L'indagine sull'autopen di Biden si arena
I procuratori non hanno trovato basi legali per incriminare l'ex presidente. È l'ennesima inchiesta voluta da Trump contro i rivali politici che non produce risultati
I procuratori federali di Washington hanno di fatto abbandonato l'indagine penale sull'uso dell'autopen, la penna meccanica per firmare documenti, da parte dell'ex presidente Joe Biden negli ultimi mesi del suo mandato. Secondo fonti informate citate dai media americani, gli investigatori non sono riusciti a individuare un reato contestabile a Biden o ai suoi collaboratori. Il Dipartimento di Giustizia, tuttavia, sostiene che il caso non è chiuso.
L'indagine era stata ordinata dal presidente Donald Trump nel giugno 2025 con un memorandum indirizzato alla procuratrice generale Pam Bondi e all'ufficio legale della Casa Bianca. Trump chiedeva di accertare quella che definiva una "cospirazione" per "abusare del potere della firma presidenziale attraverso l'uso dell'autopen per nascondere il declino cognitivo di Biden". Il memorandum citava diversi atti esecutivi, tra cui grazie presidenziali e nomine giudiziarie, e sollevava "seri dubbi sul processo decisionale e persino sul grado di consapevolezza di Biden riguardo a queste azioni compiute a suo nome".
Un alto funzionario del Dipartimento di Giustizia ha dichiarato a Fox News che l'indagine "è in corso e non è chiusa", precisando che gli investigatori stanno ancora esaminando gli atti di clemenza emessi negli ultimi mesi dell'amministrazione Biden. Fonti vicine al fascicolo hanno smentito a Fox News la ricostruzione del New York Times secondo cui l'inchiesta sarebbe stata sospesa, affermando che il team della procuratrice Jeanine Pirro continua il lavoro di revisione. La stessa Pirro ha scritto sulla piattaforma X: "Non possiamo commentare indagini in corso".
Lo stesso funzionario ha però ammesso che l'uso dell'autopen da parte di un presidente in carica rientra nella "legge consolidata" e che Biden difficilmente potrebbe affrontare conseguenze penali. "È difficile immaginare come Biden possa essere penalmente responsabile per il potere di grazia", ha detto a Fox News, ricordando che la sentenza della Corte Suprema del 2024 nel caso Trump contro Stati Uniti garantisce a un ex presidente una forma di immunità per gli atti ufficiali compiuti durante il mandato. La Costituzione, peraltro, non richiede che le grazie presidenziali siano firmate di persona dal presidente, come hanno osservato diversi giuristi.
Biden ha sempre respinto le accuse. "Sono stato io a prendere le decisioni durante la mia presidenza", ha dichiarato l'anno scorso. "Ho deciso io sulle grazie, sugli ordini esecutivi, sulle leggi e sui proclami. Qualsiasi suggerimento contrario è ridicolo e falso". Trump, al contrario, ha continuato a sostenere sui social media che i collaboratori di Biden avrebbero agito illegalmente e ha evocato la possibilità di accuse di spergiuro contro il suo predecessore. Alla Casa Bianca ha fatto appendere un ritratto dell'autopen al posto della foto ufficiale di Biden lungo la cosiddetta "Walk of Fame" presidenziale.
La commissione di controllo della Camera, a guida repubblicana, ha concentrato la propria attenzione sugli atti di clemenza di Biden, in particolare su cinque grazie controverse concesse a membri della sua famiglia negli ultimi giorni di mandato, compreso il figlio Hunter. In un rapporto pubblicato in ottobre, la commissione ha definito il caso uno dei "più grandi scandali" nella storia presidenziale americana, pur ammettendo che nessuno dei 14 testimoni ascoltati aveva espresso preoccupazioni sul presunto declino cognitivo di Biden.
Il sostanziale fallimento dell'indagine sull'autopen si inserisce in una serie di insuccessi dell'ufficio della procuratrice Pirro, ex conduttrice di Fox News e alleata di Trump, nel perseguire casi contro avversari politici del presidente. Un gran giurì ha recentemente rifiutato di incriminare sei parlamentari democratici accusati di aver violato la legge con un video in cui invitavano i militari a rifiutare ordini illegali: nessuno dei giurati ha votato a favore dell'incriminazione, un esito estremamente raro nel sistema federale. Un ex procuratore che ha lavorato nello stesso ufficio ha definito il risultato "sconvolgente" parlando con Politico, spiegando che "le regole sono talmente sbilanciate a favore dell'accusa da essere quasi comiche", ma che "il pubblico sta dicendo: non ci fidiamo di voi". L'ufficio di Pirro ha inoltre tentato di ottenere documenti dalla Federal Reserve riguardo a dichiarazioni del presidente Jerome Powell al Congresso, ma la banca centrale sta cercando di bloccare le citazioni in giudizio in una battaglia legale a porte chiuse. Il Dipartimento di Giustizia non è riuscito finora a ottenere risultati nemmeno nei casi contro l'ex direttore dell'Fbi James Comey e la procuratrice generale di New York Letitia James.