Mojtaba Khamenei eletto nuova Guida Suprema dell'Iran

La successione del figlio di Ali Khamenei, primo passaggio dinastico della storia iraniana, avviene sotto i bombardamenti americani e israeliani. Disaccordo tra Washington e Tel Aviv sui raid contro i depositi di carburante. Esplosione all'ambasciata Usa a Oslo: non si esclude il terrorismo.

Mojtaba Khamenei eletto nuova Guida Suprema dell'Iran
Fonte: Mehr News via Wikipedia

I media di Stato iraniani hanno annunciato ufficialmente questa sera che Mojtaba Khamenei succederà al padre Ali come Guida Suprema dell'Iran. L'Assemblea degli Esperti ha invitato la popolazione a "mantenere l'unità e giurare fedeltà al nuovo Leader Supremo", mentre il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (IRCG) ha dichiarato attraverso l'agenzia Fars di essere "pronto a obbedire pienamente" ai suoi ordini. La nomina di Mojtaba arriva mentre il Paese è sottoposto ai bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, che nei giorni scorsi hanno ucciso il padre Ali Khamenei insieme ad alti funzionari del regime, tra cui il Consigliere per la Sicurezza Ali Shamkhani, il comandante delle Guardie Mohammad Pakpour e il Ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.

Si tratta di un passaggio senza precedenti per un sistema istituzionale che ha sempre respinto la trasmissione ereditaria del potere. I critici contestano a Mojtaba credenziali teologiche modeste e un'esperienza formale limitata. Secondo il Council on Foreign Relations, lo stesso Ali Khamenei avrebbe valutato in passato possibili successori con profili più solidi, senza includere il figlio tra i candidati. Il presidente Trump, in un'intervista rilasciata giovedì ad Axios, aveva già indicato il giovane Khamenei come il successore più probabile, definendolo però "un peso piuma" e aggiungendo di voler avere un ruolo nella designazione della futura leadership iraniana.

Un percorso nel cuore dell'apparato rivoluzionario

Nato nel 1969, Mojtaba è il secondogenito di Ali Khamenei. Si è formato sotto la guida del defunto ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, noto per le sue posizioni radicali, e a diciassette anni si è arruolato nelle Guardie della Rivoluzione per combattere nella guerra Iran-Iraq, nel battaglione Habib. L'Atlantic Council descrive quell'unità come "notoriamente ideologica", fondata da uno dei padri di Hezbollah e fucina di futuri vertici degli apparati di sicurezza del regime.

Il suo profilo politico si è consolidato nei decenni successivi. L'Atlantic Council lo colloca tra i più stretti alleati dei religiosi estremisti protagonisti delle peggiori repressioni in Iran: gli viene attribuita la regia delle elezioni del 2005 che portarono al potere Mahmoud Ahmadinejad, e nel 2009 avrebbe supervisionato personalmente la risposta sanguinaria della Guardia Rivoluzionaria alle proteste di piazza contro la rielezione dello stesso Ahmadinejad. Secondo Bloomberg, Mojtaba controlla inoltre un vasto impero economico fatto di proprietà di lusso e investimenti internazionali, accumulati nonostante le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2019, quando il Dipartimento del Tesoro lo accusò di operare per favorire "le ambizioni regionali destabilizzanti e gli obiettivi interni oppressivi" del padre. Gli analisti prevedono che la sua ascesa porterà a un inasprimento della linea del regime.

Mojtaba Khamenei — Infografica
Profilo · Iran · Marzo 2026
Mojtaba Khamenei
Terzo Leader Supremo della Repubblica Islamica
56
anni · nato nel 1969
L'Assemblea degli Esperti ha eletto Mojtaba — figlio secondogenito di Ali Khamenei, ucciso in un attacco aereo USA-Israele il 28 febbraio 2026 — come nuovo Leader Supremo dell'Iran. È il primo caso di successione dinastica nella storia della Repubblica Islamica, avvenuto sotto pressione diretta dei Pasdaran (IRGC).
Cronologia essenziale
1969
Nasce a Mashhad. Cresce durante la Rivoluzione islamica del 1979 e l'ascesa del padre prima alla presidenza, poi alla Guida Suprema.
1986
A 17 anni arruolato nella Guardia Rivoluzionaria, combatte nella guerra Iran-Iraq nel "Battaglione Habib" — un'unità fondante di Hezbollah.
1990–2000
Studia nei seminari di Qom, insegna al livello più elevato (dars-e kharej). Lavora nell'Ufficio del Leader Supremo come "gatekeeper" del potere.
2005–2009
Ritenuto il regista dell'elezione di Ahmadinejad (2005). Nel 2009 avrebbe supervisionato la sanguinaria repressione del "Movimento Verde" da parte dell'IRGC.
2019
Sanzionato dal Tesoro USA per aver sostenuto "le ambizioni regionali destabilizzanti e gli obiettivi repressivi del padre".
8 Marzo 2026
Proclamato terzo Leader Supremo dell'Iran dall'Assemblea degli Esperti, anche su pressione dell'IRGC, dopo la morte del padre.
Profilo in tre punti
📿
Clerico di medio rango
Non ha mai ricoperto cariche pubbliche elette. Rango di Hojatoleslam, non Ayatollah — come il padre quando fu nominato nel 1989, legge poi modificata ad hoc.
⚔️
Linea dura
Considerato più intransigente del padre. Legami stretti con i chierici più estremisti e con l'IRGC. Analisti lo definiscono "l'architetto della repressione" del 2009.
🏛️
Impero economico
Secondo Bloomberg, gestisce un vasto portafoglio di immobili di lusso e investimenti in Europa (Londra, Vienna) — non intestati a suo nome.
Contesto geopolitico critico: La nomina avviene mentre Israele e USA conducono operazioni militari su larga scala contro l'Iran. Israele ha dichiarato che qualsiasi successore scelto sarà "un obiettivo certo". La moglie, la madre e una sorella di Mojtaba sono state uccise nell'attacco che ha colpito Ali Khamenei. La sua nomina è avvenuta in una sessione online dell'Assemblea, sotto forte pressione dei Pasdaran, apparentemente con 8 membri che hanno boicottato il voto.
La posizione di Washington
«Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come con Delcy in Venezuela.»
— Donald Trump ad Axios, 6 marzo 2026
🔒
Sanzioni USA dal 2019 — Il Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato Mojtaba Khamenei per il suo ruolo nel cerchio interno del padre.

