L'intelligence americana: il regime iraniano non è a rischio di collasso
Nonostante due settimane di bombardamenti e l'uccisione di Ali Khamenei, la leadership di Teheran mantiene stabilmente il controllo del Paese. Intanto la guerra fa impennare il prezzo del petrolio e Washington fatica a trovare una strategia d'uscita.
Quasi due settimane di bombardamenti incessanti, l'uccisione della Guida Suprema e la decimazione dei vertici militari non sono bastate. Secondo alcuni rapporti dell'intelligence statunitense, la leadership iraniana tiene nonostante tutto ed anzi non mostra segni di cedimento imminente. Le analisi, l'ultima delle quali completata negli ultimi giorni, convergono su una conclusione scomoda per la Casa Bianca: il regime "non è in pericolo" e "mantiene il pieno controllo sulla popolazione", riferisce Reuters. Anche in Israele, nei colloqui a porte chiuse, i funzionari ammettono che non vi è alcuna garanzia che il conflitto porti alla caduta del governo clericale.
Il dato è tanto più rilevante se si considera la portata dell'offensiva in corso. Il 28 febbraio, primo giorno degli attacchi, è stato ucciso l'ayatollah Ali Khamenei. Da allora i raid hanno eliminato decine di alti funzionari e alcuni tra i comandanti di più alto grado dei Corpi delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), la forza paramilitare che controlla vasti settori dell'economia iraniana. Eppure la catena di comando ha retto: l'Assemblea degli Esperti, il collegio di alti chierici sciiti, ha proclamato il figlio di Khamenei, Mojtaba, come nuova Guida Suprema, e la dirigenza ad interim governa il Paese senza apparenti vuoti di potere.
Una guerra senza bussola
Le valutazioni dell'intelligence complicano ulteriormente i piani di un'Amministrazione che fin dall'inizio ha faticato a definire con chiarezza gli obiettivi del conflitto. Nel lanciare l'operazione, il presidente Trump aveva esortato gli iraniani a "prendere il controllo del vostro governo", lasciando intendere che la ambiziosa meta di questo intervento fosse il cambio di regime in Iran. Successivamente il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno provato a riportare la campagna su binari più concreti, indicando tre traguardi circoscritti: distruggere la capacità missilistica iraniana, le fabbriche di missili e la marina militare.
Ma lo stesso Trump ha continuato a mandare segnali contraddittori, dichiarando un giorno la guerra come "praticamente conclusa" ed il giorno dopo minacciando un'azione ancora più dura. Secondo diverse fonti, i suoi collaboratori sono sempre più frustrati dall'assenza di una linea comunicativa coerente, ma evitano di esprimere direttamente la propria frustrazione al presidente.
Sul fronte interno iraniano, l'intelligence americana ha ridimensionato anche le speranze inizialmente riposte nelle milizie curde. Il leader del Partito Komala del Kurdistan iraniano, Abdullah Mohtadi, aveva assicurato che "decine di migliaia di giovani sono pronti a prendere le armi" in caso di sostegno americano, e ha riferito che unità dell'IRGC avevano abbandonato basi e caserme nel Kurdistan iraniano per timore dei bombardamenti. Ma i rapporti dell'intelligence dipingono un quadro assai meno promettente: i gruppi curdi non dispongono né della potenza di fuoco né degli uomini necessari per sostenere un conflitto prolungato con le forze di sicurezza iraniane. Lo stesso presidente Trump ha dichiarato di aver escluso un'incursione curda in territorio iraniano, chiudendo di fatto anche quest'ultima opzione.
Intanto, la pressione per chiudere il conflitto cresce di ora in ora. Funzionari del Pentagono hanno rivelato al Congresso, in sessioni riservate, che i soli primi due giorni di guerra hanno bruciato 5,6 miliardi di dollari in munizioni — una cifra molto superiore a quanto dichiarato pubblicamente e riportata dal Washington Post. Dopo un briefing riservato ai parlamentari, il senatore democratico Christopher Murphy ha sintetizzato così la situazione: l'Amministrazione non ha alcun piano per lo Stretto di Hormuz e "non sa come riaprirlo in sicurezza".
Il prezzo di un grave errore di calcolo
Ed è proprio lo Stretto di Hormuz — passaggio obbligato per circa un quinto dell'offerta mondiale di petrolio — a mettere ormai a nudo l'errore di valutazione più grave dell'Amministrazione. Alla vigilia del conflitto, diversi consiglieri di Trump avevano liquidato il rischio di uno shock energetico come trascurabile. Il Segretario all'Energia Chris Wright, il 18 febbraio, si era detto tranquillo: durante gli attacchi contro l'Iran del giugno scorso, aveva ricordato, i prezzi del petrolio si erano mossi appena. Ma quella volta l'Iran aveva incassato il colpo senza reagire. Questa volta, invece, ha scelto di rispondere con un'aggressività senza precedenti, minacciando di colpire le petroliere in transito e dichiarando come bersaglio legittimo qualsiasi nave appartenente a Stati Uniti, Israele o ai loro alleati.
Il traffico commerciale nel Golfo Persico si è così praticamente fermato. I prezzi del greggio hanno sfondato quota 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022, toccando quasi 120 dollari prima di ripiegare intorno a 90 e tornare questa notte sopra quota 100 dopo una nuova ondata di attacchi. Un portavoce del comando militare iraniano Khatam al-Anbiya ha avvertito Washington di prepararsi a un petrolio a 200 dollari al barile — un livello al quale, secondo gli analisti, la benzina negli Stati Uniti supererebbe i cinque dollari per gallone, contro i 3,57 attuali.
A peggiorare il quadro, la comunicazione dell'Amministrazione è incappata in un pasticcio che ha amplificato la volatilità dei mercati. Wright ha pubblicato brevemente nei giorni scorsi sui social media la notizia che la marina americana aveva scortato con successo una petroliera nello Stretto. Quando il post è stato cancellato — perché la scorta non era mai avvenuta — i mercati sono ripiombati nel caos. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dovuto chiarire che nessuna scorta aveva avuto luogo, aggiungendo che il presidente "è pronto ad ordinarle quando sarà necessario".
Le operazioni sono ulteriormente complicate dalla preparazione iraniana al dispiegamento di mine navali nello Stretto: la marina statunitense ha distrutto 16 imbarcazioni posamine. Secondo Eurasia Group, già in queste condizioni, se la guerra dovesse finire nelle prossime ore, il ripristino completo della navigazione commerciale potrebbe richiedere fino a fine marzo o inizio aprile. Nel frattempo, circa 20.000 marinai restano bloccati su navi nel Golfo, intrappolati di fatto in una zona di guerra.
Per contenere la crisi, l'International Energy Agency ha concordato ieri il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche globali, mentre gli Stati Uniti aggiungeranno 172 milioni dalla propria riserva a partire dalla prossima settimana, in un'operazione della durata di circa 120 giorni. Si tratta della sesta volta nella storia che le riserve d'emergenza vengono mobilitate su scala internazionale.
Mentre Washington cerca una difficile via d'uscita, l'Iran rilancia le proprie minacce. L'IRGC ha minacciato di colpire "centri economici e banche" legati a Stati Uniti e Israele nella regione, intimando alla popolazione civile di tenersi a un km di distanza dagli istituti bancari. L'agenzia di stampa affiliata Tasnim ha diffuso un elenco di sedi e infrastrutture di grandi aziende tecnologiche americane — fra cui Google, Microsoft, Palantir, IBM, Nvidia e Oracle — indicandole come nuovi obiettivi legittimi delle proprie operazioni militari.