Nessuno ha detto "no" a Trump: come è nata la decisione di attaccare l'Iran
Un'analisi di Bloomberg ricostruisce come la decisione di attaccare Teheran sia maturata sotto l'influenza di alleati esterni, mentre i consiglieri più stretti del presidente hanno evitato di opporsi apertamente
La decisione di Donald Trump di entrare in guerra con l'Iran non è nata solo nella Situation Room della Casa Bianca. Secondo un'analisi pubblicata da Bloomberg e firmata dalle giornaliste Catherine Lucey e Nancy Cook, a spingere il presidente verso il conflitto sono state anche pressioni esterne, in particolare quelle del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, del magnate dei media Rupert Murdoch e di alcuni commentatori conservatori. Murdoch, fondatore di News Corp., avrebbe comunicato più volte con Trump per sollecitarlo ad agire contro Teheran. Le informazioni provengono da fonti a conoscenza dei fatti che hanno parlato a condizione di anonimato.
Il dato più significativo dell'analisi riguarda il comportamento del cerchio più stretto di consiglieri del presidente. Il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles hanno mantenuto un atteggiamento cauto, senza però opporsi direttamente alla scelta del presidente. Wiles si è limitata ad assicurarsi che Trump comprendesse le opzioni disponibili. Vance, da parte sua, ha posto domande sul funzionamento pratico di un eventuale conflitto e ha esortato i funzionari a parlare con franchezza, ma non ha espresso un'opposizione netta. "Nessuno, o quasi, gli ha detto direttamente che era un'idea sbagliata", scrivono le autrici.
La guerra, ora alla quarta settimana, rappresenta una delle decisioni più gravose del secondo mandato di Trump. Le conseguenze si stanno accumulando: tensioni con gli alleati internazionali, aumento dei costi energetici e complicazioni per le prospettive dei repubblicani alle elezioni di metà mandato di novembre. Nonostante questo, Trump ha ribadito che la decisione su quando porre fine al conflitto spetta a lui. "Ho molto più potere nel mio secondo mandato", ha dichiarato venerdì alla Casa Bianca.
Il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Piggot ha respinto la ricostruzione di Bloomberg, definendola "la solita vecchia storia di persone che non sanno di cosa parlano e fingono di saperlo. Non c'è alcuna divisione". La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente "vuole sentire le opinioni oneste di tutti nella stanza" e che spesso chiede direttamente ai consiglieri cosa pensano.
L'analisi di Bloomberg evidenzia un contrasto strutturale tra il primo e il secondo mandato di Trump. Nel primo, i responsabili della sicurezza nazionale cercavano di contenere gli impulsi del presidente. Il segretario alla Difesa Jim Mattis si dimise dopo il ritiro improvviso dalla Siria. L'allora capo di gabinetto John Kelly ebbe frequenti scontri con Trump e, secondo quanto riportò NBC News, lo dissuase dal ritirare tutte le truppe americane dalla penisola coreana. John Bolton, che fu consigliere per la sicurezza nazionale, ha raccontato a Bloomberg di aver apertamente proposto più volte di bombardare l'Iran, anche quando Trump non era d'accordo. "Quello che voleva per il secondo mandato erano persone più disposte a dire 'sì, signore' quando lui voleva fare X o Y, invece di persone che dicevano 'hai considerato questo o quell'altro'", ha spiegato Bolton.
Wiles, a differenza dei predecessori, ha adottato una strategia diversa: lasciare che Trump agisca come vuole, cercando di controllare solo le persone e i processi intorno a lui. Questo approccio le ha garantito la fiducia del presidente e una longevità inedita nel ruolo. Nel primo mandato Trump ebbe quattro capi di gabinetto in quattro anni. Nel secondo, Wiles è l'unica ad aver ricoperto l'incarico.
All'interno del mondo conservatore le posizioni non sono unanimi. Alcuni commentatori vicini a Trump, come Mark Levin, e il senatore Lindsey Graham si sono schierati a favore della guerra. Al contrario, figure di rilievo del movimento "Make America Great Again" come Tucker Carlson e Steve Bannon hanno criticato il conflitto. I sondaggi mostrano che una leggera maggioranza degli americani si oppone alla guerra. Lo stratega repubblicano Marc Short, che lavorò nella prima amministrazione Trump, ha osservato che "i costi energetici non sembrano destinati a scendere presto" e che ci saranno "pressioni significativamente più alte sui costi per le famiglie lavoratrici".
L'unico funzionario dell'amministrazione ad aver espresso pubblicamente il proprio dissenso è Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center, che ha annunciato le dimissioni su X dichiarando di non poter sostenere "l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano". Vance ha commentato che Kent ha fatto bene a dimettersi: "Va bene essere in disaccordo, ma una volta che il presidente prende una decisione, spetta a tutti coloro che servono nella sua amministrazione renderla il più possibile un successo".
Anche la posizione personale di Vance appare sfumata. Veterano dei Marines e scettico di lunga data sull'interventismo militare, il vicepresidente ha pubblicamente appoggiato la guerra. Trump stesso ha descritto le divergenze private con il suo vice: "Era, direi, filosoficamente un po' diverso da me. Forse era meno entusiasta di procedere, ma era abbastanza entusiasta". La direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard, un'altra figura che in passato si era opposta agli interventi militari, ha dichiarato questa settimana in un'audizione al Congresso che Trump è "l'unica persona" che può decidere se l'Iran continua a rappresentare una "minaccia imminente".
L'analisi di Bloomberg fotografa un'amministrazione in cui il potere decisionale è concentrato nelle mani del presidente più che in qualsiasi momento recente della politica americana, con un gabinetto che ha sostituito il confronto interno con la lealtà come principio operativo.