Lo strappo tra Washington e Tel Aviv sui raid aerei

Intanto, le tensioni interne alla coalizione anti-iraniana sono emerse quando l'aviazione israeliana ha colpito trenta depositi di carburante iraniani provocando incendi visibili per chilometri su Teheran. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno sostenuto che le strutture servivano a rifornire anche l'apparato militare del regime, ma l'ampiezza dell'operazione ha colto di sorpresa persino la Casa Bianca, aprendo il primo significativo disaccordo tra i due alleati dall'inizio del conflitto, otto giorni fa. L'IDF aveva notificato in anticipo il Pentagono, ma secondo fonti americane e israeliane citate da Axios i raid sono andati ben oltre le aspettative statunitensi. "Non pensiamo sia stata una buona idea", ha commentato un alto funzionario americano, mentre un funzionario israeliano ha rivelato che la reazione di Washington è stata riassumibile in un laconico "ma che diavolo fate?".

La preoccupazione americana è che il danneggiamento di infrastrutture utilizzate dalla popolazione civile possa compattare la società iraniana attorno al regime e, al tempo stesso, far impennare i prezzi dell'energia. Un consigliere di Trump ha spiegato ad Axios che il presidente "vuole preservare il petrolio, non bruciarlo", aggiungendo che quelle immagini "ricordano alla gente il caro benzina". Da parte iraniana, il portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya ha avvertito che se gli attacchi alle infrastrutture energetiche proseguiranno, Teheran potrebbe rispondere con azioni analoghe in tutta la regione, facendo salire il petrolio fino a 200 dollari al barile. Anche lo Speaker del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha promesso ritorsioni "senza indugio".

Truppe a terra: Israele lascia aperta ogni opzione

Oltre al disaccordo sui raid, resta aperta la questione di un eventuale intervento terrestre. L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Leiter, ha rifiutato domenica di escludere l'invio di soldati in Iran, dichiarando alla CBS che l'obiettivo è impedire al regime di continuare a rappresentare una minaccia, pur precisando che la preferenza di Israele è che siano gli stessi iraniani a "garantire il proprio futuro e quello della regione". Solo il giorno prima, tuttavia, il presidente israeliano Isaac Herzog aveva detto a Fox News di non attendersi un dispiegamento terrestre. Il Ministro degli Esteri iraniano ha replicato alla Nbc che i soldati di Teheran "attendono qualsiasi nemico che metta piede sul nostro suolo per combatterlo e distruggerlo".

Anche l'Amministrazione Trump si è mostrata ambigua su questo punto. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha voluto anticipare le mosse americane, mentre i rumors sulla possibile istituzione di una no-fly zone sulle aree curde dell'Iran occidentale e la cancellazione di un'importante esercitazione dell'esercito hanno alimentato le ipotesi su una futura incursione via terra. Trump ha però escluso sabato di voler armare i gruppi curdi iraniani, dichiarando che "la guerra è già abbastanza complicata senza coinvolgerli".

Allarme sicurezza per le sedi diplomatiche americane

Il conflitto con l'Iran ha, intanto, accresciuto le minacce alle rappresentanze diplomatiche statunitensi nel mondo. Un'esplosione ha colpito la sezione consolare dell'Ambasciata americana a Oslo, senza causare feriti né danni significativi. La polizia norvegese non ha identificato sospetti ma non esclude la pista terroristica, e il primo ministro Jonas Gahr Støre ha definito l'episodio "molto grave e del tutto inaccettabile".

Dall'inizio delle operazioni militari il 28 febbraio, Washington ha chiuso le ambasciate in Arabia Saudita, Libano e Kuwait e innalzato l'allerta nelle altre sedi. Nei giorni scorsi un drone iraniano ha colpito un'area nei pressi dell'ambasciata Usa a Dubai e altri droni hanno raggiunto la sede diplomatica a Riyadh. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che "le nostre ambasciate e le nostre strutture diplomatiche sono sotto attacco diretto da parte di un regime terroristico". Il 1 marzo, inoltre, dieci persone sono rimaste uccise quando i marines americani hanno aperto il fuoco sui manifestanti che tentavano di assaltare il consolato statunitense a Karachi, in Pakistan, poco dopo l'inizio dei bombardamenti in Iran e l'uccisione di Ali Khamenei.

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