L'ex direttore dell'antiterrorismo accusa Israele di aver trascinato l'America in guerra con l'Iran
Joe Kent, dimessosi in polemica con la guerra, dice di non aver potuto esprimere i suoi dubbi a Trump. L'Fbi indaga su di lui per fuga di notizie
Joe Kent, l'ex direttore del National Counterterrorism Center che si è dimesso martedì in aperta polemica con la guerra in Iran, ha accusato Israele di aver spinto gli Stati Uniti nel conflitto e ha sostenuto che a lui e ad altri funzionari non è stato permesso di esprimere le proprie riserve direttamente al presidente Trump. Kent ha scelto come palcoscenico per le sue prime dichiarazioni pubbliche il podcast di Tucker Carlson, il commentatore conservatore che è tra le voci più critiche della guerra a destra.
Nell'intervista, durata quasi due ore e trasmessa mercoledì sera, Kent ha dichiarato che "gli israeliani hanno guidato la decisione di intraprendere questa azione, sapendo che avrebbe innescato una serie di eventi, ovvero la ritorsione iraniana". L'ex funzionario ha negato che esistessero prove di una minaccia imminente da parte dell'Iran verso gli Stati Uniti, contraddicendo la giustificazione ripetuta più volte dal presidente Trump e dai vertici dell'amministrazione, compreso il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Kent ha sostenuto che il presidente si è affidato a una ristretta cerchia di consiglieri e che "molte persone chiave non hanno potuto esprimere la propria opinione al presidente", aggiungendo che "non c'è stato un dibattito approfondito". Ha però rifiutato di rivelare a Carlson chi gli abbia impedito l'accesso a Trump. Secondo Kent, nessuna informazione di intelligence indicava che l'Iran stesse sviluppando armi nucleari. Ha invece accusato funzionari israeliani e commentatori neoconservatori americani di aver costruito l'argomento a favore della guerra, sostenendo che le informazioni fornite da Israele non trovavano riscontro nei canali di intelligence statunitensi. "Quando sentivamo quello che dicevano, non corrispondeva ai canali di intelligence", ha detto a Carlson.
L'ex direttore si è spinto oltre, affermando che gli Stati Uniti avrebbero dovuto usare gli aiuti militari come leva per impedire a Israele di agire unilateralmente. "Avremmo potuto dire agli israeliani: no, non lo farete, e se lo fate vi toglieremo qualcosa", ha dichiarato, aggiungendo che "quando forniamo i mezzi per la loro difesa, abbiamo il diritto di dettare le condizioni su quando passano all'offensiva". Kent ha anche citato dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio e dello speaker della Camera Mike Johnson come prova del fatto che i piani israeliani abbiano spinto l'azione americana, e ha accusato il primo ministro Benjamin Netanyahu di aver fatto pressioni personali su Trump.
Le accuse di Kent hanno suscitato reazioni immediate. I suoi riferimenti a una "lobby israeliana" dietro la decisione di entrare in guerra hanno attirato critiche da parte di organizzazioni ebraiche, che li hanno definiti antisemiti. L'editorialista Stephen Pollard ha scritto sul Jewish Chronicle che Kent è un "teorico del complotto" con legami con suprematisti bianchi e neonazisti, e che il vero problema non sono le sue dimissioni ma il fatto che sia stato nominato in primo luogo. Pollard ha ricordato che durante la campagna elettorale del 2022 per il Congresso, Kent rilasciò un'intervista a uno youtuber dichiaratamente fascista e cercò l'appoggio di politici noti per i loro legami con gruppi di estrema destra come i Proud Boys e gli Oath Keepers. Secondo Pollard, Kent è un "opportunista" che ancora nel 2020 invocava attacchi contro l'Iran e che solo un anno fa, in un'audizione al Senato, descriveva Teheran come una minaccia per gli Stati Uniti.
Nell'intervista con Carlson, Kent e il conduttore hanno anche promosso teorie infondate secondo cui Israele potrebbe essere coinvolto nel tentato assassinio di Trump nel 2024 e nell'uccisione del commentatore conservatore Charlie Kirk, come riportato dal New York Times.
Kent ha dichiarato di aver parlato con Trump prima di dimettersi, descrivendolo come "rispettoso", e ha aggiunto di ritenere che il presidente "sa a un livello profondo che le cose non stanno andando bene" e che "deve trovare un modo per uscirne". Ha spiegato di aver preso la decisione durante il fine settimana, quando ha capito che le sue opinioni dissidenti non arrivavano ai vertici e che il crescente numero di vittime tra i militari americani rappresentava il suo "punto di rottura".
La vicenda si è ulteriormente complicata con la notizia, pubblicata da Semafor e confermata dal New York Times, che l'Fbi ha aperto un'indagine su Kent per presunta fuga di informazioni classificate. Secondo quattro fonti citate da Semafor, l'indagine è precedente alle dimissioni e sarebbe in corso da mesi. La rivelazione è arrivata dopo uno sforzo coordinato dell'amministrazione Trump per screditare Kent. Il presidente lo ha definito "debole sulla sicurezza" e ha detto che "è un bene che se ne sia andato". La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito le dichiarazioni di Kent "offensive e ridicole". Il New York Times ha tuttavia ricordato che sotto Trump l'Fbi e il dipartimento di Giustizia hanno spesso preso di mira critici e avversari politici del presidente, in alcuni casi senza prove sufficienti per sostenere un'incriminazione.
La direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard, superiore diretta di Kent e nota per le sue posizioni critiche verso gli interventi militari all'estero, non ha espresso pubblicamente la propria opinione sulla guerra. Interrogata mercoledì durante un'audizione al Senato, ha risposto che spetta al presidente stabilire se l'Iran rappresenti una minaccia. Le dimissioni di Kent hanno evidenziato una frattura crescente all'interno della destra trumpiana tra chi sostiene l'azione militare contro l'Iran e un'ala più isolazionista, rappresentata da figure come Carlson e la commentatrice Megyn Kelly, che mette in guardia contro il coinvolgimento in conflitti all'estero mentre si accumulano i problemi interni.