L'Iran si ritiene vincitore e alza il prezzo della pace, il conflitto pesa sull’economia globale
Forte della sua capacità di ricattare il resto del mondo, Teheran vuole ora trasformare lo Stretto di Hormuz in un pedaggio sotto il proprio controllo. Le conseguenze economiche del conflitto si estendono dai fertilizzanti ai semiconduttori.
A quasi un mese dall’inizio della guerra, l’Iran non sembra avere alcuna intenzione di negoziare. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, a Teheran si rafforza sempre più la convinzione di avere il vantaggio strategico — e le condizioni poste per la pace ne sono il riflesso: risarcimenti sostanziosi dagli Stati Uniti, il ritiro completo delle forze americane dal Medio Oriente e, soprattutto, il pieno controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio cruciale attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare.
Le dichiarazioni ufficiali dei funzionari iraniani confermano questa linea dura. Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Difesa del Parlamento iraniano, ha escluso qualsiasi apertura al dialogo finché resta la necessità di “punire gli aggressori”. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi si è spinto fino a evocare per gli Stati Uniti il rischio di “un nuovo Vietnam”. Sul piano economico e strategico, le ambizioni appaiono altrettanto chiare: Mohammad Mokhber, membro del Consiglio di Opportunità e consigliere economico della Guida Suprema, ha dichiarato all’agenzia statale Mehr che l’Iran intende ora imporre un “nuovo status” per lo Stretto, prevedendo il pagamento di una tariffa per ogni nave in transito.
Ma non è soltanto retorica. Dietro le dichiarazioni c’è una strategia militare che sta producendo risultati concreti. Nonostante le pesanti perdite inflitte dai raid americani e israeliani, l’Iran ha mantenuto la capacità di lanciare decine di missili balistici e droni ogni giorno, e il ritmo degli attacchi nelle ultime settimane è aumentato anziché diminuire. Gli attacchi hanno provocato danni ingenti a impianti energetici in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi, mentre le esportazioni petrolifere iraniane proseguono senza particolari interruzioni. “Gli iraniani non sono pronti a porre fine alla guerra perché hanno imparato una lezione importante: possono causare danni e disagi con relativa facilità e a basso costo. Ora vogliono che tutto il mondo lo comprenda”, ha spiegato al Wall Street Journal Dina Esfandiary, analista specializzata sull’Iran.
Il conflitto ha inoltre messo in luce l'esistenza di un arsenale iraniano più avanzato e capace di colpire a lunga distanza di quanto si pensasse in precedenza. I missili lanciati — seppur senza successo — contro la base statunitense e britannica di Diego Garcia hanno una gittata stimata intorno ai 3.800 km, ben oltre le precedenti valutazioni sulle capacità di Teheran. Durante il conflitto, l’Iran ha utilizzato per la prima volta l’Haj Qasem, un nuovo missile balistico a medio raggio, e ha fatto un uso sempre più frequente del Khorramshahr-4, considerato il sistema più potente del suo arsenale.
Ma non è tutto. Un missile terra-aria sarebbe riuscito a colpire anche un caccia americano F-35: un episodio senza precedenti. Secondo fonti militari statunitensi, il velivolo è comunque riuscito a rientrare alla base nonostante i danni subiti. Teheran, inoltre, non avrebbe ancora impiegato alcuni dei suoi droni più avanzati, come lo Shahed-238 a propulsione a reazione. Il generale Mohammad Akraminia ha però lasciato intendere che l’escalation potrebbe continuare: “Stiamo utilizzando armi che non abbiamo mai impiegato prima, e ne useremo ancora di più nei prossimi giorni.”
Il presidente Trump ha reagito promettendo di riaprire lo Stretto di Hormuz anche con la forza e disponendo l’invio di ulteriori contingenti di Marines nella regione. In un post su Truth Social ha definito l’operazione per sbloccare lo Stretto “una semplice manovra militare”, sostenendo che comporti “pochissimi rischi” e attaccando i Paesi NATO perché “mancano di coraggio”. Una valutazione che appare del tutto ottimistica. Il generale statunitense in pensione David Deptula, del Mitchell Institute for Aerospace Studies, ha osservato sul Wall Street Journal che la riapertura dello Stretto “non avverrà da un giorno all’altro”, stimando tempi nell’ordine di alcune settimane.
