L’Iran colpisce Ras Laffan e Riyadh, il petrolio supera i 110 dollari al barile
Teheran attacca il più grande impianto di gas naturale liquefatto al mondo e la capitale saudita. La Fed mantiene i tassi invariati mentre le proiezioni dell’inflazione salgono per effetto della crisi energetica.
Missili iraniani hanno colpito questa sera il sito industriale di Ras Laffan, in Qatar, il più grande impianto di gas naturale liquefatto (GNL) al mondo, da cui dipende circa un quinto delle forniture globali. Le esplosioni hanno provocato incendi e ”danni estesi”, secondo QatarEnergy, la compagnia energetica di Stato, ma per fortuna nessuna vittima.
QatarEnergy Statement on Missile Attacks on Ras Laffan Industrial City
— QatarEnergy (@qatarenergy) March 18, 2026
QatarEnergy confirms that Ras Laffan Industrial City this evening has been the subject of missile attacks.
Emergency response teams were deployed immediately to contain the resulting fires, as extensive…
Anche Riyadh è stata colpita: video diffusi in rete mostrano una violenta esplosione sopra la capitale saudita. L’attacco è arrivato poche ore dopo che Teheran aveva esplicitamente minacciato una ”guerra economica su vasta scala”, indicando come potenziali bersagli proprio le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo.
La rappresaglia iraniana è scattata in risposta ai raid israeliani sulle installazioni di South Pars e Asaluyeh, dove si trova il più grande giacimento di gas al mondo — una risorsa che Iran e Qatar condividono da anni.
Nelle ore precedenti l’attacco di questa sera, i media di Stato iraniani avevano già designato come ”obiettivi diretti e legittimi” per rappresaglia una serie di siti energetici nel Golfo: la raffineria Samref e il complesso petrolchimico di Jubail in Arabia Saudita, il giacimento Al Hosn negli Emirati, il complesso di Mesaieed e la stessa Ras Laffan in Qatar. L’ordine di evacuazione diffuso da Teheran non lasciava margini di ambiguità: ”Tutti i cittadini, residenti e dipendenti sono invitati a lasciare immediatamente queste aree senza alcun ritardo”.
Doha non ha usato mezzi termini. Il ministero degli Esteri qatarino ha definito gli attacchi ”sfrontati“ e una “minaccia diretta alla sicurezza nazionale e alla stabilità della regione”, accusando l’Iran di perseguire ”politiche che spingono la regione verso l’abisso, coinvolgendo nel conflitto Paesi che non ne sono parti”. Il Qatar si è riservato “il diritto di rispondere” e ha assicurato che “non esiterà ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sovranità”.
Già prima degli attacchi, il portavoce Majed Al Ansari aveva condannato il raid israeliano su South Pars come “sconsiderato e irresponsabile” — un segnale della posizione difficile in cui si trova Doha, stretta tra i due fronti del conflitto.
I mercati energetici sotto pressione
Sui mercati la reazione è stata violenta. Il prezzo del Brent è schizzato di oltre il 6%, suoerando i 110 dollari al barile. I tre principali indici azionari statunitensi hanno aperto in ribasso e i listini europei hanno invertito i guadagni della mattinata. In una nota ai clienti, Citi ha tracciato scenari preoccupanti: il greggio potrebbe arrivare a 200 dollari al barile in caso di “attacchi su larga scala alle infrastrutture energetiche” o di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz fino a giugno.
La banca stima al 50% la probabilità che il petrolio tocchi i 120 dollari nei prossimi giorni, e prevede che “il mercato continuerà a salire finché non troverà il prezzo o l’evento che spingerà gli Stati Uniti a porre fine all’operazione militare”. L’alternativa, secondo gli analisti, sarebbe un rilascio più deciso delle riserve strategiche globali o una pressione cinese sull’Iran per un accordo.
La nuova ondata di violenza sembra del resto escludere qualsiasi riapertura a breve dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava normalmente circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto prima dell’inizio della guerra. Un segnale parzialmente positivo era arrivato in mattinata dall’Iraq, che aveva annunciato la ripresa limitata delle esportazioni di greggio attraverso il porto turco di Ceyhan, sfruttando un oleodotto che aggira lo Stretto.
Petrolio in fiamme: l'Iran
colpisce il Golfo Persico
Assassinii mirati a Teheran
Mentre l’Iran colpisce nel Golfo, Israele prosegue la campagna di eliminazione dei vertici del regime. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha confermato l’uccisione del Ministro dell’Intelligence iraniana Esmail Khatib, colpito in un raid aereo notturno su Teheran, e ha promesso altre “sorprese significative”.
Si tratta dell’ultimo di una serie di assassinii mirati che il giorno precedente aveva già eliminato Ali Larijani, il Segretario del Consiglio Supremo si Sicurezza Nazionale divenuto figura centrale nella leadership iraniana dopo la morte della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, nei primi bombardamenti del conflitto. Insieme a Larijani era stato ucciso anche il comandante delle milizie paramilitari Baji, Gholamreza Soleimani.
La Fed congela i tassi, l’ombra dell’inflazione
Lo shock petrolifero si è fatto sentire anche a Washington, dove la Federal Reserve ha mantenuto i tassi di interesse nella forchetta tra il 3,5% e il 3,75% per la seconda riunione consecutiva, inserendo nel comunicato un passaggio nuovo: “Le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia americana sono incerte”.
Il presidente uscente della Federal Reserve Jerome Powell ha riconosciuto che “nel breve termine, i prezzi più alti dell’energia spingeranno verso l’alto l’inflazione complessiva”, ma ha aggiunto che “è troppo presto per conoscere la durata dei potenziali effetti sull’economia”.
Le nuove proiezioni trimestrali fotografano una crescente incertezza: l’inflazione mediana attesa è salita al 2,7% dal 2,4% di dicembre, e lo stesso è avvenuto per l’inflazione di fondo.
A complicare il quadro c’è anche una questione istituzionale. Powell ha annunciato l’intenzione di restare in carica come “presidente pro tempore” dopo la scadenza del mandato il 15 maggio, in attesa della conferma da parte del Senato di Kevin Warsh, nominato dal presidente Donald Trump come suo successore.
La conferma è però bloccata dal senatore repubblicano Thom Tillis, che subordina il proprio voto alla chiusura di un’indagine penale sulla Fed — un procedimento che lo stesso Tillis, Powell e un giudice federale considerano un pretesto per costringere la Banca Centrale ad abbassare i tassi.