L'escalation favorisce l'Iran: perché Stati Uniti e Israele rischiano di aver sottovalutato Teheran

L'attacco all'Iran ha eliminato Khamenei ma non ha paralizzato il regime. La risposta missilistica di Teheran segue una strategia precisa che storicamente ha messo in difficoltà Washington.

L'escalation favorisce l'Iran: perché Stati Uniti e Israele rischiano di aver sottovalutato Teheran
U.S. Central Command Public Affairs

L'operazione militare congiunta americana e israeliana contro l'Iran, lanciata il 28 febbraio e battezzata "Operation Epic Fury", ha raggiunto in poche ore un obiettivo che sembrava impossibile: uccidere la guida suprema Ali Khamenei, insieme a comandanti dei Guardiani della Rivoluzione e alti funzionari dell'intelligence. Washington e Gerusalemme l'hanno presentato come un colpo decisivo, capace di paralizzare la struttura di comando di Teheran. Eppure, nel giro di poche ore, qualsiasi speranza che quell'operazione chirurgica potesse limitare il conflitto è svanita.

L'Iran ha risposto con centinaia di missili balistici e droni, colpendo non solo Israele ma l'intero Golfo Persico. Le sirene d'allarme hanno suonato a Tel Aviv e Haifa. I missili hanno intercettato sistemi di difesa sopra Doha e Abu Dhabi. Alla base aerea di Al Udeid, in Qatar, dove ha sede il comando avanzato del U.S. Central Command, il personale ha cercato riparo mentre i sistemi d'intercettazione entravano in azione. Allarmi simili sono scattati nelle basi americane di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, Ali Al Salem in Kuwait e Prince Sultan in Arabia Saudita. Nei pressi del quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrain, le forze navali sono state messe in allerta massima.

Le conseguenze per il Golfo sono state immediate e pesanti: aeroporti chiusi, vittime civili, danni a strutture commerciali, perturbazioni al traffico di petroliere vicino allo Stretto di Hormuz e un'impennata dei premi assicurativi per le spedizioni marittime. I futures sul petrolio sono balzati appena scoppiato il conflitto. Un hotel sul lungomare di Dubai ha preso fuoco dopo che detriti di un drone intercettato sono caduti sui piani superiori.

Secondo Robert A. Pape, professore di Scienze Politiche all'Università di Chicago e direttore del Project on Security and Threats, la risposta iraniana non va letta come una reazione caotica di un regime agonizzante. In un'analisi pubblicata da Foreign Affairs il 9 marzo, Pape sostiene che Teheran sta applicando una strategia precisa: l'escalation orizzontale. Invece di cercare uno scontro diretto con una potenza militare superiore, l'Iran allarga il campo del conflitto, moltiplicando i fronti, i rischi e gli attori coinvolti, con l'obiettivo di aumentare la propria leva politica.

La strategia si articola in quattro mosse distinte. Prima, dimostrare continuità di comando: lanciare una rappresaglia su larga scala ore dopo la morte di Khamenei serve a segnalare che il regime è ancora operativo. Seconda, allargare il conflitto: l'Iran ha colpito o preso di mira obiettivi in almeno nove paesi, tra cui Azerbaijan, Bahrain, Grecia, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il messaggio era chiaro: chi ospita forze americane è esposto. Terza, politicizzare la crisi: la chiusura di aeroporti, i danni a proprietà commerciali, le morti di lavoratori stranieri e le perturbazioni dei mercati energetici hanno costretto i leader del Golfo a rassicurare investitori e turisti, portando la guerra nelle sale del consiglio di amministrazione e nei parlamenti. Quarta, giocare sul tempo: più a lungo i paesi della regione subiscono pressioni, più la politica interna di ciascuno di essi rischia di radicalizzarsi.

Pape ricorda che questa strategia non è nuova per gli Stati Uniti. Nel Vietnam, Washington aveva sganciato il triplo del tonnellaggio di bombe usato nella Seconda Guerra Mondiale, convinta che la supremazia aerea potesse spezzare la volontà di Hanoi. Ma nel gennaio 1968, le forze nordvietnamite e Vietcong lanciarono attacchi coordinati su oltre cento città del Vietnam del Sud, violarono il recinto dell'ambasciata americana a Saigon e combatterono per settimane a Hue. L'offensiva fu costosa per i comunisti, ma distrusse la percezione che la vittoria americana fosse vicina. Il presidente Lyndon Johnson annunciò che non si sarebbe ricandidato. Gli Stati Uniti non persero nessuna battaglia, ma persero la guerra.

Un caso analogo si verificò nel 1999 con l'operazione NATO contro la Serbia, pianificata come una campagna aerea di tre giorni su 51 obiettivi. Belgrado rispose ordinando a 30.000 soldati di entrare in Kosovo, cacciando oltre un milione di civili albanesi, metà della popolazione della provincia. La NATO impiegò 78 giorni, una crisi diplomatica e la minaccia di un'invasione terrestre prima che il presidente serbo Slobodan Milosevic cedesse. La precisione degli attacchi aveva scioccato il nemico, ma non aveva determinato l'esito politico.

Nel caso attuale, Pape identifica quattro obiettivi strategici di Teheran. Primo, scalfire l'immagine di sicurezza di città come Dubai e Doha, che si vendono al mondo come hub finanziari e turistici inviolabili. Secondo, alzare il costo politico per i paesi del Golfo dell'ospitare basi americane. Terzo, costruire una narrativa regionale che presenti l'Iran come resistenza all'egemonia americana e israeliana, cercando di separare i governi del Golfo dalle loro opinioni pubbliche. Quarto, sfruttare i nodi economici: circa un quinto del petrolio mondiale transita per lo Stretto di Hormuz, e i dati preliminari citati nell'analisi indicano un calo del traffico di circa il 75% dall'inizio del conflitto.

Tutto questo senza necessità di vittorie sul campo. L'Iran ha bisogno solo di resistere.

Sul fronte politico americano, Pape osserva che i sondaggi rileverebbero già una maggioranza contraria alla guerra, a una settimana dall'inizio delle operazioni. Una guerra prolungata, con aumenti dei prezzi energetici, perdite militari americane e obiettivi poco chiari, potrebbe approfondire le fratture all'interno della stessa base elettorale del presidente Trump, da sempre scettica verso gli interventi in Medio Oriente. Anche le alleanze transatlantiche rischiano di logorarsi: l'Europa, esposta alla volatilità energetica e alle pressioni migratorie, potrebbe divergere da Washington, e il Regno Unito ha già mostrato disagio per l'uso della base di Diego Garcia nelle operazioni americane contro l'Iran.

Di fronte a questo scenario, Pape vede due strade. La prima è intensificare la campagna aerea per ristabilire la dominanza e il controllo, una scelta che però rischia di tradursi in un'occupazione aerea permanente, senza vera presa politica, e che potrebbe preparare il terreno per un'escalation ancora più profonda, come accadde con l'Iraq negli anni Novanta prima dell'invasione del 2003. La seconda è dichiarare raggiunti gli obiettivi e ritirare le forze, accettando critiche politiche immediate ma limitando i danni nel lungo periodo.

La conclusione dell'analisi è netta: la maestria tattica dimostrata nei raid iniziali non equivale a una strategia. L'Iran ha risposto con una mossa geograficamente estesa, economicamente destabilizzante e politicamente calibrata. La fase decisiva del conflitto, scrive Pape su Foreign Affairs, non è cominciata con il primo missile americano, ma con la crisi regionale che ne è seguita.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.