Nel contesto attuale, segnato dalla diffusione di droni e missili sempre più accessibili, qualsiasi intervento nello Stretto resta, infatti, altamente rischioso — un aspetto ben noto ai pianificatori militari. Farzan Sabet, esperto di sicurezza iraniana al Geneva Graduate Institute, sottolinea che i missili cruise anti-nave iraniani “potrebbero rivelarsi molto efficaci contro le navi civili e persino militari” nello spazio ristretto di Hormuz.
Il prezzo della guerra all'Iran
Quattro settimane di conflitto: arsenale iraniano, crisi energetica e conseguenze globali in cifre.
Houthi e Bab el-Mandeb
Un blocco della rotta alternativa a Hormuz sarebbe uno "scenario da fine del mondo" per i mercati energetici globali.
Milizie alleate in Iraq
Kataib Hezbollah indebolita dai raid USA, ma altre milizie restano operative nella regione.
Cellule all'estero
Paesi Bassi ed Emirati hanno già segnalato operazioni iraniane sul proprio territorio.
Fonti: Wall Street Journal, Reuters, AP, Oxford Economics, Ned Davis Research · 21 marzo 2026
Nel frattempo, le conseguenze economiche negative della guerra continuano a farsi sentire. Matt Bauer, strategist di Ned Davis Research, ha osservato in una nota ai propri clienti che i mercati petroliferi hanno finora risentito soprattutto di interruzioni logistiche, più che di una vera distruzione dell’offerta. Tuttavia, gli attacchi più recenti stanno iniziando a danneggiare direttamente la capacità produttiva. A confermarlo è anche il CEO di Qatar Energy e Ministro dell'Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, che a Reuters ha dichiarato come gli attacchi abbiano eliminato il 17% della capacità nazionale di esportazione di gas. Il risultato è che circa 13 milioni di tonnellate annue di gas naturale liquefatto resteranno fuori mercato, forse per un periodo fino a 5 anni.
Gli effetti si stanno propagando però anche lungo filiere inattese. Il gas naturale è infatti un elemento chiave nella produzione di fertilizzanti: circa un terzo dell’offerta mondiale trasportata via mare e quasi la metà dell’urea globale transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. L’American Farm Bureau ha così segnalato all’Associated Press che gli agricoltori statunitensi che non hanno preordinato fertilizzanti rischiano di non riceverne a sufficienza per le semine primaverili, con possibili ripercussioni sui prezzi alimentari fino al prossimo anno.
Le ricadute non si fermano qui. Il danneggiamento degli impianti qatarioti incide anche sulla produzione di elio, un sottoprodotto del gas fondamentale per l’industria dei semiconduttori. Il Qatar è infatti il secondo produttore mondiale di elio dopo gli Stati Uniti. Sameera Fazili, ex consigliera economica dell’Amministrazione Biden, ha avvertito che la carenza di elio “potrebbe compromettere la capacità di Taiwan di produrre semiconduttori”, con effetti a catena sull’offerta di beni di largo consumo, dalle automobili agli elettrodomestici.
Il quadro, tuttavia, potrebbe aggravarsi ulteriormente. Gli analisti dell’International Crisis Group parlano di segnali di preparativi militari tra gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran finora rimasti ai margini del conflitto. Andreas Krieg, esperto di sicurezza del Golfo al King’s College di Londra, ha definito un eventuale blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb all'imbocco del Mar Rosso — una delle principali rotte alternative a Hormuz — come uno “scenario da Armageddon” per i mercati energetici.
Allo stesso tempo emergono anche segnali di possibile attivazione delle reti iraniane all’estero. Nei Paesi Bassi è stata rafforzata la protezione per i dissidenti dopo il ferimento di un membro della comunità iraniana; negli Emirati Arabi Uniti le autorità hanno smantellato una cellula legata a Teheran e a Hezbollah. Il rischio è che l’Iran possa “rendere operative” queste cellule dormienti man mano che l’escalation aumenta.
Il rischio, insomma, è quello di ritrovarci ben presto di fronte un conflitto sempre più esteso, capace di uscire dai confini regionali e assumere una dimensione globale. Il regime iraniano sembra concentrato più che mai sulla propria immagine e sulla necessità di non apparire debole, anche a costo di perdere occasioni diplomatiche per porre fine al conflitto. Ma la dinamica non è a senso unico: anche gli Stati Uniti ed Israele, come abbiamo visto negli ultimi giorni, dispongono degli strumenti per alzare ulteriormente la posta. Ed è proprio questo equilibrio instabile — in cui entrambe le parti sembrano pronte a spingersi oltre, senza voler fermarsi — a rendere il prossimo passo il più imprevedibile e, potenzialmente, il più pericoloso.