Meta e Google condannate per i danni ai minori: due verdetti storici in due giorni
Due giurie americane hanno stabilito che i social media danneggiano i bambini, aprendo la strada a migliaia di cause simili
In due giorni consecutivi, due giurie americane hanno condannato Meta per i danni causati ai minori attraverso le sue piattaforme. Un terremoto giuridico che potrebbe cambiare il rapporto tra i giganti della tecnologia e i loro utenti più giovani.
Martedì 24 marzo, una giuria del New Mexico ha stabilito che Meta, la società che controlla Instagram, Facebook e WhatsApp, ha violato la legge statale a tutela dei consumatori, nascondendo deliberatamente i rischi legati allo sfruttamento sessuale dei minori e i danni alla salute mentale dei giovani causati dalle sue piattaforme. I giurati hanno rilevato migliaia di violazioni, ognuna delle quali può portare a una sanzione di 375 milioni di dollari complessivi. Il giorno dopo, mercoledì 25 marzo, una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google, la società madre di YouTube, a pagare sei milioni di dollari di danni a una giovane donna di 20 anni, identificata negli atti giudiziari con le iniziali K.G.M., che aveva dichiarato di essere diventata dipendente da Instagram e YouTube quando era ancora bambina.
Il caso di Los Angeles è tecnicamente un processo "pilota", cioè un caso campione selezionato per orientare l'esito di migliaia di cause simili già depositate nei tribunali della California. La giovane ha raccontato di aver iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, trascorrendo fino a sedici ore al giorno sulle piattaforme. Secondo la sua testimonianza, l'uso compulsivo le ha causato ansia, disturbi legati all'immagine corporea, pensieri suicidari e automutilazione.
La giuria ha ritenuto Meta responsabile del 70 per cento del danno totale e Google del restante 30 per cento. Ha assegnato tre milioni di dollari come risarcimento e altri tre milioni come sanzione punitiva, stabilendo che entrambe le aziende avevano agito con "malice, oppression, or fraud", ovvero con comportamenti deliberatamente dannosi. Prima di inviare i giurati a deliberare sulla parte punitiva, il giudice ha ricordato che Meta vale 217 miliardi di dollari e Google 415 miliardi. L'avvocato della ricorrente, Mark Lanier, ha mostrato alla giuria un barattolo con 415 caramelle, paragonando il valore dell'azienda al numero di pezzi. "Multategli un pacchetto", ovvero 18 miliardi, ha detto ai giurati, "e forse nemmeno se ne accorgerebbero". La giuria ha optato per una cifra molto più bassa, ma Lanier ha commentato a Reuters che la somma di sei milioni è "molto più gestibile in appello" e che l'elemento più importante è che la giuria abbia giudicato le due aziende "meritevoli di punizione".
Al centro del processo c'è stata la questione del design delle piattaforme, non dei contenuti. Le leggi americane, in particolare la Sezione 230 del Communications Decency Act, proteggono da decenni le aziende tecnologiche dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. I legali della ricorrente hanno quindi scelto una strategia diversa: sostenere che le piattaforme siano state progettate intenzionalmente per creare dipendenza. Lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, i filtri estetici, i like, le notifiche push: tutti elementi che, secondo l'accusa, sono stati ingegnerizzati per massimizzare il tempo trascorso online dagli utenti, compresi i bambini.
Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta, ha testimoniato durante il processo. Ha negato che l'azienda cerchi di attirare utenti under 13 su Instagram, ricordando che i termini di servizio vietano l'iscrizione ai minori di quell'età. L'avvocato Lanier lo ha però incalzato mostrando un documento interno del 2018, in cui Meta stimava che circa quattro milioni di suoi utenti avessero meno di 13 anni, pari a circa il 30 per cento di tutti i bambini americani tra i 10 e i 12 anni. Lanier ha mostrato alla giuria anche una e-mail interna in cui la vicepresidente per il design di Meta, Margaret Gould Stewart, scriveva direttamente a Zuckerberg per opporsi al ripristino di alcuni filtri estetici, avvertendo che "la pressione sui ragazzi e i loro coetanei che arriva attraverso i social media è intensa, soprattutto riguardo all'immagine del corpo". Zuckerberg ha risposto che le prove di un danno causale non erano sufficienti per giustificare la limitazione della libertà di espressione degli utenti.
Adam Mosseri, responsabile di Instagram, ha testimoniato che il suo compito è trovare un equilibrio tra sicurezza e libertà di espressione. Ha anche spiegato perché un'indagine interna commissionata in collaborazione con l'Università di Chicago, che esaminava il rapporto tra esperienze difficili nell'infanzia e uso problematico dei social media tra gli adolescenti, non era mai stata resa pubblica. Ha detto di non essere a conoscenza dei risultati e di non ritenere che indicassero "una situazione pericolosa".
Alla trial è intervenuta anche la dottoressa Anna Lembke, direttrice del programma di medicina delle dipendenze della Stanford University, che ha spiegato alla giuria perché il cervello degli adolescenti sia particolarmente vulnerabile alla dipendenza. Il cervello dei giovani non ha ancora sviluppato pienamente la corteccia prefrontale, la parte che regola il controllo degli impulsi e la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. I social media, ha detto la dottoressa Lembke, hanno "trasformato in droga" il bisogno di connessione e approvazione sociale.
Meta e Google hanno annunciato che faranno appello. Un portavoce di Meta ha dichiarato che "la salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere imputata a una singola applicazione". Un portavoce di Google ha sostenuto che il processo dimostra "una mancanza di comprensione di YouTube, una piattaforma di streaming progettata in modo responsabile".
I due verdetti si inseriscono in un contesto più ampio di crescente pressione legale e politica sulle grandi aziende tecnologiche. Più di 40 procuratori generali statali hanno già depositato cause contro Meta. In estate si terrà a Oakland, in California, un processo federale intentato da numerosi distretti scolastici americani contro Meta, Google, TikTok e Snapchat, per i costi crescenti legati alla gestione della crisi di salute mentale tra i giovani. Un altro processo è previsto a Los Angeles in luglio.
Il Congresso americano non ha ancora approvato una legge federale organica sulla protezione dei minori online, nonostante ripetuti appelli bipartisan. Almeno 20 Stati hanno approvato negli ultimi mesi leggi che regolano l'uso dei social media da parte dei minori, come l'obbligo di verifica dell'età o il divieto di cellulari nelle scuole.
David McCuan, professore di scienze politiche all'università di Sonoma e studioso del settore, ha dichiarato al Monde che i due verdetti rappresentano "il canarino nella miniera di carbone", paragonando la situazione a quella dell'industria del tabacco negli anni Novanta. Nel 1998, le grandi aziende del settore, tra cui Philip Morris e RJ Reynolds, firmarono un accordo da 206 miliardi di dollari con oltre quaranta Stati, impegnandosi a non fare più marketing rivolto ai minori. McCuan ha però avvertito che "ciò che ancora manca è una massa critica di processi". Ha aggiunto che le piattaforme probabilmente inizieranno a discutere accordi stragiudiziali "almeno in privato", pur mantenendo ufficialmente una posizione combattiva. Sul piano dei cambiamenti concreti, il professore si è mostrato cauto: "I cambiamenti in termini di accesso, algoritmi e protocolli rimarranno minori, progressivi, incrementali. Non siamo ancora a un momento di rottura radicale."