Mojtaba Khamenei eletto nuova Guida Suprema dell'Iran
La successione del figlio di Ali Khamenei, primo passaggio dinastico della storia iraniana, avviene sotto i bombardamenti americani e israeliani. Disaccordo tra Washington e Tel Aviv sui raid contro i depositi di carburante. Esplosione all'ambasciata Usa a Oslo: non si esclude il terrorismo.
I media di Stato iraniani hanno annunciato ufficialmente questa sera che Mojtaba Khamenei succederà al padre Ali come Guida Suprema dell'Iran. L'Assemblea degli Esperti ha invitato la popolazione a "mantenere l'unità e giurare fedeltà al nuovo Leader Supremo", mentre il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (IRCG) ha dichiarato attraverso l'agenzia Fars di essere "pronto a obbedire pienamente" ai suoi ordini. La nomina di Mojtaba arriva mentre il Paese è sottoposto ai bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, che nei giorni scorsi hanno ucciso il padre Ali Khamenei insieme ad alti funzionari del regime, tra cui il Consigliere per la Sicurezza Ali Shamkhani, il comandante delle Guardie Mohammad Pakpour e il Ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.
Si tratta di un passaggio senza precedenti per un sistema istituzionale che ha sempre respinto la trasmissione ereditaria del potere. I critici contestano a Mojtaba credenziali teologiche modeste e un'esperienza formale limitata. Secondo il Council on Foreign Relations, lo stesso Ali Khamenei avrebbe valutato in passato possibili successori con profili più solidi, senza includere il figlio tra i candidati. Il presidente Trump, in un'intervista rilasciata giovedì ad Axios, aveva già indicato il giovane Khamenei come il successore più probabile, definendolo però "un peso piuma" e aggiungendo di voler avere un ruolo nella designazione della futura leadership iraniana.
Un percorso nel cuore dell'apparato rivoluzionario
Nato nel 1969, Mojtaba è il secondogenito di Ali Khamenei. Si è formato sotto la guida del defunto ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, noto per le sue posizioni radicali, e a diciassette anni si è arruolato nelle Guardie della Rivoluzione per combattere nella guerra Iran-Iraq, nel battaglione Habib. L'Atlantic Council descrive quell'unità come "notoriamente ideologica", fondata da uno dei padri di Hezbollah e fucina di futuri vertici degli apparati di sicurezza del regime.
Il suo profilo politico si è consolidato nei decenni successivi. L'Atlantic Council lo colloca tra i più stretti alleati dei religiosi estremisti protagonisti delle peggiori repressioni in Iran: gli viene attribuita la regia delle elezioni del 2005 che portarono al potere Mahmoud Ahmadinejad, e nel 2009 avrebbe supervisionato personalmente la risposta sanguinaria della Guardia Rivoluzionaria alle proteste di piazza contro la rielezione dello stesso Ahmadinejad. Secondo Bloomberg, Mojtaba controlla inoltre un vasto impero economico fatto di proprietà di lusso e investimenti internazionali, accumulati nonostante le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2019, quando il Dipartimento del Tesoro lo accusò di operare per favorire "le ambizioni regionali destabilizzanti e gli obiettivi interni oppressivi" del padre. Gli analisti prevedono che la sua ascesa porterà a un inasprimento della linea del regime.
Lo strappo tra Washington e Tel Aviv sui raid aerei
Intanto, le tensioni interne alla coalizione anti-iraniana sono emerse quando l'aviazione israeliana ha colpito trenta depositi di carburante iraniani provocando incendi visibili per chilometri su Teheran. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno sostenuto che le strutture servivano a rifornire anche l'apparato militare del regime, ma l'ampiezza dell'operazione ha colto di sorpresa persino la Casa Bianca, aprendo il primo significativo disaccordo tra i due alleati dall'inizio del conflitto, otto giorni fa. L'IDF aveva notificato in anticipo il Pentagono, ma secondo fonti americane e israeliane citate da Axios i raid sono andati ben oltre le aspettative statunitensi. "Non pensiamo sia stata una buona idea", ha commentato un alto funzionario americano, mentre un funzionario israeliano ha rivelato che la reazione di Washington è stata riassumibile in un laconico "ma che diavolo fate?".
La preoccupazione americana è che il danneggiamento di infrastrutture utilizzate dalla popolazione civile possa compattare la società iraniana attorno al regime e, al tempo stesso, far impennare i prezzi dell'energia. Un consigliere di Trump ha spiegato ad Axios che il presidente "vuole preservare il petrolio, non bruciarlo", aggiungendo che quelle immagini "ricordano alla gente il caro benzina". Da parte iraniana, il portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya ha avvertito che se gli attacchi alle infrastrutture energetiche proseguiranno, Teheran potrebbe rispondere con azioni analoghe in tutta la regione, facendo salire il petrolio fino a 200 dollari al barile. Anche lo Speaker del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha promesso ritorsioni "senza indugio".
Truppe a terra: Israele lascia aperta ogni opzione
Oltre al disaccordo sui raid, resta aperta la questione di un eventuale intervento terrestre. L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Leiter, ha rifiutato domenica di escludere l'invio di soldati in Iran, dichiarando alla CBS che l'obiettivo è impedire al regime di continuare a rappresentare una minaccia, pur precisando che la preferenza di Israele è che siano gli stessi iraniani a "garantire il proprio futuro e quello della regione". Solo il giorno prima, tuttavia, il presidente israeliano Isaac Herzog aveva detto a Fox News di non attendersi un dispiegamento terrestre. Il Ministro degli Esteri iraniano ha replicato alla Nbc che i soldati di Teheran "attendono qualsiasi nemico che metta piede sul nostro suolo per combatterlo e distruggerlo".
Anche l'Amministrazione Trump si è mostrata ambigua su questo punto. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha voluto anticipare le mosse americane, mentre i rumors sulla possibile istituzione di una no-fly zone sulle aree curde dell'Iran occidentale e la cancellazione di un'importante esercitazione dell'esercito hanno alimentato le ipotesi su una futura incursione via terra. Trump ha però escluso sabato di voler armare i gruppi curdi iraniani, dichiarando che "la guerra è già abbastanza complicata senza coinvolgerli".
Allarme sicurezza per le sedi diplomatiche americane
Il conflitto con l'Iran ha, intanto, accresciuto le minacce alle rappresentanze diplomatiche statunitensi nel mondo. Un'esplosione ha colpito la sezione consolare dell'Ambasciata americana a Oslo, senza causare feriti né danni significativi. La polizia norvegese non ha identificato sospetti ma non esclude la pista terroristica, e il primo ministro Jonas Gahr Støre ha definito l'episodio "molto grave e del tutto inaccettabile".
Dall'inizio delle operazioni militari il 28 febbraio, Washington ha chiuso le ambasciate in Arabia Saudita, Libano e Kuwait e innalzato l'allerta nelle altre sedi. Nei giorni scorsi un drone iraniano ha colpito un'area nei pressi dell'ambasciata Usa a Dubai e altri droni hanno raggiunto la sede diplomatica a Riyadh. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che "le nostre ambasciate e le nostre strutture diplomatiche sono sotto attacco diretto da parte di un regime terroristico". Il 1 marzo, inoltre, dieci persone sono rimaste uccise quando i marines americani hanno aperto il fuoco sui manifestanti che tentavano di assaltare il consolato statunitense a Karachi, in Pakistan, poco dopo l'inizio dei bombardamenti in Iran e l'uccisione di Ali Khamenei.