oltre 150 chilometri, durante esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz.
Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa al Chatham House, ha spiegato al New York Times che la strategia di Teheran è quella di "aumentare rapidamente l'escalation ed esportare instabilità su più fronti, in modo che il costo e il dolore siano distribuiti". I paesi del Golfo, dove ha sede diversi basi americane, temono che un attacco statunitense possa scatenare una ritorsione iraniana contro di loro. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, entrambi alleati di Washington, hanno già dichiarato a gennaio che non avrebbero concesso il loro spazio aereo per eventuali attacchi.
L'Iran può anche contare sulla sua rete di milizie alleate disseminate nella regione. Gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e gruppi sciiti in Iraq, pur indeboliti, potrebbero riaprire più fronti contemporaneamente contro le forze americane e i loro alleati. Almeno un gruppo filo-iraniano in Iraq ha già annunciato sostegno a Teheran in caso di attacco. "Se la nave madre affonda, si ritrovano tutti soli", ha detto Vaez al New York Times, spiegando perché questi gruppi avrebbero tutto l'interesse a intervenire in difesa dell'Iran.
A complicare ulteriormente il quadro c'è la struttura del potere iraniano. Rimuovere il regime non è semplice come eliminarne il leader. Il potere reale in Iran è sorretto da un'ideologia radicata, sostenuta da settori politici oltranzisti e da una struttura complessa consolidata in quasi mezzo secolo. I Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica, contano circa 150.000 uomini e costituiscono la spina dorsale del regime. Vakil ha osservato che "un copia-incolla dell'operazione Venezuela sarebbe più difficile da realizzare se l'obiettivo è la decapitazione del regime". Teheran, inoltre, si trova a circa 650 chilometri nell'entroterra dal Golfo Persico, ben più lontana e irraggiungibile di Caracas, che dista solo una decina di chilometri dal mare.
C'è infine la questione economica globale. L'Iran ha più volte minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Claire Jungman, direttrice di maritime risk and intelligence presso Vortexa, azienda specializzata nel monitoraggio dei commerci energetici, ha avvertito il New York Times che qualsiasi interruzione nello stretto farebbe salire alle stelle i prezzi dell'energia. Le forze iraniane hanno condotto esercitazioni nello stretto nei giorni scorsi, un segnale che alcuni esperti interpretano come una dimostrazione di disponibilità a bloccare la via d'acqua in caso di guerra. Una mossa che però danneggerebbe anche l'Iran, riducendo la sua capacità di esportare petrolio verso clienti importanti come la Cina.
Il Wall Street Journal riferisce che la decisione finale di Trump dipenderà probabilmente da quanto le concessioni massime dell'Iran si avvicineranno alle richieste minime di Washington. Secondo Vali Nasr, ex alto funzionario americano ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, il presidente ha dimostrato di preferire operazioni militari con poche perdite americane. "Non abbiamo mai visto quale sia la soglia di sopportazione del dolore di Trump", ha detto Nasr al Wall Street Journal. "A meno che Trump non sia sicuro che gli Stati Uniti possano eliminare tutto ciò che l'Iran ha fin dall'inizio, ciò che segue comporta un rischio enorme."