Negli Stati Uniti i neolaureati non trovano lavoro
Il tasso di disoccupazione tra i laureati under 27 è salito al 5,6%. Più che l'intelligenza artificiale, a pesare è un mercato bloccato dove le aziende non licenziano ma nemmeno assumono
Il mercato del lavoro per i giovani laureati americani attraversa la fase più difficile dalla pandemia. Il tasso di disoccupazione per i laureati tra i 22 e i 27 anni ha raggiunto il 5,6% alla fine del 2025, secondo un'analisi della Federal Reserve Bank di New York, in netto aumento rispetto a tre anni fa e superiore al tasso generale del 4,2% registrato nello stesso periodo. Tra quelli che un impiego lo hanno trovato, oltre il 40% lavora in posizioni che non richiedono una laurea, il livello più alto dal 2020.
I segnali di difficoltà arrivano anche dalle università. A gennaio, un amministratore del centro per l'impiego dell'Università del Delaware ha chiesto ai colleghi di altri atenei se avessero notato un calo nelle iscrizioni delle aziende alle fiere del lavoro primaverili. Le risposte hanno confermato un problema diffuso in tutto il paese. Alli Goossens, vicedirettrice per i rapporti con le imprese alla North Dakota State University, ha dichiarato al New York Times che alla giornata primaverile dedicata al recruiting del suo ateneo si sono presentate meno aziende, e alcune hanno spiegato di aver ridotto le assunzioni per prudenza.
Il declino delle prospettive occupazionali per i giovani laureati si incrocia con il dibattito sull'impatto dell'intelligenza artificiale. A rafforzare i timori ci sono stati avvertimenti come quello di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha previsto che la tecnologia potrebbe eliminare metà dei posti di lavoro impiegatizi di primo livello entro cinque anni. Un rapporto pubblicato a novembre dallo Stanford Digital Economy Lab ha riscontrato cali significativi nell'occupazione dei lavoratori a inizio carriera nei settori più esposti all'intelligenza artificiale, come lo sviluppo software.
Il difficile mercato del lavoro per i laureati americani
Eppure le prove che l'intelligenza artificiale sia la causa principale restano scarse. Molti economisti attribuiscono le difficoltà dei giovani laureati a una dinamica diversa: un mercato del lavoro caratterizzato da poche assunzioni e pochi licenziamenti. Le offerte di lavoro sono in calo e si attestano sotto i livelli pre-pandemia, mentre i licenziamenti restano bassi. Il risultato è una stasi generalizzata che colpisce chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro. Adam Ozimek, capo economista dell'Economic Innovation Group, ha spiegato al New York Times che il rallentamento delle assunzioni e la scarsa mobilità del mercato penalizzano in modo sproporzionato chi cerca il primo impiego.
I giovani lavoratori tendono a soffrire di più durante le fasi di rallentamento economico, anche perché le aziende diventano meno disposte ad assumere personale senza esperienza. Dopo la Grande Recessione il tasso di disoccupazione per i ventenni superò il 16%. La pandemia provocò un'impennata ancora maggiore, poi riassorbita dalla riapertura dell'economia. In generale, i laureati continuano a ottenere risultati migliori rispetto ai coetanei senza laurea, con tassi di occupazione più alti e stipendi superiori, anche se il divario si è ridotto negli ultimi anni. Grace Zwemmer, economista di Oxford Economics, ha osservato al New York Times che situazioni simili si sono già verificate in passato.
Luke Pardue, direttore delle politiche economiche dell'Aspen Institute, ha descritto al New York Times la situazione come una sorta di giallo in cui si cerca il responsabile dell'indebolimento del mercato del lavoro per i laureati. Un fattore che potrebbe contribuire è la concentrazione del rallentamento nei settori che attraggono tradizionalmente i giovani laureati, come la tecnologia, i media, la contabilità e la consulenza. Inoltre il numero di persone che completano un percorso universitario è in aumento, il che intensifica la competizione per le posizioni impiegatizie di primo livello.
Alcuni economisti ipotizzano anche un cambiamento demografico di lungo periodo. Dagli anni Settanta la quota di lavoratori anziani nella forza lavoro è cresciuta, in particolare nelle posizioni impiegatizie del settore privato, man mano che l'aspettativa di vita è aumentata e gli americani hanno lavorato più a lungo. Questo ha creato un effetto di congestione: i lavoratori a metà e inizio carriera avanzano più lentamente perché i colleghi più anziani restano al loro posto. Con meno movimento nelle posizioni intermedie e alte, molte aziende si sono trovate a non dover sostituire altrettanti dipendenti ai livelli iniziali.
Nei campus universitari di tutto il paese, intanto, i consulenti di carriera suggeriscono agli studenti di candidarsi al maggior numero possibile di posizioni. La Temple University di Philadelphia ha organizzato un incontro aperto per permettere agli studenti di esprimere le proprie preoccupazioni sul mercato del lavoro. La Washington University di St. Louis ha dedicato una sessione al tema della resilienza nella ricerca di impiego.