L'Iran attacca Israele, Trump dà 48 ore a Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz
Il presidente americano minaccia di "annientare" le centrali iraniane se lo Stretto non sarà riaperto. Nella notte, missili iraniani su Dimona e Arad. Intanto, si riaprono i primi canali diplomatici, ma le due parti restano molto distanti.
Ieri sera il presidente Donald Trump ha lanciato un nuovo ultimatum all’Iran: se lo Stretto di Hormuz — snodo attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale — non sarà riaperto "completamente e senza minacce" entro 48 ore, le Forze Armate statunitensi "annienteranno" le principali centrali energetiche del Paese. In un messaggio su Truth Social, Trump ha precisato che i raid partirebbero "dalla più grande", un riferimento che sembra alludere direttamente alla centrale di Bushehr, l’unico impianto nucleare civile operativo in Iran.

L'attacco iraniano su Dimona e Arad
Le nuove minacce arrivano in un contesto di forte escalation. Poche ore prima dell’ultimatum, infatti, l’Iran aveva dimostrato di mantenere una significativa capacità offensiva: missili iraniani hanno colpito le città israeliane di Dimona e Arad, riuscendo a superare le difese aeree e provocando decine di feriti, oltre a ingenti danni a edifici residenziali. A 3 settimane dall’inizio dei bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, l’attacco evidenzia come Teheran sia ancora in grado di colpire in profondità il territorio israeliano.
L’emittente statale iraniana Islamic Republic of Iran Broadcasting ha affermato che l'attacco su Dimona mirava esplicitamente alle strutture nucleari israeliane nell’area — una delle prime ammissioni dirette, per quanto risulta, sugli obiettivi dell’attacco. L’agenzia Tasnim, vicina agli apparati di sicurezza iraniani, ha aggiunto che i missili rappresentano una rappresaglia per i raid israeliani contro l’impianto nucleare di Natanz. L’AIEA, organo di vigilanza nucleare delle Nazioni Unite, ha comunque precisato che le strutture nucleari israeliane non hanno subito danni.
Dimona si trova a una decina di chilometri dal principale centro di ricerca atomica israeliano, considerato dagli esperti un nodo chiave del programma nucleare militare del Paese. Altri danni si sono registrati ad Arad, una quarantina di km a nord-est, dove un altro missile balistico ha causato una decina di feriti gravi. I soccorritori parlano di uno scenario di "distruzione diffusa". Nel complesso, i servizi di emergenza israeliani hanno assistito 115 persone tra le due città, 11 delle quali in condizioni critiche. A Dimona, le esplosioni hanno danneggiato diverse abitazioni e alcune persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie.
Il tabù delle centrali nucleari e le contraddizioni di Trump
La minaccia di colpire le centrali elettriche iraniane apre uno scenario finora considerato impensabile. L’impianto di Bushehr, alimentato con uranio fornito dalla Russia e sottoposto al controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, non è, infatti, ritenuto parte del programma nucleare militare iraniano; tutto il combustibile esaurito viene inoltre restituito a Mosca. Per decenni, infrastrutture di questo tipo sono state escluse dai bersagli militari per l’evidente rischio di catastrofi ambientali. Gli stessi Stati Uniti, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, avevano promosso iniziative per tenere i combattimenti lontani dalla centrale di Zaporizhzhia.
Le nuove minacce di Trump si inseriscono in una sequenza di messaggi apertamente contraddittori. Venerdì il presidente aveva escluso qualsiasi interesse per un cessate il fuoco; poche ore più tardi, sui social, affermava di essere "molto vicino a raggiungere gli obiettivi" e di star valutando una riduzione dell’impegno militare in Medio Oriente. Teheran, dal canto suo, ha già avvertito che un eventuale attacco alle proprie infrastrutture energetiche provocherebbe ritorsioni contro gli impianti energetici dei Paesi alleati di Washington e Israele nella regione, peggiorando ulteriormente la crisi energetica in corso.
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I negoziati dietro le quinte
Eppure, mentre il fronte militare continua ad allargarsi, dietro le quinte qualcosa si muove. L’Amministrazione Trump ha avviato contatti esplorativi su come potrebbe prendere forma un eventuale negoziato con Teheran, secondo Axios. A lavorare al dossier sono gli inviati presidenziali Jared Kushner e Steve Witkoff. Non ci sono stati ancora contatti diretti tra Washington e l’Iran, ma diversi Paesi stanno facendo da intermediari. Egitto, Qatar e Regno Unito hanno trasmesso messaggi tra le parti: Il Cairo e Doha avrebbero riferito agli americani che Teheran è disposta a trattare, ma solo a condizioni molto rigide — cessate il fuoco immediato, garanzie che la guerra non riprenderà e risarcimenti.
Anche le richieste americane sono tutt’altro che leggere. Washington chiede sei impegni chiave da parte di Teheran: lo stop al programma missilistico per cinque anni; l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio; lo smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, già colpiti durante il conflitto; controlli internazionali stringenti su centrifughe e infrastrutture sensibili; un accordo regionale sul controllo degli armamenti con un tetto massimo di 1.000 missili; e la fine di ogni sostegno a Hezbollah in Libano, agli Houthi in Yemen e a Hamas a Gaza. Gran parte di queste condizioni è già stata respinta in passato da Teheran, dove sottolineano anche quanto sia difficile negoziare con un presidente che ha più volte aperto al dialogo salvo poi autorizzare nuovi bombardamenti.
Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito ieri, parlando con il suo omologo indiano, che qualsiasi normalizzazione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz passa prima dalla fine degli attacchi e da garanzie che questi non riprendano di nuovo in futuro. Trump, da parte sua, non esclude un negoziato, ma per ora rifiuta l’idea di un cessate il fuoco. Anche sui risarcimenti richiesti dall'Iran le posizioni restano molto distanti: un funzionario americano li definisce "inaccettabili", anche se un altro lascia intravedere un possibile spiraglio sulla restituzione dei fondi iraniani congelati: "Loro la chiamano risarcimento, noi possiamo chiamarla restituzione. A volte è solo una questione di parole".
Resta poi il nodo forse più delicato nell’immediato: trovare a Teheran un interlocutore con un reale potere decisionale. I consiglieri di Trump considerano Araghchi poco più che un canale di comunicazione, senza autonomia sufficiente per chiudere un accordo. Washington è inoltre alla ricerca di un’alternativa all’Oman — finora protagonista dei negoziati sul nucleare — e guarda al Qatar, ritenuto più efficace alla luce del ruolo svolto nei colloqui su Gaza. Doha si dice disponibile a facilitare i contatti tra le due parti, ma preferisce, almeno per ora, restare dietro le quinte, senza assumere un ruolo formale.