L'ultimatum di Trump: "Senza un accordo, distruggeremo centrali e pozzi di petrolio iraniani"
Il presidente americano minaccia raid su Kharg e infrastrutture energetiche iraniane. La Spagna chiude le basi agli Usa. L'AfD tedesca chiede il ritiro delle truppe Usa dalla Germania. L'Ucraina colpisce i porti petroliferi russi sul Baltico.
Il presidente americano Donald Trump ha minacciato di distruggere le centrali elettriche, i pozzi e le infrastrutture petrolifere dell’isola di Kharg se i negoziati con l’Iran non porteranno rapidamente a un accordo. Lo ha scritto su Truth Social, affermando che Washington sta conducendo “negoziati seri con un nuovo regime più ragionevole” a Teheran, senza però specificare con chi, prima di aggiungere minacciosamente:
“Se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo e lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente aperto, porremo fine alla nostra campagna in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg, che abbiamo deliberatamente lasciato intatte”.

Trump ha aggiunto che nel mirino potrebbero finire anche gli impianti di desalinizzazione. La minaccia non appare solo retorica. Secondo Axios, l’Amministrazione Trump starebbe effettivamente elaborando un piano per occupare l'isola di Kharg o imporre un blocco navale attorno all’isola. Da lì passa circa il 90% del petrolio iraniano. Una fonte vicina alla Casa Bianca ha riferito ad Axios che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di circa un mese per indebolire le capacità militari iraniane nello Stretto prima di lanciare un’operazione di questo tipo.
Sullo sfondo di questa escalation, l'Europa resta divisa su quanto assecondare Washington. La Spagna ha rotto con gli Stati Uniti sulle operazioni militari contro l’Iran. Niente basi, niente sorvolo, niente rifornimento in volo. Il primo ministro Pedro Sánchez lo ha detto senza giri di parole in Parlamento: “Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo legati all’operazione in Iran sono stati respinti”.
Non si tratta di una posizione simbolica. Rota e Morón ospitano, infatti, le basi europee degli aerei cisterna KC-135, quelli che permettono ai bombardieri americani di coprire migliaia di km senza atterrare. Senza quel supporto, i B-2 che decollano dalla base inglese di Fairford devono appoggiarsi agli aerei cisterna decollati dalle basi vicino a Marsiglia, con rotte più lunghe e una logistica più complicata.
La decisione spagnola, riporta El País, citando fonti militari spagnole, sarebbe arrivata ancora prima dell’inizio della guerra. Gli alleati europei sono stati colti di sorpresa dagli attacchi americani di marzo: non erano stati avvertiti in anticipo e avevano invece segnali che facevano pensare a un imminente accordo a Ginevra tra Teheran e Washington. Nonostante il clima apparentemente disteso, Madrid aveva preventivamente respinto le richieste di dispiegamento dei bombardieri nelle sue basi. Così i 15 KC-135 presenti in Spagna hanno lasciato il Paese nel fine settimana tra il 28 febbraio e il 1° marzo, e si sono trasferiti in Francia e Germania.
Il quadro europeo, però, è tutt’altro che compatto. Il Wall Street Journal riporta che la maggior parte degli alleati ha fornito un supporto concreto agli Stati Uniti: le basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia sono attivamente coinvolte nelle operazioni americane in Medio Oriente e in Africa. “La maggior parte degli alleati europei ha fornito un supporto fondamentale”, ha detto il generale Alexus G. Grynkewich, comandante delle forze americane in Europa, durante un’audizione al Senato. La rete di basi sul continente, ha spiegato, consente di proiettare potenza militare a costi inferiori e su distanze decisamente più brevi rispetto a operazioni condotte direttamente dagli Stati Uniti.
In Germania la situazione è più tesa. La base di Ramstein viene usata per coordinare attacchi con droni e missili contro l’Iran, ma questo ha sollevato critiche da parte delle opposizioni, preoccupate per possibili ritorsioni sul suolo tedesco. Così il partito di estrema destra Alternative für Deutschland ha chiesto il ritiro di tutte le truppe americane dal Paese: il co-leader del partito Tino Chrupalla ha invocato una politica estera “indipendente” e elogiato la Spagna per aver chiuso le sue basi. Anche il cancelliere Friedrich Merz è sotto pressione: ha accusato Donald Trump di una “massiccia escalation”, in un clima di rapporti sempre più tesi tra Berlino e Washington. Un sondaggio pubblicato domenica mostra AfD e CDU appaiati al 26%, segno di quanto la posizione di Merz resti fragile.
A est, intanto, l’Ucraina ha aperto un nuovo fronte nella sua guerra contro la Russia, prendendo di mira i principali terminal petroliferi sul Mar Baltico. Tra il 22 e il 29 marzo, i droni ucraini hanno colpito più volte i porti di Primorsk e Ust-Luga, nella regione di Leningrado, i due principali porti da cui Mosca esporta greggio verso Europa e Asia. Gli attacchi hanno provocato incendi durati giorni, con il fumo visibile fino in Finlandia, e hanno interrotto le spedizioni da entrambi i terminal.
L’impatto è stato immediato. Il 25 marzo Reuters ha stimato che la Russia avesse perso circa il 40% della sua capacità di esportazione di petrolio. Il porto di Primorsk è in grado di gestire il carico di fino a un milione di barili al giorno, mentre Ust-Luga circa 700.000. Insieme, i due porti movimentano quasi 200 milioni di tonnellate di merci l’anno. La tempistica non è casuale: secondo Bloomberg, nella settimana precedente agli attacchi le esportazioni di petrolio avevano fruttato alla Russia 2,5 miliardi di dollari, il dato più alto dall’aprile 2022.
Il greggio russo degli Urals aveva superato per la prima volta i 120 dollari al barile sul mercato indiano, con un aumento del 120% rispetto alla fine di febbraio. La crisi energetica scatenata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz si era trasformata in una manna dal cielo per Mosca, che contava su quei proventi per coprire il deficit di bilancio e finanziare la guerra. Boris Aronshtein, intervistato da Current Time il 27 marzo, ha stimato che i nuovi attacchi stiano costando alla Russia tra i 70 e gli 80 milioni di dollari al giorno.
A completare il quadro, il presidente Volodymyr Zelensky ha rivelato di aver ricevuto pressioni dai propri “partner” — un termine con cui in passato si è riferito agli Stati Uniti — affinché Kyiv riduca i suoi attacchi al settore energetico russo. Washington sta cercando di contenere la crisi petrolifera globale e teme che gli attacchi ucraini possano aggravarla ulteriormente. Zelensky si è detto disponibile a fermare i raid sulle infrastrutture energetiche russe, ma solo se Mosca smetterà a sua volta di colpire quelle ucraine.