Lo Stretto di Hormuz paralizzato dalla guerra: a rischio il 25% del commercio mondiale di petrolio

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran blocca una delle rotte marittime più strategiche del pianeta. Prezzi di greggio e benzina in forte rialzo, migliaia di navi ferme nel Golfo Persico, ripercussioni su fertilizzanti, beni di consumo e trasporti.

Lo Stretto di Hormuz paralizzato dalla guerra: a rischio il 25% del commercio mondiale di petrolio
Lo Stretto di Hormuz visto dallo spazio (fonte: NASA)

Lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo sulla costa meridionale iraniana attraverso cui transita il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle spedizioni globali di gas naturale liquefatto (GNL), è di fatto paralizzato dall'inizio della campagna militare. Un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato lunedì che lo stretto è "chiuso" e che qualsiasi nave tenti di attraversarlo sarà attaccata. Il risultato è che, al quinto giorno del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, diverse migliaia di imbarcazioni risultavano bloccate dentro e fuori dal Golfo Persico. Secondo il responsabile dell'International Maritime Organization delle Nazioni Unite, circa 20.000 marinai e 15.000 passeggeri di navi da crociera sono rimasti coinvolti nel blocco.

La crisi si sta propagando rapidamente all'industria petrolifera regionale. I depositi di stoccaggio si stanno riempiendo di greggio che non può più partire, costringendo i produttori a tagliare l'estrazione di petrolio. La situazione più grave riguarda l'Iraq, quinto produttore mondiale, dove l'output si è più che dimezzato con tagli nei giacimenti meridionali di Rumaila e West Qurna 2. Antoine Halff, cofondatore della società di analisi dati Kayrros, ha avvertito che altri Paesi sono pronti a seguire l'Iraq se il blocco dello Stretto dovesse proseguire a lungo. Anche a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, diversi fornitori di carburante per navi hanno sospeso le consegne mercoledì dopo un tentativo di attacco con droni iraniani: il porto è uno dei principali scali dove le imbarcazioni fanno rifornimento prima di proseguire la navigazione.

La risposta americana e i dubbi del mercato

Di fronte alla crisi, il presidente Trump ha annunciato martedì su Truth Social che gli Stati Uniti offriranno "immediatamente" assicurazioni contro il rischio politico e garanzie per le petroliere e altre navi nella regione del Golfo, aggiungendo che la Marina militare statunitense scorterà le navi attraverso lo Stretto se necessario. Il giorno dopo la Marina statunitense ha inviato un messaggio diretto alle petroliere bloccate nel Golfo, comunicando la disponibilità a fornire assistenza per il transito. L'operazione non è senza precedenti: già alla fine degli anni Ottanta, durante la guerra tra Iran e Iraq, la Marina statunitense scortò le petroliere nello Stretto di Hormuz per oltre un anno nell'ambito dell'Operation Earnest Will, sebbene il transito restasse comunque lento.

Gli operatori di mercato, tuttavia, hanno espresso dubbi sulla reale efficacia della misura. Le navi da guerra americane sono attualmente posizionate fuori dal Golfo, a distanza dai missili iraniani, e anche in caso di scorta navale il traffico marittimo potrebbe funzionare soltanto nelle ore diurne. Almeno otto petroliere sono state attaccate nei pressi dello Stretto fino a mercoledì mattina, tre delle quali nella notte di martedì vicino all'Oman e al porto di Fujairah. Un precedente attacco a una petroliera con un'imbarcazione telecomandata ha causato la morte di un marinaio indiano. A bloccare lo Stretto, insomma, non è tanto la mancanza di copertura assicurativa, ma il timore concreto di essere attaccati.

L'impennata dei prezzi energetici e alimentari

In questo contesto, il greggio si attesta intorno agli 82 dollari al barile, il 13% in più rispetto alla vigilia del conflitto. Il costo del noleggio di petroliere per il trasporto dal Golfo Persico equivale ormai al 20% del prezzo di un carico di greggio, contro il 3% in tempi normali, secondo gli analisti di Argus Media. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina ha così raggiunto i 3,11 dollari al gallone martedì, con un aumento di 11 centesimi in una sola notte: il rialzo giornaliero più marcato dal marzo 2022. Tom Kloza, analista petrolifero di Gulf Oil, prevede che la media nazionale possa toccare i 3,25-3,50 dollari nelle prossime settimane, con picchi ancora superiori nella parte occidentale del Paese. Gli Stati Uniti restano comunque il maggiore produttore mondiale di petrolio e sono assai meno dipendenti dalle forniture mediorientali di quanto lo fossero nel 1979, quando una crisi in Iran provocò gravi disagi su scala nazionale.

Lo Stretto di Hormuz non è però soltanto un'arteria petrolifera. Attraverso questo passaggio transita circa il 33% dei fertilizzanti mondiali, tra cui zolfo e ammoniaca, secondo la società di analisi Kpler. Veronica Nigh, economista del Fertilizer Institute, ha spiegato a Wired che quasi il 30% della produzione globale di ammoniaca è coinvolta o a rischio, percentuale che sale al 50% per l'urea. L'Arabia Saudita, inoltre, fornisce circa il 40% delle importazioni statunitensi di fosfati, materia prima essenziale per i fertilizzanti. Ciò significa che se il conflitto dovesse proseguire a lungo, gli agricoltori americani — in particolare quelli impegnati nella coltivazione di mais, soia, grano e cotone — dovranno fare i conti con un aumento significativo dei costi.

Beni di consumo, trasporti e spedizioni sotto pressione

Le conseguenze rischiano di estendersi ben oltre i soli settori energetico e agricolo. Anche i prodotti derivati dal petrolio, a partire dalla plastica, sono destinati a rincarare. Jim Krane, ricercatore energetico presso il Baker Institute della Rice University, ha osservato in un'intervista a Time che plastica, riscaldamento, condizionamento e gas da cucina diventano tutti più cari quando le forniture sono limitate. Il conflitto ha già colpito un porto di Dubai che gestisce circa il 65% delle esportazioni di polimeri del Consiglio di Cooperazione del Golfo e il 33% delle sue esportazioni petrolchimiche: materiali impiegati nella produzione di abbigliamento, utensili da cucina e dispositivi medici.

Anche il settore dei trasporti risente della crisi. I prezzi del carburante per aerei sono saliti ai massimi pluriennali in Europa, migliaia di voli sono stati cancellati e le polizze assicurative di viaggio standard non coprono le interruzioni legate a conflitti bellici. Le navi deviate dallo Stretto dovranno seguire rotte alternative con ritardi considerevoli. Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, ha previsto che i consumatori avvertiranno l'aumento dei costi di spedizione e dei premi assicurativi entro pochi mesi, sottolineando che le aziende stavano già programmando rialzi dei listini a causa dei dazi e che la guerra offre loro un ulteriore pretesto per procedere.

La portata della crisi, secondo Hakan Kaya, gestore di portafoglio presso Neuberger Berman, non può essere sottovalutata: una chiusura totale o quasi totale dello Stretto per un mese o più potrebbe spingere il greggio ben oltre i 100 dollari al barile e riportare i prezzi europei del gas naturale ai livelli della crisi del 2022. L'analista di JPMorgan Chase Natasha Kaneva ha calcolato che, senza una riapertura, entro l'inizio della prossima settimana la regione potrebbe perdere 3,3 milioni di barili di produzione giornaliera, un volume sufficiente da solo a rifornire il Giappone.

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