L'intelligence Usa: "Distrutto solo un terzo dei missili iraniani"
Un attacco iraniano ferisce soldati americani in Arabia Saudita. Gli Houthi lanciano il primo missile contro Israele dall'inizio della guerra. Ma Trump continua a sostenere che Teheran è ormai disarmata.
L’Iran dispone ancora di un arsenale missilistico significativo. Nonostante le dichiarazioni di Donald Trump, che il 26 marzo ha sostenuto che a Teheran restano “pochissimi missili”, le valutazioni dell’intelligence statunitense delineano un quadro ben diverso. Secondo quanto riportato ieri da Reuters, sulla base di cinque fonti anonime informate sui dossier riservati, gli Stati Uniti ritengono di aver distrutto con certezza solo circa un terzo dei missili iraniani dall’inizio del conflitto. Un ulteriore terzo risulterebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker sotterranei. Inoltre, l’intelligence stima che Teheran potrebbe riuscire a recuperare e rendere nuovamente operativi parte di questi sistemi una volta conclusi i combattimenti.
I numeri non tornano
Le cifre diffuse da militari statunitensi e israeliani non sono allineate tra loro, e soprattutto nessuna coincide con la narrativa della Casa Bianca. Il Pentagono sostiene che l'Iran abbia ridotto del 90% il numero di attacchi dall'inizio della guerra. Il Comando Centrale degli Stati Uniti afferma che il 66% della capacità produttiva iraniana è stata danneggiata o distrutta, senza però specificare quanti sistemi siano stati effettivamente eliminati. Un alto ufficiale israeliano ha dichiarato che circa il 70% dei lanciatori, oltre 335 unità, è stato "neutralizzato", ma che distruggere il restante 30% sarà difficile.
Anche il punto di partenza resta incerto: gli Stati Uniti non hanno mai reso pubbliche le stime sull'arsenale iraniano prima della guerra. I militari israeliani calcolano che Teheran disponesse di circa 2.500 missili balistici in grado di raggiungere il territorio israeliano.
Soldati americani feriti in Arabia Saudita
La guerra, intanto, produce nuove vittime americane. Un attacco combinato con missili e droni ha colpito la Prince Sultan Air Base, in Arabia Saudita, ferendo almeno dieci soldati statunitensi, due dei quali in modo grave. Lo hanno riferito due funzionari americani al New York Times. Nell'attacco sono stati danneggiati anche due aerei KC-135, i velivoli cisterna usati per il rifornimento in volo degli aerei da combattimento.
Dall'inizio del conflitto oltre 300 soldati americani sono rimasti feriti, circa 225 dei quali con lesioni cerebrali causate dall'onda d'urto delle esplosioni. Il bilancio dei morti tra i militari statunitensi impegnati nell'operazione militare contro l'Iran è attualmente di 13. La maggior parte degli attacchi iraniani è stata intercettata, ma alcuni sono riusciti a superare le difese aeree: 6 riservisti sono così morti al porto di Shuaiba, in Kuwait, all'inizio della guerra; un altro soldato è stato ucciso proprio alla Prince Sultan Base il 1° marzo.
Il bilancio umano complessivo del conflitto resta pesante. Secondo dati aggiornati al 27 marzo, l’agenzia Human Rights Activists News Agency stimava oltre 1.492 civili uccisi in Iran, su un totale di più di 3.300 vittime. In Libano, secondo il Ministero della Salute locale, i morti hanno superato quota 1.110. Almeno 50 persone hanno perso la vita nei Paesi del Golfo, mentre in territorio israeliano le vittime sono state almeno 16.
Gli Houthi riaprono un secondo fronte
Nella notte tra il 27 e il 28 marzo le Forze di Difesa Israeliane hanno rilevato il lancio di un missile dallo Yemen verso il territorio israeliano, poi intercettato. Si tratta del primo attacco degli Houthi contro Israele dall'inizio delle operazioni congiunte israelo-americane contro l'Iran. Il gruppo yemenita, sostenuto da Teheran, lo ha definito una risposta agli attacchi contro l'Iran, il Libano e i territori palestinesi. Il giorno prima, il portavoce Yahya Saree aveva già annunciato la disponibilità degli Houthi a entrare in guerra a fianco dell'Iran.
Arabia Saudita e Stati Uniti stanno lavorando per scongiurare questa eventualità. Secondo il Wall Street Journal, i funzionari sauditi mantengono canali diplomatici aperti con il gruppo. Un esperto citato dal giornale ha avvertito che un coinvolgimento diretto degli Houthi "complicherebbe notevolmente la situazione", con effetti sul Canale di Suez, sull'Egitto e sulla stessa Arabia Saudita.