Pam Bondi rifiuta di scusarsi con le vittime di Epstein e attacca i democratici

La Procuratrice Generale, sotto pressione alla Camera per la gestione dei documenti sul caso del trafficante sessuale condannato, passa al contrattacco chiedendo ai democratici di scusarsi con Trump.

Pam Bondi rifiuta di scusarsi con le vittime di Epstein e attacca i democratici
Immagine creata con l'intelligenza artificiale.

La Procuratrice Generale Pam Bondi si è presentata oggi davanti alla Commissione Giustizia della Camera in quella che già si preannunciava come una delle giornate più difficili del suo mandato. Durante l’audizione ha rifiutato di porgere scuse alle vittime di Jeffrey Epstein ed ha respinto le accuse dei Democratici, arrivando a chiedere che fossero loro a scusarsi con il presidente Donald Trump.

L’audizione, segnata da scontri duri e toni accesi, ha messo in evidenza la strategia adottata da Bondi di fronte alle domande più scomode: evitare risposte dirette e passare all’attacco, con un approccio simile a quello spesso utilizzato dallo stesso Trump. Nel corso delle ore di testimonianza, Bondi ha fornito poche risposte concrete, nessuna ammissione di responsabilità e ripetute dichiarazioni di lealtà nei confronti del presidente, che ha mantenuto un forte peso politico sulle scelte del Dipartimento di Giustizia.

Lo scontro sui file Epstein

Al centro della controversia c’è la gestione del rilascio dei fascicoli investigativi sul caso Epstein. Jamie Raskin, principale esponente democratico della Commissione, ha aperto l’audizione con un attacco diretto:

"Lei si schiera con i responsabili e ignora le vittime. Questa sarà la sua eredità, a meno che non cambi rotta rapidamente. Sta conducendo un’enorme operazione di insabbiamento su Epstein direttamente dal Dipartimento di Giustizia".

Uno dei momenti più tesi si è verificato però quando la deputata democratica Pramila Jayapal ha chiesto a Bondi di scusarsi per il rilascio lento e disorganizzato dei documenti, che ha portato alla divulgazione accidentale dei nomi di alcune vittime che avrebbero dovuto restare riservati. Bondi è apparsa inizialmente spiazzata, per poi reagire alzando la voce e accusando Jayapal di trascinare l’audizione "nel fango". la Procuratrice Generale ha quindi difeso il proprio operato, presentandosi come "una procuratrice di carriera" che ha "trascorso l’intera vita professionale a combattere per le vittime".

Bondi ha poi provocato diversi Democratici della Commissione, tra cui Raskin e il deputato di New York Jerrold Nadler, rimproverandoli per aver sostenuto le procedure di impeachment contro Trump. "Vi siete scusati con il presidente Trump?", ha chiesto, aggiungendo: "Voi attaccate il presidente, e io non ve lo permetterò". Una successiva digressione su dati economici ha suscitato risate tra i membri democratici della Commissione.

Repubblicani in difficoltà

La difesa repubblicana di Bondi è apparsa prudente. Invece di affrontare direttamente le accuse dei Democratici, molti esponenti del Partito dell'elefante hanno cercato di spostare la discussione dal caso Epstein verso temi ritenuti più favorevoli, come gli sforzi del Dipartimento nel contrasto alla criminalità di strada. Il presidente della Commissione, il deputato repubblicano Jim Jordan dell’Ohio, è intervenuto più volte per richiamare all’ordine e impedire che Bondi interrompesse i suoi interlocutori.

Particolarmente significativa è stata però la posizione del deputato repubblicano Thomas Massie del Kentucky, membro della Commissione e coautore della legge bipartisan che ha imposto al Dipartimento di Giustizia e all’FBI il rilascio di tutti i fascicoli. Massie ha criticato ripetutamente Bondi e il suo vice Todd Blanche per la gestione dei documenti, accusandoli di aver rallentato o bloccato la pubblicazione di parte del materiale. In un’intervista alla CNN, Massie ha poi dichiarato senza mezzi termini che Bondi "non ha più alcuna credibilità" sulla questione.

Una strategia collaudata

L’approccio adottato da Bondi però non è nuovo. In una precedente audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato, lo scorso autunno, aveva già utilizzato una tattica simile, rispondendo in modo evasivo alle domande dei Democratici ed attaccando i suoi interlocutori. In quell’occasione, il senatore democratico Sheldon Whitehouse l’aveva incalzata sulla decisione del Dipartimento di archiviare un’indagine su Tom Homan, allora responsabile della politica migratoria dell’Amministrazione Trump. Bondi aveva evitato di entrare nel merito, criticando invece i finanziamenti elettorali ricevuti da esponenti democratici.

Il caso Epstein, per anni al centro dell’attenzione di ambienti conservatori, è oggi diventato un terreno di scontro politico utilizzato dai Democratici contro Trump e le persone da lui nominate a dirigere il Dipartimento di Giustizia e l’FBI. Per i Repubblicani, la vicenda ha finito per segnare il mandato di Bondi tanto quanto la sua lealtà al presidente l’ha resa una figura divisiva agli occhi dell’opposizione. La combattività mostrata nelle audizioni, tuttavia, sembra aver rafforzato il sostegno dell’interlocutore per lei politicamente più rilevante: lo stesso Trump da cui dipende interamente il futuro della sua carriera politica.

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