Nucleare iraniano, nuovo round diplomatico a Ginevra prima di un possibile ricorso alle armi

Atteso per giovedì un incontro tra gli inviati di Trump e il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi su una proposta di accordo sul nucleare. Washington mantiene aperte entrambe le opzioni: negoziato o attacco con Israele. Intanto in Iran tornano le proteste studentesche e antigovernative.

Nucleare iraniano, nuovo round diplomatico a Ginevra prima di un possibile ricorso alle armi

Negoziatori statunitensi e iraniani si preparano a un nuovo faccia a faccia a Ginevra, previsto per giovedì, per discutere una proposta dettagliata sul dossier nucleare elaborata da Teheran. Secondo quanto riportato da Axios, un alto funzionario americano ha affermato che l’Amministrazione Trump si attende di ricevere il nuovo documento entro martedì.

Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi confermato l’incontro di giovedì durante la trasmissione Face the Nation della CBS, precisando che il testo è ancora in fase di definizione e attende l’approvazione della leadership politica di Teheran.

Secondo fonti dell’Amministrazione americana, l’attuale iniziativa diplomatica rappresenterebbe l’ultima finestra concessa dal presidente Donald Trump all’Iran prima di valutare un’operazione militare congiunta con Israele. Tra le opzioni discusse, secondo indiscrezioni di stampa, vi sarebbe anche un’azione mirata contro i vertici del regime, inclusa la stessa Guida Suprema Ali Khamenei e suo figlio.

La posizione negoziale di Washington

Nel precedente round di colloqui a Ginevra, martedì scorso, gli inviati di Trump — Steve Witkoff e Jared Kushner — avevano chiesto ad Araghchi una proposta scritta e circostanziata nel giro di pochi giorni.

La linea ufficiale degli Stati Uniti resta quella dello “zero arricchimento” dell’uranio sul territorio iraniano. Tuttavia, Washington si sarebbe detta disponibile a esaminare soluzioni intermedie, tra cui un arricchimento limitato o simbolico, purché il piano garantisca l’impossibilità per Teheran di sviluppare un’arma nucleare. Un alto funzionario americano ha inoltre confermato che potrebbe essere preso in considerazione un accordo provvisorio, in attesa di un’intesa complessiva.

Araghchi ha dichiarato alla CBS di ritenere possibile lavorare su un testo condiviso per arrivare rapidamente a un’intesa. In un’intervista rilasciata venerdì, il Ministro degli Esteri iraniano ha aggiunto di aver quasi ultimato la bozza, che sarà trasmessa agli inviati americani dopo il via libera delle autorità iraniane.

Il pressing dei falchi: Graham spinge per il bombardamento

Non tutti nell’entourage presidenziale sostengono la linea negoziale. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tra i più convinti sostenitori di un intervento militare, ha dichiarato ad Axios che alcuni consiglieri starebbero suggerendo al presidente di evitare un attacco, invitandolo a non seguire tali raccomandazioni.

"Comprendo le preoccupazioni legate a grandi operazioni militari in Medio Oriente, alla luce delle esperienze passate. Tuttavia, le voci che sconsigliano l’impegno sembrano ignorare le conseguenze del lasciare il male incontrollato", ha affermato Graham, reduce da una visita nella regione durante la quale ha incontrato i leader di Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Il senatore ha parlato di un’opportunità per "produrre un cambiamento storico" in Iran, pur riconoscendo che le posizioni contrarie a un’azione militare stanno guadagnando terreno.

Sul fronte opposto, diversi consiglieri invitano invece Trump a utilizzare la minaccia dell’intervento come leva negoziale. Permangono inoltre dubbi, anche nella cerchia più ristretta del presidente, sull’opportunità di un’operazione finalizzata al cambio di regime. Secondo i suoi collaboratori, Trump non avrebbe ancora assunto una decisione definitiva, pur mantenendo la possibilità di ordinare un attacco in qualsiasi momento.

Le proteste in Iran

Mentre il confronto tra diplomazia e opzione militare si intensifica, in Iran si registrano nuove manifestazioni. Secondo il Wall Street Journal, in una analisi basata su video verificati da Storyful, sabato 21 febbraio — primo giorno del nuovo semestre accademico — studenti di diverse Università iraniane sono tornati in piazza in memoria delle vittime della repressione delle proteste di gennaio e contro la repressione delle forze di sicurezza.

All’Università tecnologica Amirkabir di Teheran, manifestanti vestiti di nero hanno scandito slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. All’Università tecnologica Sharif si sono invece registrati scontri con i Basij, la milizia paramilitare affiliata ai Guardiani della Rivoluzione.

Il dissenso si estende oltre i campus. In diverse città, al calare della sera, dai balconi delle abitazioni si levano slogan contro la Guida Suprema Ali Khamenei. Le commemorazioni del quarantesimo giorno per le vittime della repressione di gennaio si trasformano in nuove manifestazioni, mentre in varie scuole si registrano scioperi denominati “banchi vuoti”, in memoria di studenti e insegnanti uccisi.

Secondo l’organizzazione Human Rights Activists in Iran, con sede negli Stati Uniti, la repressione avvenuta nel mese di gennaio avrebbe causato circa 7.000 morti e oltre 50.000 arresti. Le autorità iraniane parlano invece di circa 3.000 vittime, attribuendo la responsabilità a "terroristi" e rivoltosi.

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